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Digger di Iñárritu con Tom Cruise sarà il film più importante che vedrete quest’anno

Attenzione: non abbiamo detto il più bello, perché lo stile scelto dal regista messicano è di quelli che possono piacere o no. Ma qui conta quello che il film ha da dire. Ed è qualcosa di fondamentale

Digger, che arriva nelle nostre sale il 2 ottobre, parla infatti di qualcosa di cui quasi non si parlava più, e che solo dopo questa estate torrida è tornato, timidamente, nelle agende. Si tratta dell’ambiente e del cambiamento climatico. Alejandro González Iñárritu, con la sua nuova opera, ha un’urgenza di dirlo forte e chiaro. Dobbiamo fare qualcosa, altrimenti sarà troppo tardi. Anzi, è già troppo tardi. Per farlo costruisce un racconto sopra le righe, carico a livello visivo e recitativo, grottesco nei toni e nelle ambientazioni. È straniante, all’inizio, vedere la messinscena del regista di 21 grammi e Birdman. Ma ogni cosa, una volta scoperto il gioco, ha perfettamente senso. Vi raccontiamo Digger senza svelare i due colpi di scena fondamentali per godere il film, ma cercando di coglierne il senso.

Abbiamo un problema

Digger Rockwell (Tom Cruise) si sveglia nella sua villa, una sorta di reggia, allo stesso tempo neoclassica e ipertecnologica. Con lui c’è il gatto, vecchio e moribondo, dal quale non accetta di separarsi. Vestito in pigiama, o con una veste da camera, Digger scende nel salone della casa, rivestito di boiserie di legno e pieno di enormi sculture in marmo di animali. Su un muro c’è appesa una pala. Quella del primo ‘scavatore’ – è questo che significa Digger, il nonno, che aveva dato vita a un impero petrolifero. Il salone è anche il centro di controllo da cui si collega in tutto il mondo e segue i suoi affari. Qui, però, arriva una terribile notizia. Un’esplosione in uno dei pozzi petroliferi in Groenlandia sta per causare un disastro ecologico. Un enorme iceberg si sta staccando e potrebbe raggiungere il nord dell’Europa. Digger, così, convoca un vertice con il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman) per risolvere la situazione.

Tom Cruise, simbolo dell’avidità

A cogliere l’attenzione per tutta la prima parte del film è Tom Cruise, trasformato come poche altre volte ha fatto in carriera (ricordiamo Nato il 4 di luglio e Tropic Thunder), irriconoscibile o quasi per dare vita al ritratto caricaturale di un uomo d’affari americano, un petroliere, che non è semplicemente un personaggio, ma un simbolo. È la crasi tra il mondo degli affari senza scrupoli e gli uomini politici incuranti del resto del mondo come i George W. Bush e Donald Trump. La volgarità, la vanagloria del personaggio ci vuole dire questo. Ma a colpire è il ritratto fisico che ne fa Cruise. È un uomo flaccido, con la pancia, con una carnagione pallida, biancastra. I capelli sono bianchi, lunghi e radi, pettinati da un lato in una sorta di riporto, ma in realtà incapaci di stare fermi, incontrollabili come chi li porta. È come se Tom Cruise, una sorta di moderno Dorian Gray dall’eterna giovinezza, per questa occasione abbia tirato fuori il suo ritratto, nel frattempo invecchiato, traviato, malvissuto. È una di quelle interpretazioni che potrebbero portarlo all’Oscar. Ma ogni aspetto di Digger, e il film stesso, sono da premio.

America oggi

In scena, intorno a lui, si muove tutto il caotico e inquietante mondo di oggi. Non è un caso che sia un regista messicano a portarlo in scena, visto il probabile dente avvelenato con l’amministrazione USA. Così Iñárritu mette in scena l’America dove “prima si bombarda poi si chiede” e che, quando ha bisogn,o lancia proclami del tipo “l’America è stata al fianco dell’Europa nella sua ora più buia ed è pronta a farlo di nuovo” mentre non crede affatto a quello che dice. È una frase che oggi suona ironica. Così come è ironico, e per nulla casuale, che al centro di tutto ci sia la Groenlandia, terra oggetto di contesa tra Europa e America, al centro dei desideri di Trump.

Attenti: Digger sta parlando a noi

Il Digger di Tom Cruise è un degno leader dei nostri tempi: bugiardo, egoista, prepotente. Ma il momento più sconvolgente è il suo discorso all’Unione Europea, una scena cult per forma e contenuti. I parlamentari europei sono pronti a farlo nero, a condannarlo e a scaricare su di lui tutte le colpe e la loro rabbia. Ma Digger dice loro una cosa molto semplice. La verità. “Perché non smetto di trivellare? Perché non volete che io smetta. Volete roba che non vi serve consegnata in due giorni.  Volete la libertà di godervi il confort della vostra vita insostenibile”. Digger è solo la punta dell’iceberg. Sta parlando a tutti gli altri politici, ignavi e immobili su ogni politica relativa al cambiamento climatico. Ma sta parlando anche a noi. Noi che ci siamo abituati agli acquisti su Amazon e facciamo sì che merci viaggino per tutto il mondo con un grande consumo di anidride carbonica. Noi che usiamo di continuo l’Intelligenza Artificiale consumando una quantità enorme di energia per alimentarne i server. Tutti noi siamo colpevoli. E, se ora ce ne rendiamo conto, forse è già troppo tardi.

Il grigio di quei politici

In questa scena incredibile i politici che fanno da sfondo al Digger di Tom Cruise in vena di istrionismi sono tutti incolori, omologati, dipinti con lo stesso colore grigio, quello dell’argilla, come se non fossero teste pensanti, ma bassorilievi, parte dell’arredo e fusi con esso, senza identità, senza personalità. È una delle tante scene ad effetto del film. Che a ogni sequenza, ogni quadro, sorprende con soluzioni visive inedite ed eccessive.

Un film farsesco e grottesco, ma dentro amaro e durissimo

Digger è un film che arriva nel solco di Don’t Look Up, la commedia con Leonardo Di Caprio in cui l’asteroide che colpiva la Terra e nessuno voleva vedere era una chiara metafora della crisi climatica. È come se certi temi non si possano toccare su serio, pena il rischio di allontanare il pubblico, ma servano altri registri. Se quel film era una commedia ironica e simbolica, qui si va oltre. È una satira velenosa, un film tra il grottesco e il farsesco, ma dentro amaro e durissimo, un vero pugno nello stomaco. Digger ci fa male perché parla di noi. Siamo un pubblico plaudente e indignato solo a parole che da 30 anni o più assiste a un teatrino sul clima che è solo forma e nessuna sostanza. E continueremo a fare questo. Ad indignarci, ad applaudire ignari che la crisi climatica e già qui. Quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi.

di Maurizio Ermisino