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NAZA, la parola che dà il titolo al film di Yuval Abraham e Rachel Szor, è quella che in Israele contraddistingue i danni collaterali, le vittime civili di ogni attacco. Il film dei due autori di No Other Land, è qui proprio per togliere il velo a quello che è stato il conflitto a Gaza dopo il 7 ottobre 2023 e farci sentire la verità. Sono 73mila i morti e non si è mai trattato di danni collaterali: ogni attacco è stato minuziosamente studiato, pianificato, e si è deliberatamente scelto di colpire tutti, ben conoscendo ogni volta la presenza di vittime civili. Sappiamo questo attraverso le confessioni, con il volto coperto e la voce alterata per non rischiare l’arresto, di membri dei servizi segreti e dell’esercito israeliano.
Più che un documentario, un film anche dal punto di vista cinematografico
NAZA è un film potente, intenso. Ma non lo è solo per la sua portata politica, giornalistica, emotiva. Lo è anche dal punto di vista stilistico, strettamente cinematografico, per ogni scelta di regia e di montaggio. Per raccogliere le testimonianze in segreto si è scelto di intervistare le persone sui tetti, dove puoi vedere tutta la città e nessuno ti può vedere. E questa scelta diventa così una messinscena rigorosa, che contribuisce a dare senso al film. Mentre le voci raccontano storie a cui si stenta a credere, quella città, Tel Aviv illuminata e silenziosa, dorme sonni tranquilli mentre poco lontano scorre la morte. È una città fatta di grattacieli, di case moderne, ricche, agiate. Che, nonostante si dica sotto attacco, appare sicura e inscalfibile.
Quelle tivù accese dentro le case
Di tanto in tanto si scruta dentro quelle case dalle finestre. Si vedono persone sul divano, a letto, sdraiate e a volte abbracciate tra loro. In ogni casa c’è una tv. E non è un caso. Perché la pressione mediatica è stata fondamentale per creare, da decenni ma soprattutto negli ultimi due anni, quel clima di odio per cui, come ammettono gli intervistati, ogni azione era giustificata. La regia si sofferma su alcuni spezzoni dei comizi televisivi di Netanyahu, per completare il quadro. Noi abbiamo ascoltato i testimoni ammettere cose inenarrabili. Nel frattempo capiamo da dove arrivino le motivazioni e gli ordini che hanno portato a tali atti. La regia intervalla le immagini di oggi – nitide e lucide, sia in senso letterale che figurato – con immagini antiche, sgranate, degli anni Quaranta e degli anni Settanta, per raccontare la nascita di Tel Aviv e del sistema telefonico della Palestina, nato già per essere uno strumento di controllo.
Lavender, l’AI che porta la morte
Sì, perché una delle tantissime cose inquietanti di questa storia è che, come diceva il titolo di un vecchio film, il terrore corre sul filo. Anzi, sulle schede dei telefoni mobili dei palestinesi, tutti tracciati e agganciati, e processati attraverso l’Intelligenza Artificiale. Si chiama Lavender, ed è un sistema di AI impiegato dalle forze armate israeliane (IDF) per analizzare dati ed elaborare elenchi di presunti operativi di Hamas. Il sistema funziona in modo perverso: a partire da un telefono intercettato permette di accedere ad altri telefoni e tracciarli tutti. Esiste una scheda dei punti, e se un intercettato è legato ad Hamas i punti sono più alti. L’AI elabora tutto e segnala quali sono gli obiettivi da colpire. In questo modo sono stati colpiti circa 60-70mila telefoni. E chi li possedeva.
Come in un videogame, si uccide da lontano
Parole come “papà è a casa” sono parole chiave che fanno scattare l’alert. E allora si bombarda. Di notte, quando le persone dormono, ed è più facile colpirle. Non conta se in un posto ci siano (perché un tool del sistema permette di sapere con precisione anche questo) 4, 5 o 6 bambini. Si bombarda. Sono stati dati ordini per colpire anche zone sapendo di uccidere 300, o anche 500 abitanti. “È come un videogame”, ammette un soldato. Tutto è impersonale. Tutto è fatto da lontano. “Credi che sia un genocidio?” viene chiesto a uno di loro. “Sì, lo è” è l’ammissione. Ma ci sono altre confessioni che spiegano che cosa accade in una guerra, che cosa pensa chi nasce nell’odio ed è programmato per uccidere. “È come una tempesta ormonale. Si dorme poco e si spara. Ti diverti, è come uno stato di estasi”. Sì, qualcuno ha usato le parole “divertimento” ed “estasi”.
Ci si indigna e ci si commuove
Quello che colpisce è che queste persone che hanno deciso di confessare sono sì pentite, altrimenti non avrebbero deciso di parlare. Dicono di essere a disagio. Di essere dispiaciuti di essere state parti di un ingranaggio e di non averlo fermato, di non essere riusciti ad uscirne. Eppure parlano di questi fatti inenarrabili con una tranquillità che potrebbe essere la nostra, mentre parliamo del nostro lavoro quotidiano. È il sintomo di come tutto diventi naturale visto l’odio che gli israeliani hanno respirato fin dalla nascita, vista la propaganda, visto che i politici dicono che “a Gaza nessuno è innocente, neanche i civili”. Solo alla fine NAZA abbandona quel rigore e quel controllo formale che lo aveva contraddistinto per mostrare le immagini reali delle macerie, dei morti. È solo un attimo, ma dall’indignazione si passa alla commozione. E, come ci ricorda la scritta alla fine, tutto questo è ancora in corso.
di Maurizio Ermisino