Nella relazione sui risultati del secondo trimestre 2026, Netflix ha informato gli azionisti di aver già utilizzato l’Intelligenza Artificiale in circa 300 tra film e serie tv. Grazie all’AI, ha spiegato l’azienda, la produzione e lo sviluppo dei contenuti stanno diventando “più veloci e meno costosi”. Siamo partiti da questo spunto per parlare di Intelligenza Artificiale con Riccardo Tozzi, uno dei grandi innovatori della produzione audiovisiva italiana. Da circa trent’anni Cattleya è una delle società di produzione più affermate dell’industria audiovisiva italiana, con oltre 70 film e numerose serie televisive all’attivo. La collaborazione con talenti e partner produttivi in Italia e all’estero, insieme alla sperimentazione e alla diversificazione dei generi – dal crime di Romanzo Criminale al teen di Tre metri sopra il cielo, dal melò di Non ti muovere alla commedia di Benvenuti al Sud – hanno sempre caratterizzato l’attività dell’azienda, contribuendo a renderla uno dei protagonisti più riconosciuti dell’industria europea. Film come La bestia nel cuore (candidato all’Oscar come miglior film straniero), Io non ho paura, Mio fratello è figlio unico e Terraferma sono stati distribuiti in tutto il mondo, mentre serie come Gomorra, Suburra e Petra hanno ridefinito il racconto seriale italiano, diventando veri e propri cult. Tra i successi più recenti, la serie Citadel: Diana e Inganno e i film Tre ciotole e Il Falsario. Dal 2009, con la nascita di THINK CATTLEYA, la società è presente anche nel mercato pubblicitario.
Che rapporto è quello di Cattleya con l’AI?
La usiamo. Se però mi chiedi se realizziamo le sceneggiature con l’AI, la risposta è no. Non per un pregiudizio morale, ma perché vengono male. E preferisco litigare con uno sceneggiatore che con una macchina.L’AI è un apparato probabilistico e, come tale, è un grande ordinatore. Ci aiuta a risparmiare tempo perché restituisce risultati che per noi sarebbero impossibili da ottenere con la stessa rapidità. Ma rimangono risultati di natura probabilistica, frutto di processi quantitativi. L’AI può svolgere un importante lavoro di supporto alle attività creative. Ma non c’è niente di più lontano dalla creatività della statistica. La creatività serve proprio a raggiungere l’improbabile, a cogliere l’inatteso, l’incoerente. Pensiamo alla sospensione dell’incredulità, cioè alla sospensione dei meccanismi che stabiliscono ciò che ci aspettiamo. L’AI, invece, fa esattamente quello che ci aspettiamo.
Per che cosa la utilizzate?
Puoi usare l’AI per individuare le scene con più dialoghi all’interno di una sceneggiatura, per segnalare ripetizioni o la mancanza di elementi di novità. Sono aspetti importanti e, su questo, risponde in modo attendibile. Se dico che utilizziamo l’AI, tutti pensano subito che realizziamo sceneggiature, cast o storyboard. Non lo faremo mai, perché sappiamo che il risultato non sarà mai all’altezza. Sono processi che nascono dalla creatività, e la creatività ha la sua origine nell’inconscio. La macchina non può avere un inconscio. Beata lei.
Al di là dell’AI generativa, come entra l’AI nei vostri processi produttivi? Sono nate nuove figure professionali?
Per il momento non sono nate nuove figure professionali. L’AI si è inserita nei processi che già avevamo, semplificandoli. È un grande aiuto. Le schede sui libri, i copioni, i riassunti, i materiali promozionali, per tutto quel lavoro ‘di cucina’ che richiedeva moltissimo tempo oggi c’è un enorme risparmio. Chi se ne occupava può dedicare più energie ad attività creative e complesse. Qualcuno perderà il lavoro? L’audiovisivo è ancora un settore in crescita, ma sappiamo che ogni innovazione tecnologica può produrre questo effetto. Sono invece al sicuro tutte le professionalità con un forte coefficiente creativo. La distinzione tra AI e AI generativa, sinceramente, non la comprendo fino in fondo. Tutta l’AI genera una comunicazione più avanzata. Se però intendiamo ‘generare’ nel senso di creare qualcosa che prima non esisteva, allora questa capacità non la vedo e la considero impossibile. L’AI può combinare elementi già esistenti.
Che cosa pensa dell’AI applicata agli effetti visivi?
Stiamo approfondendo l’impatto su tutto il comparto degli effetti speciali e degli effetti digitali. In quest’area stanno effettivamente nascendo nuove professionalità, nel senso che quelle esistenti si stanno aggiornando con nuove tecniche e, al tempo stesso, stanno arrivando competenze nuove. Nel mondo dei VFX stanno accadendo molte cose già oggi. Ma è ancora presto per dare una valutazione definitiva.
Arriveremo a produzioni a due velocità: una fascia ad alto costo e alta qualità e una più economica realizzata con l’AI? Sta cambiando il gusto del pubblico?
Non si può escludere che nasca una sorta di ‘serie B’, come succede in tutti i mercati, con produzioni di qualità inferiore destinate a pubblici che ogni tanto qualcuno immagina esistano. Io credo invece che siamo tutti pubblico. A volte più preparati, a volte meno. Parliamo di racconto per immagini e penso che oggi il pubblico sia molto istruito. Ho dei nipoti che possiedono una competenza straordinaria nel decifrare il linguaggio audiovisivo. Quando vedo qualcosa realizzato con l’AI, se è fatto in quel modo, me ne accorgo subito.
Con Think Cattleya siete presenti anche nel mercato pubblicitario. In pubblicità le produzioni con AI generativa possono avere più senso?
Le persone con cui lavoriamo, quando glielo chiediamo, ci rispondono che non ci stanno nemmeno pensando. In ogni caso, ci sarebbe sempre una mente umana a organizzare il lavoro prodotto dall’AI, modificandolo e completandolo con le proprie capacità. Se lasci lavorare l’AI completamente in automatico, il risultato può essere agghiacciante. E perfino sottilmente controproducente. L’Ai ha un impatto evidente su tutti i lavori quantitativi. Il telaio a vapore non sostituisce Armani, ma una parte della sartoria di base sì. Al momento, però, non vedo un impatto decisivo sui grandi processi creativi. C’è però un’altra riflessione da fare.
Quale?
Il modello di AI che utilizziamo è quello americano. E rispecchia l’America di oggi: prende tutto con forza e non restituisce nulla. Questo rende il modello chiuso. Cerca di assorbire tutto quello che sai, ma non si lascia modificare nella direzione di ciò che serve davvero a te, e questo puoi saperlo solo tu. Per questo la sua capacità di adattamento e di evoluzione è rallentata proprio dal fatto di essere un sistema chiuso e, direi, rapinatorio.
L’AI pone anche problemi di copyright. Per addestrarsi utilizza testi, immagini e fotografie protetti dal diritto d’autore, senza remunerare gli autori e rischiando di produrre risultati molto simili alle opere originali…
Sono problemi molto seri. La vera battaglia che vedo davanti a noi è definire le regole del diritto nel mondo digitale. Se vai in piazza e insulti qualcuno vieni perseguito dalla legge, se lo fai online, molto meno. È davvero così difficile costruire un sistema giuridico che si adatti alla modernità? Io credo di no. La legge si può adattare a tutto. Anzi, dovrebbe essere tutto ad adattarsi alla legge. Esiste il diritto d’autore ed è stato creato proprio per proteggere i meccanismi di riproduzione della creatività. Se non lo rispetti sei un rapinatore di successo, ma rimani comunque un rapinatore. Se non manteniamo questi principi, non vedo un’evoluzione che favorisca davvero lo sviluppo della tecnologia. Mi sembrano piuttosto giustificazioni di chi vuole approfittarne, e ci riesce semplicemente perché è più forte.
I sostenitori dell’AI generativa sostengono che sia democratica perché permette anche a chi non dispone di grandi mezzi di realizzare visioni che altrimenti non potrebbe mettere in scena. È d’accordo?
Penso che questo sia vero. La digitalizzazione ha indubbiamente ampliato le possibilità di accesso e sarebbe sbagliato demonizzarla o negarne gli aspetti positivi. Il punto è stabilire regole che valgano come in qualsiasi altro ambito. Dire che certe pratiche non rispettano le norme non significa negare la straordinaria portata dell’accessibilità che queste tecnologie hanno introdotto. Sulla presunta democraticità, però, bisogna fare attenzione. L’AI è come un turbo per chi la utilizza. Se chi la usa è intelligente diventa turbo intelligente, ma se chi la usa è ignorante diventa turbo ignorante.
di Maurizio Ermisino