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Vedere questi film è il modo migliore per capire dove stia andando oggi l’AI generativa nel cinema. Quando ci interroghiamo sul senso che può avere utilizzare questo mezzo, le risposte si possono ricondurre a due tendenze. C’è chi la utilizza per riprodurre nel modo più fedele possibile la realtà, ricreando minuziosamente anche le fattezze degli attori e la loro recitazione, per fare un film vero e proprio, come se lo girasse con una macchina da presa (è il caso dei film della Labyrinth Studio, che lo scorso anno qui aveva vinto con Love At First Sight di Jacopo Reale). C’è chi pensa che l’AI debba essere utilizzata per dare vita a immagini completamente nuove, che gli umani non solo non possano fare da soli, ma neanche immaginare. I film che abbiamo visto si muovono tra queste idee differenti. A volte sono cose che non si potrebbero fare nella realtà. A volte sì, ma l’AI le rende veloci ed economiche, quindi possibili anche per chi non ha i mezzi. Le storie dei film girati con l’AI, oggi, sembrano essere sempre più convincenti non solo visivamente, ma anche a livello concettuale. E a volte riescono anche ad essere emozionanti, commoventi. Sì, come un vero film.
A Face Only A Mother Could Love di Robert Gaudette
Il film vincitore racchiude in sé tutti questi discorsi. Il protagonista della storia è un essere umano, ma con il volto deformato. Nel cinema realizzato in maniera classica, per un personaggio simile si sarebbe dovuto usare un attore con un pesante trucco prostetico da applicare ogni giorno con ore di lavoro. Per il resto, il film ha un approccio realistico, anche se poetico, alle immagini: luoghi, persone, animali ricalcano quelli veri. Solo il protagonista ha qualcosa di insolito. Quel volto ha un senso. Perché il regista può dare vita a una storia che ha in mente senza ricorrere a truccatori ed effettisti di primo piano. E perché, a proposito di AI, quel volto sembra un’interpretazione sbagliata della tecnologia, o un prompt venuto male del regista, o frainteso dall’AI. Ne viene fuori un film poetico, tenero, sognante, che in effetti è qualcosa di diverso da un film girato dal vero, ma anche distante dall’animazione disegnata. Ha qualcosa di astratto, sospeso, straniante. Pur tra echi dei tanti personaggi deformi della storia del cinema, dai Freaks di Tod Browning all’Elephant Man di David Lynch, è un film davvero originale.
Le Drip di Alex Naghavi & Ezra Li
Nel film che ha vinto il secondo premio le cose cambiano. Il senso di aver realizzato questo corto in AI è quello di aver scelto di dare alle immagini un preciso stile, che è quello dei pittori impressionisti francesi, quello dei Monet e dei Cezanne: è probabile che molte delle loro opere siano state date in pasto all’AI chiedendo poi di replicarne lo stile. Il risultato è quello di un film d’animazione dallo stile rétro e non convenzionale, o di un quadro a olio su tela che prende vita. Per raccontare una storia tra la vita e la morte raccontata dal punto di vista di un pesce che, pescato e messo in un lavello, sta per morire. Ma…
Little Mes di Salad Collective
Anche qui c’è un tentativo di fare qualcosa di lontano dalla realtà. Ma è davvero qualcosa che l’uomo non può fare? No. In animazione un lavoro come Little Mes si può fare, ma è un lavoro che si fa in un anno. Lo stile che l’AI cerca di ricreare, infatti, richiama quello della Stop Motion, o passo uno, quell’animazione che si fa con oggetti reali – di plastilina, legno o cartone – animati a mano e fotografati a ogni sposamento per poi montare insieme le foto e dare il senso del movimento. Ecco, in questo caso il senso dell’utilizzo dell’AI è fare qualcosa in modo molto più veloce. Il che vuol dire più economico, visto che servirebbe il lavoro di decine di persone. Il corto parla dei tanti ‘io’ che abbiamo dentro di noi e di tutte le persone che saremmo potuti diventare. Potrebbe essere un film di Spike Jonze…
The Child of the Sea di Ibai Abad
Anche qui l’AI ricrea qualcosa di irreale, ma materico, evocando lo stile della Stop Motion, con un flusso di lavoro ibrido, basato sull’utilizzo di Magnific e su un montaggio guidato dall’intervento umano, in cui l’AI ha agito come assistente di produzione (per questo ha ottenuto una menzione speciale). Qui non si punta a creare gli esseri umani, gli attori in carne ed ossa, ma possibili pupazzi di plastilina o di legno. Siamo vicini, come stile e atmosfera, a certi lavori della Aardman Animation, in particolare a Pirati – Briganti da strapazzo. Quello che colpisce, soprattutto nel bambino del mare, è il character design, il lavoro sull’aspetto del personaggio, che è fondamentale ed è fatto di lunghe prove e disegni preparatori. Qui il piccolo protagonista è degno di un film Pixar, a metà tra il protagonista di Luca e i personaggi di Margaret Keane, quelli raccontati da Tim Burton in Big Eyes. La storia è commovente come quelle di un grande film d’animazione. È un inno alla diversità e sulla difficoltà a trovare il proprio posto nel mondo.
Centenarian Kindergarten di 2xLabs
Qui siamo nell’altra tendenza. Nel film terzo classificato, l’AI viene usata per generare una storia con umani, per sostituire degli attori. Quattro centenari fuggono da una struttura asettica in cui assistenti AI impongono una felicità obbligatoria: in scena ci sono i robot, ma anche degli ‘esseri umani’ dai tratti orientali (il film è cinese). Non solo gli ‘attori’ sono espressivi, e la messinscena è ricca e curata, ma il tono del racconto ha quella follia e quella recitazione sopra le righe di certi film cinesi o giapponesi. Il film, che usa l’AI per parlare di AI, si muove Big Hero 6, animazione Disney che portava in scena robot in grado di occuparsi della salute delle persone, e Qualcuno volò sul nido del cuculo.
Once Upon a Time on The Dnieper River di Yi Wang
Anche questo è un caso in cui si usa l’AI per ricreare la realtà e ‘girare’ un film sostituendo gli attori, provando a riprodurre gli esseri umani. Come si è sempre detto per l’animazione, l’AI è un mezzo, con cui si può girare qualsiasi genere di film. In questo caso è un vero e proprio war movie, con tanto di carri armati, ripresi dall’interno e dall’esterno. Il corto è certamente riuscito, soprattutto per la storia che ha un messaggio pacifista. Ma nelle scene d’azione e nell’espressione dei volti lo scarto con i film girati dal vero, o anche fatti con i visual effacts e la computer grafica classica, quella ‘fatta a mano’, si nota. Anche se i segni sui volti degli attori sono efficaci.
Passenger di Yuanbo Song
È uno dei film con le storie più intriganti. In scena ci sono personaggi dai lineamenti orientali, molto affascinanti, una storia che ha a che fare con l’arte, con i fenomeni atmosferici. È una sorta di horror, o di thriller dell’anima, con una giovane protagonista e un misterioso personaggio con una testa fatta di cemento, un deus ex machina che sembra avere il potere di distruggere a piacimento ogni cosa, comprese le opere d’arte. Anche qui, il senso dell’AI è di poter ricreare in modo economico un kolossal, un film che, tra effetti speciali e location, costerebbe miliardi. Ma c’è un’altra finezza. L’AI viene usata non solo per creare lo stile delle immagini della storia principale, ma anche per riprodurre i codici di un altro tipo di immagini, quei video sgranati e con le tipiche righe che siamo abituati ad associare alle riprese analogiche, quelle su nastro delle vecchie riprese televisive. E quindi, automaticamente, questo codice ci fa pensare al passato: lo stratagemma qui serve per creare due piani temporali diversi.
Website di Jiaze Li
Un altro codice visivo, il video visto sul web, su piattaforme come YouTube, viene associato a qualcosa di ben preciso, alla ripresa della realtà, che sia fatta da amatori o videogiornalisti. Il corto (che ha vinto il Reply AI Studios Grand Prix e il Community Award) gioca proprio su questa percezione, per raccontare la storia di sito web su cui appaiono storie, per dirla alla mania di una vecchia serie, Ai confini della realtà: pinguini in giro per Londra, cani husky che guidano camion, le finali di triathlon del 2061 con atleti che nuotano in cielo. Anche questa è una storia che sarebbe stato costosissimo girare con mezzi classici ed effetti visivi. Ma è interessante il senso dell’operazione: che una cosa palesemente finta giochi con il concetto di verosimiglianza.
Kev di Mike Bennion
Anche qui una storia creata in AI gioca con il concetto di reale. Kev infatti è un mockumentary, un falso documentario, con tanto di interviste ai protagonisti ripresi a mezzobusto, come nei classici documentari televisivi. I protagonisti della storia sono due ragazzi non vedenti che ricordano quando la vista ce l’avevano. La ripresa tipica del documentario si alterna ai loro ricordi, girati con delle poetiche soggettive. Anche qui c’è una scena spettacolare che avrebbe sfidato ogni budget, quella di una pioggia all’interno delle stanze. Il corto si prende qualche rischio nel creare le immagini personaggi in primissimo piano. Ma, ancora una volta, oltre che la tecnica è interessante l’idea, la teoria, la riflessione su cosa è vero e cosa non lo è, su cosa è vero e cosa lo sembra.
Go Home di Simone Paradiso
È uno di quei film che, anche se ha qualche ingenuità nella fattura, non ti interessa. Atmosfera, energia, ritmo e idea sono tali che lo segui senza remore, senza pensare a come sia stato fatto. Forse il senso dell’AI può essere proprio questo: dare vita a delle storie che non sarebbero possibili, non senza un budget altissimo, e renderle così godibili da non preoccuparci da chi siano state generate. Go Home riesce a fare con l’AI un film che parla di AI. Siamo nel 1999, in un quartiere popolare di New York, e un ragazzo parla agli altri del futuro, di pandemie, valute virtuali e internet, quando a scuola arriva una ragazza asiatica che sembra arrivata dal futuro. Da dove viene? Go Home è un puro action, cinecomic, un fantasy tra Matrix e Ready Player One, con atmosfere da Spike Lee e una citazione di Scarface. Segno che per fare un film in AI serve maneggiare la tecnologia (qui c’è qualche ingenuità nella costruzione e l’animazione dei personaggi minori), ma serve soprattutto un grande gusto in fatto di cinema.
di Maurizio Ermisino