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In cerca dell’eco di Bernardo Bertolucci. È così che ci siamo avvicinati alla visione di The Echo Chamber, il nuovo film di Andrea Pallaoro, che è stato presentato al Festival di Venezia e arriva nelle sale il 10 settembre. Il film, infatti, è tratto dall’ultima sceneggiatura scritta dall’autore di Ultimo Tango a Parigi e L’ultimo imperatore, uno dei grandi registi del nostro cinema, che ci manca tantissimo. Bertolucci, nella visione di questo film, lo abbiamo trovato. A partire da quella storia chiusa in un appartamento, che era già stato lo schema di Ultimo tango, ma anche de L’assedio, The Dreamers, Io e te. Ma abbiamo trovato anche Andrea Pallaoro, regista che ha una sua poetica e ne ha fatto un film suo. In quest’opera c’è tutto il suo tipico lavoro di sottrazione. Dove Bertolucci era passione e impeto, Pallaoro è controllo, freddezza, distanza. Come, tra l’altro, la storia richiede. Il regista sceglie un formato di 4:3, quel formato ‘quadrato’ che serve a stringere ancora di più l’immagine, a suggerire l’effetto di chiusura, a sottolineare il confinamento dei personaggi dentro un luogo chiuso. Ne esce un film rarefatto, ipnotico, magnetico.
Leo e Anne, così lontani così vicini
In The Echo Chamber i confini tra presenza e assenza, cura e dipendenza, desiderio e controllo si confondono fino a dissolversi. Leo è un musicista, che da tempo soffre per un’ernia al disco invalidante. Anne è il medico che inizia a curarlo con massaggi e iniezioni, finendo per alleviare non solo un dolore fisico, ma anche un malessere esistenziale. I due iniziano una relazione. Ma il ricorso di Leo ai farmaci diventa dipendenza, e poi overdose. Il malore di Leo – con cui inizia il film – finisce per dividerli. E così Leo e Anne si inseguono, si sfiorano, si perdono, si cercano. Lei lascia la casa. Ma quando lui non c’è lei rientra. Lo cerca in una torta da mangiare. In una tazza rotta per la rabbia. Lui la trova nel suo profumo su un cuscino o su un vestito. In quella tazza che è stata riparata. Intanto, tra le stanze risuona la voce di Ava che attraversa il tempo e lascia affiorare ciò che resiste, o che non può più essere trattenuto.
Quell’appartamento è un protagonista della storia
Luca Marinelli è Leo, Alicia Vikander è Anna e Susan Sarandon, Ava. I tre attori, in scena, adottano una recitazione minimalista, essenziale, funzionale alla visione che il regista ha del racconto. I loro corpi, e i loro volti, fanno lo stretto necessario per far uscire l’emozione dei loro personaggi, che, lentamente, finisce per arrivarci tutta. Ma, accanto a loro, l’appartamento è un vero e proprio personaggio della storia. Carico di senso e di suggestioni, pieno di libri, strumenti musicali, degli iconici amplificatori Marshall, parla da sé e parla di sé, oltre che di chi lo abita. E’ un protagonista del film anche perché, con i suoi spazi, le sue opportunità, i suoi oggetti, è un soggetto che permette ai due protagonisti di dialogare. È colui che fa da tramite, che passa la parola, che trasmette il messaggio. Come quando permette di far risuonare a quella canzone: Call My Name, chiama il mio nome. La Echo Chamber è quella stanza enorme utilizzata in discografia per mandare la musica a grande volume e creare l’effetto eco. L’appartamento di Leo diventa così una camera dell’eco nel senso che amplifica i sentimenti.
La musica di Clément Ducol è eccezionale
A proposito di eco, la musica risuona sempre forte, potente, in primo piano, e diventa a sua volta protagonista, portatrice dei frammenti del discorso amoroso. Andrea Pallaoro per la colonna sonora si è affidato a Clément Ducol, Premio Oscar per la Miglior Canzone Originale con il brano El Mal del film Emilia Pérez. Ducol riesce a creare una musica estatica, oscura, assolutamente credibile come album di ritorno di una grande rockstar che affronta una nuova fase della sua vita. La voce di Susan Sarandon, bassa, profonda, rende questa musica vibrante e concreta. Ma anche Luca Marinelli non è da sottovalutare come cantante. Il pianoforte e la batteria fanno il resto.
Il finale non convince
Se qualcosa non ci convince appieno è il finale, con un altro colpo di scena, che lasciamo a voi decifrare. Ma che potrebbe suonare pessimista. Bernardo Bertolucci aveva scritto la sceneggiatura (con Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi) nei suoi anni di malattia. E la cosa ci sta. Non è che un film non debba chiudersi in maniera negativa. È che l’arco narrativo, che passava dalla malattia alla catarsi, dall’allontanamento al riavvicinamento, dalla chiusura alla riapertura al mondo, sembrava, prima del finale, avere una parabola compiuta. Ma ognuno è libero di raccontare la storia che vuole.
Bertolucci e le storie in un interno
E in The Echo Chamber, in fondo, l’eco di Bernardo Bertolucci lo abbiamo sentito. Questa storia si aggiunge ai suoi ritratti in un interno, ai suoi altri appartamenti. Quello di Ultimo tango a Parigi era un locale vuoto, ordinario, scarno, e doveva essere così in quanto zona franca, senza regole, dove i protagonisti potessero far uscire la loro vera natura, il desiderio senza freni. Quello de L’assedio era invece pieno, c’era la storia di chi lo abitava, ed era soprattutto un rifugio, accogliente ma obbligato, l’unico porto sicuro per chi stava migrando ed era in pericolo. L’appartamento di The Dreamers era povero, ma ricco di vita e di spunti, a rappresentare l’energia dei suoi giovani protagonisti, una ‘provetta’ chiusa in cui far scatenare le reazioni chimiche tra gli elementi. Quello di Io e te non era neanche una casa, ma una cantina, caotica e disordinata, luogo di incontro fortuito, e fortunato, tra un fratello e una sorella. E poi c’è l’appartamento di questo film. Sono tutti luoghi che fanno da catalizzatori ai rapporti, casse di risonanza alle emozioni, detonatori di amori di diverso tipo. Bernardo Bertolucci ci manca tantissimo. E questo film lo ha riportato tra noi.
di Maurizio Ermisino