Entertainment

I fumetti non sono prodotti per bambini, né arte di serie B. Ce lo racconta il film Generazione Fumetto

Che arriva nelle sale, come evento speciale, l’11, 12 e 13 maggio. Un progetto cinematografico dedicato alla cultura del fumetto scritto e diretto da Omar Rashid in collaborazione con Lucca Comics & Games

Cos’è che rende il fumetto diverso dalle altre forme d’arte? Prima di tutto, il fumettista è libero. Ha la carta, la penna, è può creare il suo mondo da solo. Il regista di cinema no: per fare un film ci vogliono, come sappiamo, molte persone. Generazione Fumetto è un film illuminante sullo stato del genere in Italia, dove è ormai una forma d’arte che coinvolge milioni di appassionati. Il film tratteggia con lucidità che cosa rende il fumetto unico, come funziona questa industria, che cosa lega gli artisti ai loro fan e come sia un mezzo capace di raccontare qualsiasi cosa. È un film importante sia per chi ama i fumetti, sia per chi li conosce meno e vuole avvicinarsi a questa forma d’arte.

Fumetto: andare oltre Crepax, Manara e Pazienza

Il film esplora il mondo di questo universo immaginario attraverso interviste ad alcuni degli artisti più rappresentativi e seguiti del panorama italiano, diversi per stili e background, ma tutti nati negli anni Ottanta e che sono stati in grado di utilizzare il proprio lavoro come veicolo di espressione personale, critica politica e sociale e identità individuale: Simone Albrigi (aka Sio), Mirka Andolfo, Giacomo Keison Bevilacqua, Rita Petruccioli, Sara Pichelli, Michele Rech (aka Zerocalcare), Michael Rocchetti (aka Maicol & Mirco). Generazione Fumetto è prodotto da Valmyn di Alessandro Tiberio, co-distribuito da Trent Film e Valmyn. “Io nel fumetto ci vivo dentro” spiega Rita Petruccioli. “Li faccio e li respiro ogni giorno. Per me è stato interessante lavorare con Omar, perché sta dall’altra parte della barricata, dalla parte di chi li legge e li vuole raccontare”. “Omar non fa fumetti” aggiunge Roberto Recchioni. “E ha un amore per i fumetti che per certi versi noi abbiamo un po’ meno. Il nostro è un amore cinico, nato da amarezze e cose che non sono andate bene. Li fai, li ami ma hai un po’ un rapporto tossico. Omar non ce l’ha. Il suo è uno sguardo appassionato. Il titolo, Generazione fumetto, è importante: mi ha fatto piacere il fatto che possiamo andare avanti nel racconto del fumetto, oltre Crepax e Manara e la nuova collezione in edicola. Che esiste qualcosa che supera Pazienza: amo molto Pazienza ma ci sono stati altri fumettisti dopo di lui”.

Quello spazio bianco.

Il fumetto, essenzialmente, è fatto di due elementi: il disegno e il baloon, lo spazio per le parole. E poi ce n’è un altro, lo spazio bianco tra una vignetta e l’altra. È qui che accade quello che non si vede, è qui che lavora l’immaginazione del lettore. Se in una vignetta vediamo un braccio giù e nella successiva un braccio alzato, in quello spazio c’è stato tutto il movimento fatto nel frattempo. Non a caso, nel fumetto, il tempo è lo spazio. C’è poi un’altra regola. Nel fumetto non devi dire troppo, come spiega Michael Rocchetti (aka Maicol & Mirco), forse è l’esempio più lampante di come l’essenzialità funzioni sempre. I fumetti, infatti, non sono storie corte, sono la parte più interessante della storia. E poi la vita non è brutta. È solo raccontata male.

Non sono più solo giornalini

Per quanto riguarda i fumetti, per anni l’Italia è stata ancorata all’idea del giornalino. E il fumetto è stato scambiato per letteratura minore. “Fino a qualche anno fa c’era la percezione che fosse un prodotto per l’infanzia, di serie B” ci ha raccontato Omar Rashid. “Non era riconosciuto. È un po’ quello che accade con l’animazione nel cinema. La mia tesi è che la nostra generazione non si è mai vergognata dei fumetti. Siamo cresciuti. E quello che una volta sembrava più legato all’infanzia, qualcosa che doveva finire, non finisce più. Oggi è diventato un medium potentissimo. Come lo è stato dall’inizio: il fumetto sin dalla sua nascita è stato un mezzo completo”. Il film sfata anche il mito che per fare fumetti serva sapere disegnare bene: è più importante avere qualcosa da dire.

Il primo fu Alessandro Manzoni

Eppure il primo fumettista italiano è stato Alessandro Manzoni. Nell’edizione definitiva dei I Promessi Sposi, infatti, aveva voluto anche dei disegni, e di fatto il suo è il primo romanzo illustrato della storia italiana. Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, poi, si è sempre visto il lettore di fumetti essenzialmente come un maschio dalla scolarizzazione non altissima. Ma è anche vero che il fumetto ha salvato molte persone da un analfabetismo di ritorno. Tante persone che non avrebbero avuto altre letture grazie ai fumetti hanno continuato a leggere.

Il caso Zerocalcare

Generazione Fumetto è la spiegazione più nitida che possiate trovare su cosa sia il fumetto oggi. Dentro una grande storia, poi, ci sono tutte le storie personali dei fumettisti. Quasi tutte sono storie di riscatto, di un successo arrivato con fatica, dopo vari tentativi. La più famosa è quella di Zerocalcare, Michele Rech, arrivato al successo a 28 anni quando ormai aveva perso tutti i suoi lavori e stava tornando a vivere dai suoi. Non è stato facile, le sue storie avevano tematiche adulte, ma lo stile del disegno, un po’ grottesco, sembrava quello di un prodotto per bambini.

L’importanza del web

Per Zerocalcare, come per tutti gli altri, il web è stata la prima vetrina: la possibilità di pubblicare le proprie storie senza avere ancora un editore, in modo da farsi conoscere. “Omar ha individuato nel web il trait d’union della nostra generazione” ci ha raccontato Sara Petruccioli. “Tutti quanti siamo fumettisti che si sono confrontati con l’exploit del web. Da Zerocalcare con il suo blog, così come Sio che ha iniziato con YouTube e Scottecs Magazine che si leggeva on line. Io se non avessi avuto un blog dove condividere le mie illustrazioni, perché ero un’illustratrice, probabilmente non avrei cominciato a lavorare nell’editoria. Siamo una generazione che ha trovato una facilità di comunicazione che non avevano le generazioni precedenti. Autori di dieci anni più grandi se volevano far vedere lavori che andavano al di fuori del mercato, dovevano pagare una tipografia, fare una tiratura di mille copie e una serie di accolli di cui dovevano sostenere il rischio”.

Il modello di business

Ed è sempre Zerocalcare a spiegarci il modello di business di un fumettista oggi. A un autore per vivere non basta fare i fumetti. Si vende il prodotto completo: la persona, gli eventi a contatto con il pubblico (le fiere, i firmacopie) e i social media. Il fumetto, in ogni caso, si può fare in autonomia. C’è l’autore che disegna da solo il suo albo, che esce in libreria una volta pronto. E poi ci sono gli editori da edicola, come la Sergio Bonelli, in cui le uscite dei fumetti sono regolari, in cui è distinto il ruolo dello sceneggiatore da quello del disegnatore, e che hanno un ritmo di lavoro più industriale, pur rimanendo artigianali.

Il colpo di genio dell’editoria: la graphic novel

Il colpo di genio dell’industria dell’editoria è stato chiamare i fumetti ‘graphic novel’, cioè ‘romanzo grafico’, dando così al genere un’aura completamente diversa, colta, letteraria. L’etichetta è stata coniata da un grande fumettista, Will Eisner, davanti all’editore che gli chiedeva che cosa fosse il suo progetto. ‘Un romanzo a disegni’. Da quel momento è cambiato tutti, i fumetti hanno acquisito un’altra dignità, un altro rispetto, sono entrati nelle librerie. Con i cinecomic, poi, sono entrati di nel cinema. Ci vengono in mente i film con i supereroi della Marvel e della DC. Ma sono diventati film d’autore anche graphic novel come Era mio padre (il film è diretto da Sam Mendes) e A History Of Violence (diretto da David Cronenberg).

di Maurizio Ermisino