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Venezia è Venezia. Lo sappiamo, abbiamo rubato il claim a un altro festival. Ma è davvero il caso di dirlo. Perché la Mostra del Cinema ha sempre qualcosa di magico, e ogni volta continua a stupire. È sempre la stessa storia: a luglio esce il programma, e ci si lamenta che mancano i film di Hollywood, che mancano i divi, che mancano gli Autori dal grande nome. Poi la Mostra di Venezia inizia davvero. E quando arriva il buio in sala e si vedono i film, scevri da pregiudizi, si comincia a capire che la Settima Arte può riservare sempre delle sorprese.
Possibili Leoni d’Oro: Wild Horse Nine, Possible Love e Woman Unknown
Abbiamo già dei possibili Leoni d’Oro, con vista Oscar. Il primo amore è stato Wild Horse Nine di Martin McDonagh (l’autore di Tre Manifesti a Ebbing, Missouri), con un grande John Malkovich in uno di quei ruoli capaci di valorizzare il suo lato di mattatore e di lanciarlo verso l’amata statuetta. Lui e Sam Rockwell sono due improbabili agenti della CIA in Cile alla vigilia del colpo di stato di Pinochet. Il personaggio di Malkovich, uomo che sapeva troppo, anziano e malato, decide di andare a vedere uno di quei posti che non si possono perdere, l’Isola di Pasqua. È un film che fa commuovere e sorridere, in cui l’ironia stempera la solitudine e l’amarezza. E con un regista inglese che sa leggere le contraddizioni dell’America di ieri e di oggi meglio di chiunque altro.
Le contraddizioni della Corea, Paese ricco e in grande ascesa a livello di influenza culturale, ma anche simbolo di pesanti diseguaglianze, sono raccontate da Possible Love di Lee Chang-dong. È la storia di un operaio che è stato licenziato e di una regista borghese che vuole raccontarlo in un documentario. Il film prende spunto da una storia vera, uno sciopero represso con violenza, ma è anche un omaggio al Decalogo di Kieślowski, una storia in cui l’amore prevale sulla ricchezza. Il film racconta la lotta di classe in modo speculare a film come Parasite di Bong Joon-ho e No Other Choice di Park Chan-wook: non c’è la loro velenosa satira sociale ma uno sguardo più intimo e malinconico. Ne sentiremo parlare e non solo come possibile Leone d’Oro. È già il candidato della Corea all’Oscar e lo vedremo a novembre su Netflix.
Si candida al Leone d’Oro, o almeno a un posto tra i premi, l’unica regista donna in concorso (in realtà si è aggiunta anche Rachel Szork, coautrice del film NAZA, che verrà presentato i prossimi giorni). È May el-Toukhy, regista danese di origini egiziane, che ha presentato Kvinde Ukedt (Woman Unknown). È la storia di una donna che sta per sposare un ricco vedovo. Siamo nel 1945, alla fine della guerra, e la donna porta con sé un segreto. Woman Unknown è un film che parla del disprezzo per il corpo delle donne, di indipendenza femminile, di differenza di classe, delle ferite che si porta dietro la guerra. A proposito della polemica sulla scarsa presenza femminile a Venezia, l’autrice danese ha detto la sua. “La questione è strutturale, mi ci sono scontrata lungo tutta la carriera. Il mio film parla dell’invisibilità delle donne nella storia, della difficoltà di far sentire la propria voce. Come tante colleghe ho avuto più difficoltà a trovare i budget dei miei film rispetto ai colleghi uomini. Le cose cambiano lentamente”. Proprio per la scarsa presenza di registe donne, a Venezia è andata in scena la protesta dei ventagli con la scritta #SoloUna.
Nanni Moretti, splendido settantenne
Questi primi giorni di Festival sono stati anche quelli del nostro Nanni Moretti, con il suo Succederà questa notte, in concorso. Tempo fa aveva detto che gli sarebbe piaciuto fare sempre lo stesso film, ma sempre più bello. Ora ha cambiato idea e ha firmato un film diverso, che lascia da parte la politica e gli intellettualismi per raccontare l’emozione, quell’amore che ‘o è tutto o è niente’. Raccontando due personaggi, Louis Garrel e Jasmine Trinca, che si amano lungo 17 anni, ci parla di sentimenti e si lascia andare. Non a tutti è piaciuto, perché tanti amano il Nanni più politico, ma questo ‘splendido settantenne’ ha ancora molto da dire. E anche da ballare, perché non mancano le sue coreografie e la grande musica, da Bruce Springsteen ai Rolling Stones. Lo vedremo al cinema dal 3 dicembre.
Cinema italiano: abbiamo un problema?
Continuano gli interrogativi sul cinema italiano. Ci si chiede se portare così tanti film nostrani al Lido serva davvero a valorizzarli, o piuttosto rischi di farli passare in secondo piano, di ammassarli in un tritacarne mediatico. Il rischio è quello di confondere autori e attori e di fornire loro una passerella effimera, visto che il giorno dopo ne arriva un altro, o altri due o tre. Non aiuta il fatto che molti film siano interpretati sempre dagli stessi nomi, che si spera portino il pubblico in sala. In generale, è un cinema italiano che osa poco, preferendo le proprietà intellettuali collaudate, cioè gli adattamenti dai libri, le solite storie, la canzone ad effetto. Vanno comunque fatti dei distinguo. Balcanica, di Nicola Sorcinelli, uno dei nostri giovani registi più promettenti, con Matilda De Angelis, parla di migrazioni, e andrà seguito con attenzione. Nessun dolore di Gianni Amelio, con Alessandro Borghi e Valeria Golino, parla di accoglienza: non ha convinto tutti, ma il tema è importante, e parliamo di un grande regista. La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini è tratto dal romanzo di Nicola Lagioia e parla dell’omicidio di Luca Varani. Il regista ha scelto di discostarsi dal romanzo, che si concentrava sull’omicidio, per raccontare la storia della vittima prima della morte. È stato accolto con applausi e fischi. Ma anche a questo film va data una possibilità.
I voti della critica
Chiudiamo con i voti della critica ai film presentati finora in concorso. Per quella italiana, Wild Horse Nine è davanti a Possible Love, a 15/18 di Cedric Kahn e a Succederà questa notte e Ink di Danny Boyle. Per la critica internazionale Possible Love è davanti a Wild Horse Nine, Ink, Woman Unknown e Succederà questa notte. Tra meno di una settimana sapremo che aveva ragione.
di Maurizio Ermisino