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L’informazione nel mirino. È questo il titolo del 21° Rapporto sulla Comunicazione del Censis, che è stato presentato oggi a Roma, all’Accademia di San Luca. È un titolo dal doppio, anzi triplo, senso. La comunicazione è nel mirino nel senso che è oggetto di studio. Lo è nel senso che ha tutta l’attenzione addosso. Ma, soprattutto, che questi sono anni di guerra ed eventi come quelli che stiamo vivendo hanno uno spazio privilegiato all’interno dei media. Lo stato di guerra è diventato uno stato di guerra permanente, ibrida, virtuale, su larga scala. La conseguenza è una crisi dell’informazione, un problema di indipendenza nel rapporto con i poteri. E anche una rottura del rapporto di fiducia nei confronti delle fonti dei mezzi di informazione: l’informazione è accusata di partigianeria e di perdita di indipendenza. E sta vivendo una sorta di delegittimazione. L’informazione nel mirino vuol dire anche che, nel 2025, 129 giornalisti hanno perso la loro vita sul campo.
Informazione: telegiornali e Facebook
I dati, ma anche l’osservazione ad occhio nudo, di dicono che oggi esiste una nuova gerarchia mediale: si sono moltiplicate le fonti di informazione ed è cambiato l’accesso alle fonti. Il palinsesto che ognuno di noi si crea è alla ricerca di una nuova autorevolezza per ricostruire un rapporto di fiducia con l’informazione. Andando a vedere i mezzi di informazione che sono stati consultati negli ultimi 7 giorni, vediamo al primo posto i telegiornali (43,9%), seguiti da Facebook (33,1%), dai motori di ricerca (23,2%), dalle tv all news (16,6%), YouTube (15,9%), giornali radio (15,6%), siti web di informazione e altri i social come Instagram e TikTok.
Social media, il successo dei reel
A proposito dei social media, alla domanda “come considera il suo atteggiamento nei confronti dei reel”, cioè dei video brevi, il 34,7% li guarda ma riesce a limitarsi, il 18,5% non li guarda. Li guarda poco o distrattamente il 39,8%, e chi una volta che inizia non riesce a fermarsi è il 7%. Il 22,6% degli italiani che usano i social si è fermato su un meme, e da quello è andato ad approfondire una notizia.
Paludi mediatiche, come si orientano gli italiani nella crisi epistemica
Cosa pensiamo davvero dell’informazione? Il Censis ha provato a chiedere agli italiani degli aggettivi per definirla. E la risposta è stata che l’informazione è condizionata (31,5%), inattendibile (21,7%), affidabile (17,9%). E, ancora, è polarizzata, ideologica, libera, sensazionalistica, riflessiva, indipendente, emergenzialista, gridata, approfondita, bellicistica, moralistica e fondata. Rispetto all’informazione più diffusa, il 31,4% verifica la veridicità delle notizie che vengono riportate dai media più noti, il 31,3% dai media indipendenti.
Social detox, connessioni sospese
Ma i social sono così onnipresenti nella nostra vita che in molti sentono la necessità di disintossicarsi. Ma molti altri no: il 42,9% non crede di avere bisogno di una pausa, mentre il 15,3% ne sente la necessità e lo fa regolarmente. L’11,9% degli intervistati si è cancellato da alcuni social. In generale, però, il 54,8% non ha mai sentito l’esigenza di prendersi una pausa dai social. Ma che rinunce comporterebbe uscire da queste piattaforme? Non poter comunicare con gli amici (29,7%), non riuscire a informarsi in tempo reale (23%), sentirsi isolati o tagliati fuori (19,9%): è la cosiddetta FOMO.
Le community online, positive o negative?
Social media vuol dire anche community online: il 17,9% degli italiani afferma di far parte o di aver fatto parte di una community digitale: i più attivi sono i 45-64enni (21,1%). Ma far parte di una community è qualcosa di positivo o di negativo? Sul perché si entri in questi circoli le risposte sono “mi ha permesso di incontrare persone con i miei stessi interessi” (43,9%), “mi ha aiutato a sviluppare nuove competenze” (34,4%), “mi sento o mi sono sentito meno solo” (12,6%). L’idea è che la community online sia una comfort zone in cui ci si rifugia per evitare il disorientamento dovuto anche a quella moltiplicazione delle fonti di informazione di cui stiamo parlando. È un ambiente informativo alternativo e identitario. Ma c’è il rischio di stare in una bolla in cui si trovano solo persone simili a sé, rafforzando alcune idee invece di confrontarsi davvero.
AI, chiedilo a Chat
E, a proposito di moltiplicazione delle fonti di informazione, sappiamo che ormai ce n’è una nuova. A tutti gli effetti lo è ormai l’AI. Ma gli italiani si sentono a loro agio a informarsi attraverso notizie interamente generate dall’AI? Risponde di no il 61,6%, di sì il 38,4%. Nel dettaglio, le risposte sono “sì, solo se i contenuti fossero supervisionati da esseri umani” (30,1%), “sì anche se fosse completamente gestito dall’AI” (8,3%), “no, sarei preoccupato per il rischio di disinformazione o fake news” (34,8%) e “no, perché do più valore a un prodotto di esseri umani” (26,8%).
Mappa e fenomenologia dei consumi mediatici
Come è cambiato il consumo dei media in Italia dal 2019 al 2025? L’uso dei social network è aumentato del 37,2% e quello di internet del 45%; quello degli smartphone del 75,3%. È una sorta di alleanza che guida il nostro accesso all’informazione e ai media. In calo invece libri ed e-book (-13%), mensili (-10,9%) e settimanali (-22%), mentre crescono i siti di informazione (+20,2%), la radio (+1,3%) e cala leggermente la TV (-3,2%). Il digital divide si è ridotto: le persone escluse da internet sono passate dal 26,3% all’11,8%, mentre l’accesso alla rete è salito dal 73,7% all’88,2%.
Reel e YouTube, cambia la grammatica della comunicazione
È il caso di tornare su alcuni dati per approfondire. L’informazione sui social media porta a seguire nuovi formati video, più brevi come i reel o più lunghi come i video su YouTube. L’informazione si trasforma nella sfera del reel. “L’informazione sotto forma di reel richiede una sintesi del linguaggio”, commenta Alice Oliveri, giornalista e massmediologa. “È un linguaggio più semplice, immediato, più chiaro, ma anche semplificato. C’è il ricorso alle parole chiave, quelle che una volta erano gli hashtag”. La giornalista cita anche esempi come l’uso dei reel da parte della Presidente del Consiglio o formati lunghi come i podcast su YouTube, a dimostrazione di una comunicazione sempre più ibrida.
I social vogliono massimizzare la nostra dipendenza
Un altro dato rilevante riguarda il tempo trascorso davanti agli schermi. A livello globale, la media è di circa 5 ore al giorno, con picchi ancora più alti. Di queste, circa 4 ore vengono spese sulle app social, spesso appartenenti agli stessi gruppi. “Queste app raccolgono dati sugli utenti e decidono quali contenuti mostrare e con quale frequenza”, spiega Juan Carlos De Martin del Politecnico di Torino. “L’obiettivo è massimizzare la permanenza sulle piattaforme, influenzando opinioni, emozioni e comportamenti delle persone”.
Giornalismo senza informazione, informazione senza giornalismo
Infine, il tema dell’informazione viene letto attraverso una triangolazione definita “MICS”: marketing, information, communication system. “I confini tra marketing, comunicazione e informazione sono sempre più labili”, osserva Francesco Giorgino. “Siamo nell’era dell’informazione senza giornalismo e, talvolta, del giornalismo senza informazione”. Da un lato, contenuti non professionali vengono percepiti come informazione; dall’altro, il giornalismo rischia di inseguire le logiche di mercato, privilegiando ciò che interessa al pubblico rispetto a ciò che è davvero rilevante.
di Maurizio Ermisino