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King Marracash: il cinema come realtà aumentata del ‘brand artista’

Il film su uno dei grandi del nostro rap arriva al cinema per un evento speciale il 25, 26 e 27 maggio. E' quel passaggio che non po’ mancare alla consacrazione di un talento, alla costruzione della sua immagine e del suo brand

Perché, lo sappiamo, crea immaginario come nessun altro mezzo sa fare. Ed è di immaginario che vive una rockstar (e i rapper sono le nuove rockstar). Il cinema diventa è la ‘realtà aumentata’ di un progetto discografico. Negli anni Sessanta e Settanta c’erano le magnifiche copertine dei dischi a concorrere alla creazione dell’immagine di un cantante o di una band. Negli anni Ottanta e Novanta ci sono sati i costosi e ricercati videoclip. Oggi ci sono ancora, anche se vanno su YouTube invece che sulle tv musicali. Ma c’è il cinema, il film documentario, a completare il pacchetto della promozione e del racconto di un progetto artistico.

Questo è cinema: Pippo Mezzapesa e Groenlandia

Marracash e il suo staff hanno puntato in alto. Hanno scelto il cinema vero. Una casa di produzione come Groenlandia di Matteo Rovere e Sydney Sibilia, che tra cinema e serie non sbaglia un colpo, con la collaborazione di Disney+. E un regista come Pippo Mezzapesa, autore di film come Ti mangio il cuore e di serie come Avetrana – Qui non è Hollywood. Al regista, è toccato il difficile compito di creare un immaginario basandosi su uno già esistente e molto forte. Ci è riuscito: in King Marracash c’è tantissimo cinema. A cominciare dall’inizio, in un teatro di posa dove vengono portati simboli come un elefante di cartapesta, un gigantesco occhio, della sabbia e dei fondali con delle palazzine. Serve a racchiudere in un’unica immagine la carriera e i simboli chiave di Marracash. Ma è tutto molto felliniano. Quel carrello che sposta Marra verso di noi è puro Spike Lee. Il racconto della sua infanzia, con il padre camionista a cui fu rubato un camion, sembra una storia presa dal Neorealismo. E tutta la parte girata in periferia, alla Barona, sembra ambientata in una banlieue parigina, e ci ricorda – senza lo stesso messaggio – le atmosfere de L’Odio di Kassowitz.

Tutto inizia dalla periferia

La Barona, la periferia. È stata questa la chiave della carriera di Marracash. Un trauma, all’inizio, quando, da bambino, dopo uno sfratto, si è dovuto trasferire qui, in una casa popolare. Ma poi è diventato il luogo dei suoi incontri (Guè e i Club Dogo su tutti) della sua ispirazione, il luogo dove ha trovato le sue storie, quella rabbia sociale che ha iniziato a raccontare. Ed è da ricercare qui anche la chiave del film. Che ci piace perché, a differenza di altri prodotti di questo tipo, non c’è solo la gloria, la corsa al successo. Ma c’è tutto il resto, c’è la strada da cui è venuto l’artista, e in cui ritorna volentieri. Non solo per il film ma anche per il Bloc Party, andato in scena proprio in una strada della Barona. E nato da due ragionamenti. Il fatto che da quel quartiere Marra abbia preso tantissimo e che volesse restituirlo. E che il pubblico che davvero ascolta il rap il prezzo dei grandi concerti non possa permetterselo. Non è una cosa da tutti.

Quel bambino che chiamavano il ‘marocchino’

Ma chi è Marracash? Al secolo Fabio Bartolo Rizzo, nato a Nicosia, in Sicilia, nel 1979, e trasferitosi poi a Milano, da bambino, per la pelle scura e i capelli ricci, veniva chiamato il ‘marocchino’. E così da un gioco di parole nasce il suo nome d’arte: la città marocchina Marrakesh e la parola ‘cash’ che significa denaro e nella narrazione del rap ha sempre il suo peso. La svolta avviene nel 2008, quando è messo sotto contratto dalla Universal. Da quel momento ha all’attivo otto album (Marracash, Fino a qui tutto bene, King del rap, Status, Santeria, Persona, Noi, loro, gli altri ed È finita la pace). Ha avuto un grande successo anche dal vivo, con il punto d’arrivo dei concerti a San Siro, il sogno di ogni artista, la scorsa estate. Ma anche l’idea di tornare sempre indietro alle sue radici. La Barona, ma anche la sua Nicosia. Vediamo anche la Sicilia, con un ulteriore cambio di atmosfere e di luce.

La confessione della malattia

In scena dunque ci sono le sue terre, i suoi lavori, il suo successo. Ma c’è anche la sua malattia. A Fabio è stata diagnosticata una forma non grave di disturbo bipolare. È qualcosa di difficile da spiegare, ma porta ad ansia, depressione, insonnia. Marracash ce lo spiega così. Non si deve fermare mai. Non deve avere tempi morti. Oppure la sua testa comincia a viaggiare verso brutti pensieri. Abbiamo visto tanti film dedicati ad artisti, ma raramente abbiamo trovato una confessione così disarmata di fragilità, di debolezza, di disagio. Forse solo nella serie tv Netflix dedicata a Robbie Williams. È anche da questi particolari che si giudica un artista. E un film. “Ho seguito per un anno Marracash. Ho passato un anno accanto a Fabio Rizzo” ha spiegato Pippo Mezzapesa nelle note di regia. “Ho cercato di cogliere ogni passo di quell’avvincente avventura che è la sua vita, la sua storia. Una storia di riscatto, talento, forza, ma anche di fragilità. Nel ritrarre la complessa umanità di questo grande artista, ho provato l’emozione di stargli vicino nella realizzazione del sogno di una vita, l’esibizione nello stadio di San Siro, e poi nei momenti più intimi, inconsueti, dove la maschera è venuta via ed è rimasta solo l’anima”.

Ecco che cos’è la street credibility

Il risultato delle confessioni dell’artista e della scelta della regia di girare soprattutto in strada, fa sì che non esca mai un’agiografia, mai un film patinato. Ma un film a suo modo ‘sporco’, non rifinito (che in realtà è curatissimo), nel senso di vero e immediato. È questo che dovrebbe essere il film dedicato a un rapper. È un mondo dove si parla sempre di street credibility ma non sempre la si trova davvero. In Marracash, per come esce da questo film, l’abbiamo trovata. “Del lavoro di scrittura fatto accanto e con Marracash, l’aspetto più avvincente è stato il consentire al racconto di trasformarsi via via rispetto alla prima idea” spiega la sceneggiatrice Antonella W. Gaeta. “Come qualsiasi materia vivente, la vita di Marra nell’anno a nostra disposizione mutava sotto i nostri occhi, come mutavano il suo sentimento, il senso del presente che evolveva nel futuro, i risultati, i progetti. L’abbiamo seguito mentre ci indicava la strada, siamo entrati quando ci ha aperto le porte, ma abbiamo saputo far tesoro anche delle piccole fenditure, degli angoli, di tutti i momenti”.

Di Maurizio Ermisino