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Kokuho – Il maestro di kabuki, il film che ha conquistato il Giappone, e Tom Cruise, arriva in Italia il 30 aprile

Diretto da Lee Sang-il e candidato agli Oscar 2026 per il miglior trucco, è al cinema da oggi dopo l’anteprima nazionale al Far East Film Festival 28 di Udine

È una gioia per gli occhi, e un dolore per il cuore, come spesso accade per le storie giapponesi. Kokuho è un vero e proprio fenomeno culturale, un successo al botteghino senza precedenti in Giappone: è stato il maggior incasso della storia per un film live action. È una sontuosa opera capace di coniugare la grandiosità stilistica alla profondità narrativa, e conquisterà sia chi ama il Giappone e la sua cultura sia chi non la conosce ma ne è incuriosito. E, anche in Italia, sono sempre più le persone, soprattutto giovani e giovanissimi, a subire il fascino del Sol Levante. Kokuho ha già fatto molto parlare di sé sin dalla sua anteprima alla Quinzaine di Cannes. Ma ha fatto notizia anche il grande entusiasmo di una star come Tom Cruise, che non si è risparmiato nei suoi elogi alle straordinarie performance del cast in occasione dell’uscita negli Stati Uniti. Come si può immaginare dal sottotitolo italiano, Kokuho è un viaggio dentro l’antica e immateriale arte del teatro kabuki, che affascinò anche David Bowie negli anni Settanta, ai tempi del suo Ziggy Stardust.

Il più grande maestro di kabuki

Kokuho – Il maestro di kabuki è la storia di Kikuo, figlio di un boss della yakuza, e del suo difficile cammino nel mondo esclusivo e rigoroso del kabuki. Il giovane Kikuo (Soya Kurokawa/Ryo Yoshizawa) si fa notare durante un banchetto a Nagasaki esibendosi in un ruolo kabuki femminile. Tra gli ospiti lo nota l’attore kabuki Hanjiro Hanai (Ken Watanabe), che riconosce immediatamente il talento del quattordicenne. Dopo la morte del padre di Kikuo, Hanjiro accoglie il ragazzo con sé e si trasferisce con lui a Osaka. Lì, Kikuo cresce insieme al figlio di Hanjiro, Shunsuke (Keitatsu Koshiyama/Ryusei Yokohama). Nonostante le loro diverse origini, i due stringono una forte amicizia, mentre vengono formati insieme sotto la guida di Hanjiro. Solo uno di loro, però, diventerà il più grande maestro di kabuki della sua epoca…

Yoshizawa Ryō, avvicinare il kabuki ai giovani

L’idea di questo film arriva da lontano. Circa 15 anni fa a Lee Sang-il era venuta l’idea di realizzare un film sugli onnagata, cioè quegli attori maschi che interpretano personaggi femminili nelle rappresentazioni kabuki. È stato l’incontro con Yoshida Shūichi, autore del romanzo Villain, da cui aveva tratto un film, a rendere possibile questa idea, quando decise di pubblicare un romanzo a puntate su un quotidiano sul tema del kabuki. “È un’arte conosciuta in Giappone, ma non sono moltissime persone che vanno a vedere il teatro kabuki dal vivo” ci ha spiegato il regista. “Sono soprattutto persone di età adulta. Ma pian piano anche i giovani hanno iniziato ad avvicinarsi a questo film grazie ai giovani attori protagonisti. Il mondo del kabuki è visto come un mondo complesso, inaccessibile, ma la loro presenza è riuscito ad abbattere le barriere tra i giovani e questa arte”. Lee Sang-il si riferisce a Yoshizawa Ryō, l’attore protagonista che ha tutto il film sulle sue spalle, molto popolare in Giappone. È lui a immergerci nel mondo del kabuki. In particolare, in una scena vissuta dal punto di vista dell’attore che vede il pubblico. “Così abbiamo la possibilità di vivere l’interiorità dell’attore, capire che cosa provi in quel momento. È questo che ho provato a fare quando ho girato questo film”.

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Yakuza e kabuki, così lontani così vicini

Kikuo è figlio di un boss della malavita, e la sua vita segnata dalle benedizioni e maledizioni legate alla sua famiglia, che lo accompagnano nel suo cammino nel mondo del kabuki. Il film vive su questa dualità, quella tra il teatro e la criminalità, il kabuki e la yakuza: mondi lontani, ma con dei tratti comuni. Entrambi hanno le loro regole, i loro rituali. “Sicuramente la violenza va molto lontano dal mondo dell’arte e del kabuki” ci spiega il regista. “Ma sono vicine, ad esempio nel senso che molto spesso non si accetta qualcuno che viene da un mondo esterno”. “Sono andato a vedere il Colosseo dall’esterno” ci svela. “Molte persone che allora guardavano queste battaglie in cui uno ruba la vita a un altro probabilmente si emozionavano, avevano dei sentimenti positivi. Nella yakuza la forza viene dalla violenza, nel kabuki viene dalla bellezza. Ma è qualcosa che muove il cuore delle persone. Guardate l’espressione di Kikuo quando vede la morte del padre: la vede come bellezza, come qualcosa di sereno, che rimane negli occhi. È una scena molto importante. Raffigura la bellezza attraverso la violenza”.

Il sacrificio nella cultura giapponese

Uno dei temi del film è il sacrificio. Alla fine del film si sacrificano tutti, c’è un sacrificio continuo. È un aspetto che fa parte della cultura giapponese. “Nella cultura giapponese, come vediamo molto spesso anche nei film di Samurai, molti sacrifici sono legati all’onore, a una posizione che un Samurai raggiunge” commenta l’autore. “In questo caso Kikuo vede il Maestro Hanjiro di Ken Watanabe che ha raffinato l’arte del kabuki. La parte del sacrificio nel mondo del kabuki è un aspetto fondamentale, oltre al talento”.

La cultura giapponese è amata in tutto il mondo

La cultura giapponese sta diventando sempre più amata e apprezzata in tutto il mondo, anche in Italia. A pochi metri dal cinema Quattro Fontane, a Roma, dove abbiamo incontrato il regista di Kokuho, c’è una mostra del pittore Hokusai. I ragazzi amano i manga e gli anime. E guardano al Giappone come noi, da giovani, guardavamo l’Inghilterra e l’America, che ora non sembra più avere l’egemonia culturale di un tempo. “Ho girato l’America, la Francia, ma anche qui in Italia noto che la cultura giapponese sta entrando a far parte della gente” commenta il regista. “Non solo a livello di arte, ma anche per quanto riguarda il cibo. E per la mentalità dei giapponesi. È qualcosa che adesso si sta riscoprendo. “L’Italia, come il Giappone, è un Paese piccolo. Non è grande come l’America o la Russia, che hanno altre risorse. Siamo due Paesi che sono concentrati sui lavori fatti a mano, sull’artigianato. È l’artigianato, che crea la cultura. L’importanza della cultura, che viene tramandata da generazione in generazione, accomuna Giappone e Italia. Ma quello che avviene in Giappone si sta scoprendo negli ultimi anni anche in Europa”.

di Maurizio Ermisino