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“In un futuro non troppo lontano”. È la frase che apre Sheep in the Box e che, più che collocare la vicenda in un domani imprecisato, stabilisce subito un patto con lo spettatore. Non serve immaginare un mondo fantascientifico, basta spostarsi appena oltre il presente perché ciò che il film racconta diventi credibile. È in quel “non troppo lontano” che Kore’eda colloca il cuore della sua riflessione, suggerendo come le tecnologie che sembrano appartenere al futuro siano già entrate, almeno in parte, nella nostra quotidianità. L’Intelligenza Artificiale non è qui un espediente narrativo né un pretesto spettacolare, ma il dispositivo attraverso cui interrogare il dolore, il lutto e il desiderio ostinato di negare l’assenza. Da questa premessa nasce il progetto della Re-Birth, un’azienda che promette l’impossibile, restituire ai genitori un figlio perduto attraverso un androide indistinguibile dall’originale. È l’offerta che viene rivolta a Otone e Kensuke, coppia devastata dalla morte del bambino. Ma, come accade spesso nel cinema di Kore’eda, il vero tema non è la tecnologia in sé, bensì ciò che essa rivela dell’animo umano, della memoria e dell’impossibilità di sostituire davvero chi non c’è più.
Emozione e riflessione
Sheep in the Box si muove costantemente su un doppio registro, facendo convivere senza mai risolverli del tutto due livelli di lettura. Il primo è quello emotivo, che affonda nel dolore privato di due genitori costretti a confrontarsi con la perdita di un figlio. Kore’eda lo racconta con la consueta delicatezza, evitando ogni deriva melodrammatica e affidandosi a una messa in scena fatta di silenzi, sospensioni e piccoli gesti, dove il lutto è qualcosa che continua a sedimentare più che a esplodere. Il secondo è quello della riflessione etica, quasi filosofica, sulle possibilità offerte da una tecnologia che procede a una velocità tale da rendere plausibile ciò che fino a ieri apparteneva alla fantascienza. Robotica e Intelligenza Artificiale diventano così il terreno su cui il film si interroga non tanto su ciò che è possibile fare, quanto su ciò che è giusto desiderare. Perché se la tecnologia può imitare un volto, una voce, perfino un comportamento, resta aperta la domanda fondamentale: può davvero restituire una relazione? O rischia soltanto di trasformare l’assenza in una presenza impossibile da accettare?
La stessa storia di Spielberg?
Il riferimento più immediato è inevitabilmente A.I. – Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg. Anche lì un bambino artificiale diventa il centro di una riflessione sull’amore, sulla perdita e sull’identità. Ma è soprattutto nelle differenze che emerge la cifra di Kore’eda. Spielberg allargava progressivamente il racconto fino a trasformarlo in una grande favola sul destino dell’umanità, il regista giapponese, invece, restringe il campo e concentra tutto sul dolore privato di una famiglia. Gli altri personaggi restano sullo sfondo, mentre scompaiono quasi del tutto i temi della paura della tecnologia o del conflitto tra uomini e macchine. Quello che interessa a Kore’eda è una domanda più semplice e insieme più radicale: un’intelligenza artificiale può davvero lenire un’assenza? È per questo che il film rinuncia ai colpi di scena e preferisce un tono misurato, lasciando spazio alla riflessione più che all’emozione. Il paragone con Spielberg è inevitabile, ma durante la visione finisce quasi per svanire: stesso punto di partenza, due sguardi profondamente diversi.
Fino a che punto spingersi nel creare?
Ma Sheep in the Box allarga continuamente il proprio sguardo. Alla creazione artificiale contrappone quella naturale, evocata dai continui richiami ad alberi, piante e al legno, materia viva con cui lavorano i due protagonisti, entrambi architetti. Non è un dettaglio, Kore’eda affida proprio a chi costruisce per mestiere il dilemma della creazione. Da una parte c’è la natura dall’altra la tecnologia, da una il legno dall’altra plastica e acciaio. È su questo contrasto che il film pone la sua domanda più profonda: fin dove è lecito spingersi nel creare? Se trasformare un albero in una casa appartiene all’ordine delle cose, lo è anche replicare un essere umano, nei suoi tratti e nella sua coscienza? E, se accade, quale posto gli spetta nel mondo?
L’AI non si arrabbia
Sheep in the Box, il titolo rimanda a una favola che la madre legge al bambino e che acquista pieno significato solo nel finale. E’ uno di quei film che non si esauriscono con i titoli di coda. Anzi, è proprio dopo la visione che continua a lavorare, moltiplicando interrogativi più che offrendo risposte. Tra i molti, ce n’è uno che colpisce in modo particolare. A un certo punto un essere artificiale afferma: “Essendo costruiti con sentimenti positivi, anche se ci trattate male non ci arrabbiamo”. Una battuta che parla già al nostro presente. Anche le intelligenze artificiali con cui oggi dialoghiamo sono progettate per essere collaborative, accomodanti, raramente conflittuali. È una caratteristica rassicurante, ma che apre una domanda tutt’altro che secondaria, che cosa perdiamo se le macchine smettono di contraddirci e finiscono soltanto per confermarci?
di Maurizio Ermisino