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Fjord è una storia che ha certamente senso premiare. Parla di uno scontro di civiltà, di integrazione, di migrazioni: al centro ci sono una famiglia romena che vive in Norvegia e il contrasto tra le loro tradizioni religiose e la laicità dei Paesi del Nord Europa. In gran parte dei verdetti della giuria di questo Cannes c’è l’urgenza di raccontare il buio e l’incertezza dei nostri tempi. Si può leggere in questo senso il Grand Prix a Minotaur del regista russo in esilio Andrej Zvyagintsev, che, pur parlando di una storia personale, racconta il suo Paese, corrotto e violento, e la guerra che ha messo in atto. Anche il premio a Pawel Pawlikowski per Fatherland – Miglior Regia – sembra andare in questa direzione. Nel racconto del ritorno di Thomas Mann in Germania nel dopoguerra non possiamo non leggere una riflessione sull’Europa che stava nascendo allora e quindi sull’Europa come è oggi. E, ancora, quel premio alla miglior sceneggiatura a Notre salut di Emmanuel Marre, una storia di collaborazionismo con i nazisti ambientata nella Francia della Repubblica di Vichy, racconta le dittature di ieri per riflettere forse sulle tentazioni e sulle possibili derive autocratiche di oggi. Quello che esce da questo Festival di Cannes è il ritratto di un’Europa che cerca una direzione, un’identità, che cerca risposte alle troppe domande ancora irrisolte, che racconta tempi bui in cerca di un riscatto e di una liberazione che non arrivano ancora. È un’Europa che prova a brillare di luce propria e non riflessa, che ha rinunciato senza rammarico a Hollywood per mettere al centro le proprie storie la propria qualità artistica.
Troppi ex aequo
La ricerca di una direzione è stato anche il tema della giuria, presieduta dal coreano Park Chan-Wook (3 premi per lui a Cannes – con Old Boy e Decision to Leave – seppur mai una Palma d’Oro). Ma quella direzione la giuria sembra non averla trovata. Sono stati davvero troppi i premi assegnati ex aequo. Quello per la regia, a Fatherland di Pawlikowski e La bola negra Javier Calvo e Javier Ambrossi, quello per il miglior attore (i due protagonisti di Coward) e per la migliore attrice (le protagoniste di Soudain). Assegnare così tanti premi in coabitazione è sinonimo di incertezza, di scarso coraggio nel prendere posizione nette. Su sette premi previsti, gli ex aequo sono stati ben tre. “Se avete qualche dubbio, forse non avete visto i film, se no sareste stati d’accordo con noi” ha dichiarato il regista coreano. E, sul doppio premio alla regia, ha ammesso “Non c’è bisogno di enfatizzare che non sapevamo decidere quale fosse la migliore”. Ok ma la giuria serve proprio a decidere. Non sono mancate poi le polemiche per il film El Ser Querido di Rodrigo Sorogoyen, rimasto senza alcun premio, quando sarebbe stato meritatissimo il riconoscimento a Javier Bardem come miglior attore. Senza alcun premio anche Pedro Almodóvar (per lui vari riconoscimenti in Croisette ma mai una Palma d’Oro) per il suo intrigante Amarga Navidad. Ma probabilmente anche qui si ragiona come in Italia con Paolo Sorrentino, è un regista già consacrato che non ha bisogno di ulteriori premi. Si potrebbe discutere a lungo sulla validità della giustificazione, ma non è questo il momento, meglio proseguire entrando nel dettaglio dei premi.
Palma d’Oro: Fjord di Cristian Mungiu
È la storia di una famiglia. Lui è romeno (Sebastian Stan), lei è norvegese (la Renate Reinsve di Sentimental Value) e hanno cinque figli. I genitori vengono messi sotto accusa perché su uno di loro viene trovato un livido. È una storia che parla di educazione, pregiudizi, religione e che, per motivi di semplificazione giornalistica, è stata accostata alla storia della nostra “famiglia nel bosco”. È una storia che vive di grandi interpretazioni, valorizzate dalla macchina da presa fissa e che, grazie alle parole, vuole ascoltare le ragioni di tutti.
Grand Prix: Minotaur di Andrej Zvyagintsev
Nel film si intrecciano due storie: quella di un uomo che scopre il tradimento della moglie. E quella in cui allo stesso, imprenditore nel mondo dei trasporti, viene richiesta da Mosca una lista di dipendenti da arruolare per la guerra in Ucraina. Siamo nel 2022 e, sullo sfondo della vicenda personale, il regista russo vuole parlare proprio di questo: guerra, potere, corruzione. L’appello sul palco a Putin a fermare il massacro in Ucraina non ha lasciato dubbi.
Miglior Regia: Javier Calvo e Javier Ambrossi con La bola negra e Pawel Pawlikowski con Fatherland
È uno dei premi assegnati ex aequo, forse quello che ha fatto più discutere. Pawel Pawlikowski con Fatherland, la storia del viaggio di Thomas Mann in Germania nel 1949, dopo la guerra, che riflette su quale possa essere il ruolo della cultura nell’Europa nuova. Javier Calvo e Javier Ambrossi con La bola negra, tratto da un romanzo incompiuto di Federico Garcia Lorca, parlano di omosessualità negli anni Trenta e oggi. Le storie sono quelle di un combattente per la Repubblica fatto prigioniero dai Franchisti che fa innamorare il suo carceriere e del nipote di un nazionalista fascista che oggi trova il testo perduto di Garcia Lorca e scopre l’omosessualità del nonno. Nel film ci sono anche Penelope Cruz e Glenn Close. Il film ha diviso la critica. Per alcuni molto potente, per altri ridondante e compiaciuto.
Miglior Attore: Emmanuel Macchia e Valentin Campagne Coward di Lukas Dhont
Un altro film che ha diviso la critica è proprio quello di Lukas Dhont, che è valso il premio ex aequo ai due attori, un altro film che parla di omosessualità. Racconta l’amore di due soldati, sul fronte belga, durante la Prima Guerra Mondiale: uno di loro è attratto dall’altro, a cui è stato chiesto di organizzare degli spettacoli in cui si traveste da donna per sollevare il morale delle truppe. Ma è come se il film fosse indeciso tra il tema dell’attrazione e quello dell’orrore della guerra.
Miglior Attrice. Virginie Efira e Okamoto Tao per Soudain di Hamaguchi Ryusuke
Altro ex aequo anche per il premio all’attrice. Probabilmente si è voluta sottolineare la sintonia assoluta delle due interpreti e dei loro personaggi, la direttrice di un istituto per anziani e una regista teatrale che si incontrano in occasione di uno spettacolo sui manicomi. Ma sembra che sia anche un modo per premiare un film che ha convinto tutti per la sua delicatezza e la sua intensità.
Miglior Sceneggiatura: Notre salut di Emmanuelle Marre
È un premio che ci riporta al discorso da cui siamo partiti. La storia parla della banalità del male: quella di un ingegnere che si trova sempre più coinvolto nel governo collaborazionista di Vichy. Noutre salut è il titolo del suo libro, e lui è convinto che possa rendere più efficiente l’amministrazione. È una storia di ignavia, una storia vera che è quella dei bisnonni del regista. Completano il palmares il Prix della Giuria a Valeska Grisebach per L’avventura sognata, il premio per il Miglior Corto all’argentino Para los contrincantes di Federico Luis e la Camera d’or (opera prima) è Ben’Imana di Marie Clémentine Dusabejambo.
di Maurizio Ermisino