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Venezia 83: Il Leone d’Oro, lo sapete, è donna. Cinema italiano meglio di 10 anni fa. E le polemiche?

Non erano passati neanche pochi minuti dopo la proclamazione del Leone d’Oro al Festival di Venezia, sabato sera, che già erano partire le polemiche. Sì, perché in concorso c’era una sola donna alla regia, e proprio quella donna è stata premiata. Il riconoscimento più importante è andato infatti May el-Toukhy per il su film Kvinde Ukedt (Woman Unknown), che è partito dal Lido anche con la Coppa Volpi alla migliore attrice, Mathilde Arcel, caso più unico che raro

La polemica allora nasce dal fatto che, secondo alcuni, il verdetto della giuria sia stato praticamente già deciso a tavolino, a priori, dalla presidente Maggie Gyllenhaal, proprio per compensare la scarsa presenza femminile in concorso. Sarebbe quindi stato decisamente politico prima che artistico. A suffragare la tesi, alcune dichiarazioni della regista americana nei giorni scorsi. “I film sono fondamentalmente, inevitabilmente politici” aveva detto. E anche “c’è un problema sistemico per le donne nel cinema”. Da qui l’idea di un verdetto mirato. Ma le discussioni non si fermano qui. Il fatto di avere assegnato due premi allo stesso film dimostra un endorsement ancora più forte per Woman Unknown. Il regolamento non lo prevede, a meno che non ci sia un voto all’unanimità. Se pensiamo che, ai tempi di The Wrestler di Darren Aronofsky, meritatissimo Leone d’Oro, il presidente di giuria Wim Wenders non aveva potuto premiare un grandissimo Mickey Rourke come miglior attore, il tutto suona eccessivo. Ma è davvero così?

Essere politico non è un male

Maggie Gyllenhaal ha smentito la teoria della scelta politica. “Vorrei solo celebrare un film importante, quasi un raggio laser, e giudicarlo per il suo valore”. Ma, al di là delle dichiarazioni, a detta di tutti gli addetti ai lavori Woman Unknown è davvero un bel film, intenso, con un tema importante. Spesso, ricordiamolo, la polemica nasce dalla nostra delusione. Si cerca un difetto nella scelta della giuria soltanto perché non viene premiato un film che a noi è sembrato migliore. E così le discussioni nascono anche dalla delusione per non aver visto premiati due dei film definiti all’unanimità bellissimi: Possible Love di Lee Chang-dong, che ha vinto comunque il Gran Premio della Giuria, e Wild Horse Nine di Martin McDonagh, che ha avuto il riconoscimento della Coppa Volpi per il miglior attore a John Malkovich. Era anche prevedibile: potendo valorizzare un film sottolineando la prestazione di un grande attore, e lanciarlo verso l’Oscar, era un’occasione perfetta. In ogni caso definire un verdetto ‘politico’ non deve neanche essere considerato qualcosa di negativo. Tra gli addetti ai lavori c’è chi ha parlato di scelta politica rallegrandosi che sia andata così. In fondo, non solo il vincitore, ma tutti i film premiati hanno un contenuto che guarda alla società: Possible Love parla di licenziamenti e lotta di classe in Corea, Wild Horse Nine dell’America e delle sue malefatte nel mondo. Dau, che ha vinto il premio per la Miglior Regia, è girato da Ilya Khrzhanovsky, regista dissidente russo. Un bon petit soldat, di Stephane Brizé, premiato per la Miglior sceneggiatura, è un viaggio nel mondo del lavoro con le sue dinamiche, i giochi di forza e il mobbing. È ovviamente politico il Premio Speciale della Giuria (di fatto l’ultimo per importanza) a NAZA, di Yuval Abraham e Rachel Szor, che parla della situazione tra Israele e Palestina con una forza che è anche artistica e visiva, e non solo quella del suo messaggio. Non ha vinto il Leone d’Oro, come accadde lo scorso anno con La voce di Hind Rajab. Ma quest’anno non ci sono state polemiche in questo senso. La cosa di cui rallegrarsi è che sono tutti degli ottimi film e che arriveranno al cinema.

Il cinema italiano sta male?

Dal verdetto della giuria non ne esce bene il cinema italiano, almeno per quanto riguarda il concorso principale, e non ne esce bene 01 Distribution, cioè Rai Cinema: 5 film su 21 in concorso e nessun premio. Non è stato premiato Nanni Moretti, nonostante il suo ritorno a Venezia fosse un evento, non è stato premiato Paolo Strippoli, il nuovo che avanza nel nostro cinema, non sono state premiate neanche le nostre attrici, Vanessa Scalera, Alba Rohrwacher e Jasmine Trinca. Segno che il cinema italiano soffre dei problemi che vi abbiamo raccontato nei giorni scorsi. Ma non aver ricevuto premi dà la misura di un cinema italiano in crisi? Anche qui le vedute sono differenti. Vi riportiamo due pareri illustri.

Paolo Mereghetti, nel suo articolo sul Corriere della Sera il giorno seguente ai verdetti scriveva: “Da oggi si aprirà il dibattito, speriamo serio, sulle debolezze del nostro cinema di cui si è avuta l’ennesima conferma anche nel confronto con le opere straniere in gara per il Leone d’Oro. In apertura di Mostra notavo che il nostro cinema sembra prigioniero di un eccessivo ripiegamento su sè stesso, incapace di aprirsi al confronto con la realtà, l’operazione che hanno fatto i film che hanno vinto. Adesso bisognerà elaborare la disfatta nazionale, un argomento su cui non si dovrà tirare in ballo solo la fragilità produttiva di casa nostra, ma anche certe scelte dei selezionatori e del direttore”.

Mario Sesti, che dai sui profili social fa un ragionamento di altro tipo: “Ma come si fa a credere che una cinematografia si valuti dai premi di una giuria di un festival? Vado a Venezia dal 1978, non mi ricordo una giuria che sia una che li ha azzeccati o fatto diventare un film un’opera epocale grazie ad un premio. Io ho visto un horror italiano di livello internazionale finalmente (L’estranea di Paolo Strippoli: potrebbe essere anche spagnolo o francese), un esordio italiano cui non ho fatto altro che pensare dopo la visione (I figli della scimmia di Tommaso Landucci, con uno Scamarcio straordinario), i più bei film di Amelio e di Moretti da molti anni a questa parte. Due film solidi e ammirevoli di Edoardo De Angelis e Mario Martone tratti da due voci importanti della letteratura italiana. E una Alba Rohrwacher impressionante in un film francese (Un bon petit soldat, di Brizé). Non sarebbe meglio fare i critici e dire la propria sul cinema italiano che è migliore adesso di quanto non lo fosse, tipo 10 anni fa, invece che fare la critica dei verdetti delle giurie che è come lamentarsi dei meteorologi che non ne azzeccano una?”.

Il bicchiere mezzo pieno

Lo diciamo spesso, in fondo i premi li assegna una giuria di 7 persone, neanche tutti addetti ai lavori. Per cui non hanno validità oggettiva. Cosa, poi, che per l’arte non esiste mai. Detto che I figli della scimmia ha vinto due premi a Orizzonti (Scamarcio Miglior Attore e Sceneggiatura) e ne siamo orgogliosi, ci resta solo una cosa da fare: andare al cinema.

di Maurizio Ermisino