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Amarga Navidad: da Cannes alle sale italiane, Pedro Almodóvar gira il suo 8 e ½

“Non esistono solo i film”. “Per me sì”. È un dialogo che arriva a un certo punto di Amarga Navidad, il nuovo film di Pedro Almodóvar che è stato presentato al Festival di Cannes e arriva nelle sale italiane il 21 maggio distribuito da Warner Bros

Al centro ci sono un regista, il film che sta scrivendo e la sua crisi di ispirazione. Amarga Navidad è l’8e ½ di Almodóvar: una storia già raccontata, anche dallo stesso autore spagnolo. Ma conta il modo in cui la racconti. E questo è un film insinuante, intrigante, che gioca con lo spettatore e con il cinema stesso. Anche il suo. Da vedere per chi ama l’autore di Tutto su mia madre e per chi ama la Settima Arte.

Amarga Navidad vive attraverso due storie

La prima ha per protagonista Elsa, una regista di spot pubblicitari, nel 2004, durante il lungo ponte festivo del mese di dicembre. Nella seconda siamo nel 2026 ed è incentrata su Raúl, uno sceneggiatore e regista che sta scrivendo la sceneggiatura di un film. È la storia di Elsa, del suo compagno Bonifacio e delle sue amiche Patricia e Natalia. La seconda storia, quella di Raúl, contiene quindi la prima, la dirige, la influenza. Mescolata alla finzione, Elsa diventa in qualche modo l’alter ego di Raúl, che ricorre all’autofinzione come soluzione a una lunga stagione di aridità creativa. Guardando dentro se stesso, Raúl non può fare a meno di rivolgere lo sguardo anche alle persone che compongono il suo universo più intimo: il suo compagno e la sua assistente Monica.

Amarga Navidad è Almodovar al cento per cento

È un film che mescola melodramma e ironia – prima leggera poi sempre più tagliente – dolore e sfrontatezza, immaginazione e credibilità, cosa che è da sempre la sua cifra. È un cinema commovente e catartico, un cinema antipanico proprio nel momento in cui si tratta il tema degli attacchi di panico, il vero male nella nostra era della prestazione e dell’incapacità di parlarci davvero, di dire davvero le cose. Ha dei lutti da elaborare, dei sentimenti da esprimere Raul, e quindi Almodovar. Ma per farlo deve scrivere, deve metterli in un film. D’altra parte, come gli dice Monica, la sua assistente, nelle sceneggiature è più sincero che nella vita. Del vecchio Almodóvar ci sono alcuni momenti – pochi – più irriverenti, legati al sesso, e certi colori caldi, i rossi e i gialli, tipici dei suoi primi film.

Arte e vita

Amarga Navidad parla dell’arte che rincorre la vita, la rappresenta, la accentua, la esalta o prova a modificarla. Solo che la vita ha un finale già scritto. Nel film il finale lo crea il regista. Ma è davvero così, o il finale lo impone la storia man mano che procede e l’autore deve accettarlo? Come altri di Almodovar, Amarga Navidad è un film sull’arte di raccontare, sulla crisi d’ispirazione, sul foglio bianco che può restare tale o può riempirsi di parole. Su quel cursore del documento word che può tornare indietro e riscrivere le storie.

Ma il film si pone anche delle domande

Può un film sistemare le cose? Può compensare quello che non va nella realtà? E ancora. È giusto che il cinema rubi dalla realtà, dalle storie vere delle persone, anche le più segrete, private e dolorose, per sublimarle in opera d’arte? È giusto che l’intimità di una persona sia usata per appagare la creatività e l’ego di un artista? Non sono domande sterili, teoriche, fini a se stesse: Almodovar qui fa un autodafé del suo lavoro e della sua arte, si mette in gioco, si mette a nudo e confessa la sua fragilità nella fase creativa e nel suo ruolo.

È un film minore?

Lo fa dire ai suoi personaggi, Raul e l’assistente Monica, che cos’è Amarga Navidad  (inteso sia come il film che sta scrivendo il regista sullo schermo che quello che stiamo vedendo noi, che hanno lo stesso titolo). È un film minore. Ma lo ameremo, così come ci piacciono i film minori di Bergman e Fellini. È, forse, un film in cui il regista ha perso la sua grazia, il suo tenere il film per le corna. Ma questa fragilità, questa perfezione, questa sincerità sono proprio quello che ci piacciono e che fanno di questo film minore un grande film.

Giocare con il pubblico

Amarga Navidad è un gioco di scatole cinesi, visto che c’è una storia che ne contiene un’altra, un personaggio che crea un personaggio che a sua volta ne crea un altro: Raul crea Elsa che a sua volta crea il suo film. Ed è anche un gioco di prestigio. Pedro Almodóvar gioca con il pubblico. Ci fa vedere un film in fieri, la storia di Elsa, che in qualche modo non funziona: il personaggio maschile esce di scena troppo presto, un altro femminile entra in scena troppo tardi, tutte cose che vanno in contrasto con le regole di scrittura di un film. Ma è così perché Raul il film lo sta ancora scrivendo e riscrivendo, sta andando per tentativi, cercando così la chiave giusta. E se il film che stessimo vedendo non fosse questo, ma un altro? E se avesse addirittura un altro titolo? E se il finale non fosse quello a cui assistiamo ma fosse ancora da scrivere? Il grande fascino di Amarga Navidad è qui, in un processo creativo che di solito ci è negato e che qui viene svelato.

Che cos’è un film di culto?

L’ironia di Almodóvar serve a mitigare il carattere drammatico e doloroso del film, e anche il suo carattere programmatico e intellettuale. Non è solo nel definire la propria opera un film minore, ma anche discutere se e quando, arrivato a fine carriera, per un regista sia il caso di produrre un ‘Original’ per Netflix. O anche spiegare che cosa significare, per un autore, girare un film di culto: è un fiasco, un film che hanno visto in pochi, ma quei pochi lo adorano. Che stia parlando anche qui di alcuni suoi film?

C’è una cosa che ci fa capire che questo è un grande film

È il fatto che, guardandolo, ci siamo resi conto di una cosa. Il fatto che la storia ‘interna’ del film, quella di Elsa, Bonifacio, Patricia e Natalia, è dichiaratamente, palesemente, una storia di finzione, è il film che il regista sta scrivendo. Non si tratta quindi di personaggi veri (ammesso che tutti i personaggi, nel cinema, non lo sono: ma qui il gioco è scoperto). E che, nonostante questo, ci siamo trovati a soffrire, a palpitare per loro. È questo il grande pregio di tutti i film di Almodóvar: riuscire a trovare verità anche nell’immaginazione, riuscire a raccontare i sentimenti così bene da riuscire sempre a commuovere.

di Maurizio Ermisino