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L’aneddoto raccontato da Francesco Bozza, già direttore creativo e ora stand alone comedian, è sembrato dare il tono alla serata in ricordo di Oliviero Toscani al Milano Film Fest, con il documentario ‘Chi mi ama mi segua’ di Fabrizio Spucches: il narratore, in occasione dell’unico incontro faccia a faccia con Oliviero, prima espulso dall’aula da Toscani per una contestazione (un’apparente incongruenza del celebre fotografo) e poi complimentato dallo stesso per averlo fatto, perché “bisogna essere stronzi a questo mondo”. Una fotografia immediata, un ricordo indelebile dell’interlocuzione durata un istante, che dà lo spessore culturale del protagonista e il rifiuto di ogni formalità inutile che ne ha caratterizzato l’intera vita.
Un ricordo vivo e vivente
E così gli amici e i collaboratori, che si sono ritrovati sul palco o in video, ciascuno con il suo ricordo, con la sua storia, con le sua interpretazione di Oliviero, dalla passione peri cavalli – non li tradirei neppure per la donna più bella del mondo, ha ricordato l’amico Paolo Crepet – all’attenzione dettagliata per ogni modalità di comunicazione, evidenziata dallo stesso Spucches che riuscì, prima di diventare l’assistente ‘ufficiale’ di Toscani, a essere assunto da una radio privata proponendo una seria di colloqui con Toscani purché fosse lui a condurli.
Così gli avvenimenti e le piccole storie si sono alternate, dalla passione per il Palazzo Reale di Milano, dove tentò (troppo tardi) di fondare una scuola per giovani fotografi, al ruolo ufficiale di ‘assessore alla creatività’ (Sgarbi sindaco) a Salemi, accompagnato da Crepet come ‘assessore ai sogni’, accomunati tutti dal tentativo di trasformare la cittadina in un centro di ‘rivoluzione culturale’, coinvolgendo i giovani. Per non parlare del ruolo di creativo ufficiale dell’Inter, con il presidente Massimo Moratti venuto apposta come testimone.
Un personaggio poliedrico ma retto nelle sue convinzioni
Ma è il documentario che racconta la storia, non della vita di Toscani, troppo facile, troppo agiografico, ma della trasformazione globale cui è andato incontro il mondo e la società e di come la vista di Oliviero abbia saputo non interpretare ma fotografare il cambiamento, con scatti e istantanee, ciascuna a immortalare, a congelare un momento preciso e indimenticabile di questa trasformazione.
I testimoni che raccontano ciascuno il ‘suo’ Toscani, da Patty Smith a Luciano Benetton restituiscono un’immagine di un irregolare alla perenne ricerca di significato, di straniamento, di sorpresa. Ma la somma di questa testimonianze è poliedrica come il protagonista, un agnostico radicale che sempre ha creduto che la prossima foto sarebbe stata ancora migliore.
E il materiale utilizzato da Spucches, con la sola raccomandazione ‘usalo solo se te la senti di fare un buon lavoro’, è impressionante: oltre mezzo milione di foto e video dell’archivio personale di Toscani, che raccolgono tutto quello che l’artista ha fatto, con zingarate quali la polizia francese, ignara di tutto, che accompagna il camion di Toscani in Place de la Concorde per mettere un enorme preservativo, lungo 30 metri, sull’Obelisco per la campagna globale contro l’AIDS, mentre Luciano Benetton (almeno così viene raccontato) si trovava al sicuro in Giappone per affari.
Un autore situazionista
E poi, raccontando senza ordine cronologico preciso, lo Studio 54 di New York ed Andy Wharol, La Fabrica e la rivista Colors, i condannati a morte e la Sterpaia, i jeans Jesus, i giovani come perenne forza rivoluzionaria (non nell’accezione marxista del termine), le immagini via via più provocatorie, dal bacio tra un prete e una suora alla modella anoressica nella sua crudezza, che però guardate oggi sono ancora più cariche di significato, liberate dal tempo della carica intrinseca di sfida alla opinione pubblica.
Fino ad arrivare a lui, Oliviero Toscani, ammalato, costretto in sedia a rotelle, ‘mangiato’ dall’amiloidosi, l’omone sparito e ridotto a una scheletro, ma ancora in video, che ripete a fatica le sua convinzioni, le sue certezze, la sua verità: ‘La fotografia è al limite dell’umanità’.
di Massimo Bolchi