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Pupi Avati: “Il budget domina il cinema di oggi, qualità dimenticata e istituzioni assenti”

Ieri 20 aprile, a Roma, in occasione della presentazione stampa del suo nuovo film Nel tepore del ballo, in uscita il 30 del mese, il regista ha lanciato una riflessione sul cinema contemporaneo, criticando il peso crescente del budget nelle scelte artistiche. Oggi la qualità non è più l'obiettivo

Il cinema italiano, lo sappiamo, non sarà presente a Cannes. In occasione della presentazione del nuovo film di Pupi Avati, Nel tepore del ballo, è stato naturale chiedergli un commento:” Stiamo seguendo percorsi divergenti. Esiste una generazione di registi di grande interesse, alcuni straordinari, altri addirittura superbi, che però realizzano un cinema dal destino difficile da interpretare. Penso, per esempio, con ammirazione e al tempo stesso con sospetto, a quello di Guadagnino. Realizza film dai costi enormi, fuori da ogni misura comune, e possiede la capacità di mettere in piedi progetti straordinariamente onerosi. In molti casi, però, si tratta di opere per nulla commerciali, che non portano a casa risultati economici. Anche questo è un modo di fare cinema italiano, ma è una strada alla quale, alla mia età, non penso nemmeno. C’è poi un altro cinema nostrano che cerca di imitare quello americano: il più semplice, il più spettacolare, il più tecnologico, senza però riuscirci mai davvero. Infine esiste un terzo filone, che punta su un cinema di buon senso, realizzato con un budget ragionevole, e che somiglia a quello del film che avete appena visto. La vera distinzione tra questi tre mondi è il budget. Il budget è diventato un elemento che pesa sulle scelte artistiche. È diventato la prima cosa che conta. Il cinema al quale faccio riferimento io, invece, non aveva nel budget il proprio fine: il suo obiettivo era la qualità in sé. Quel cinema, ormai, quasi non lo vedo più. E non lo vedo incoraggiato nemmeno dalle istituzioni”.

Un conduttore tv, uno scandalo, la rinascita

Abbiamo iniziato dalla fine, ma l’occasione per fare il punto sul cinema italiano con Pupi Avati sarebbe stato sciocco sprecarla. Torniamo ora dritti al nuovo film. Che cosa racconta Nel tepore del ballo? Gianni Riccio, celebre conduttore televisivo, viene travolto da uno scandalo finanziario proprio all’apice della carriera. Tra Roma e Jesolo, il film racconta la caduta pubblica e il confronto privato con un passato segnato dalla perdita precoce dei genitori ma anche dal suo primo grande amore sacrificato alla carriera, mettendo al centro il tema delle grandi scelte della vita, della reputazione e della possibilità di rinascita. “Cosa ha scoperto?” chiede una conduttrice tv a Riccio a proposito dei suoi giorni in carcere, nel momento in cui il peggio sembra essere alle spalle. “Cos’è il dolore” è la risposta, e ce lo ricorda Pupi Avati, che commenta “Ha scoperto quanto il dolore sia fondamentale nelle vicende umane”.

La voce della mamma

Il film si apre con la storia di Gianni: sua madre muore di parto, suo padre dieci anni dopo. Gli resta solo un mangianastri e una musicassetta con la voce di quella mamma che non ha mai conosciuto. “È una cosa straziante” commenta Avati. “Avrebbe battuto dieci a zero Nel tepore del ballo come titolo: una scatolina con la voce della mamma. Era la storia vera di un nostro amico, che ai tempi del liceo — si diceva — portava sempre con sé quella cassetta in cartella. La cosa ci faceva un po’ ridere, un po’ pena. E un po’ commuovere. Oggi, più ne parlo, più mi emoziono. In quella scatolina, in quel tepore, c’è tutta la mia vita. Ho voluto raccontarla nel modo più semplice possibile”. Il film porta con sé quella sensibilità tutta particolare verso la nostalgia e il passato che è una delle cifre stilistiche del regista e che attraversa gran parte della sua filmografia.

Ghini: “Nella mia carriera ho lavorato sia di sottrazione che di somma”

In tutta la prima parte si sentono degli echi del caso di Enzo Tortora (che abbiamo appena rivissuto con la serie tv Portobello), anche se il film non è una denuncia sulla malagiustizia, quanto un film molto intimista. A interpretare Gianni Riccio c’è un Massimo Ghini che lavora di sottrazione. “Fa parte del mio curriculum vitae” commenta l’attore. “Sin dall’inizio della mia carriera ho cercato di fare sia la sottrazione che la somma. Io devo andare nella direzione che il regista mi indica. Le indicazioni di Pupi sono asciutte. Devi avere l’umiltà di seguirle quando ti dice: io vorrei quel personaggio. La cosa più bella è stato iniziato a fare il cinema con una sola macchina da presa, ti dà attenzione e concentrazione massima su quello che stai facendo. Altrimenti andiamo su un tecnicismo che ti snatura. Una scena del film che mi ha fatto capire come inconsciamente ho trovato la linea del personaggio è quando sotto la doccia si toglie l’impalcatura, il trucco, la tinta. È la sovrastruttura che nasconde la natura dell’uomo”.

Avati: “Auguro a tutti di uscire dall’omologazione, di essere totalmente liberi”

Tornato a casa, a Jesolo, dopo l’arresto, Gianni riscopre anche il suo primo amore, la sua prima moglie, dalla quale ha divorziato molto tempo prima. Il senso del film è qui, nel concetto di rinnamoramento.  “È un momento della mia vita in cui mi sono reso conto che la vita merita un rinnamoramento” commenta Pupi Avati. “La mia vita è mia moglie, è la stessa da 60 anni. E merita una riconsiderazione rispetto a quella che fu l’emozione della prima volta che la vidi negli anni Sessanta. Sono riconoscente nella vita perché mi ha permesso di fare quello che ho fatto. Anche molte cose brutte, ma pure altre riuscite misteriosamente bene, piccole cose preziose. Auguro alle persone di poter avere una vita diversa da quelle di tutti gli altri. Di avere un’identità straordinaria, di uscire dall’omologazione, di riuscire ad essere totalmente liberi”.

Isabella Ferrari: “Interpreto una donna maltrattata e abusata dalla vita”

Il primo amore di Gianni, Clara, è interpretato da un’inedita Isabella Ferrari, senza trucco, dolente, intensa. “Ho incontrato Pupi nel suo ufficio” racconta l’attrice. “Abbiamo parlato di noi, di amori, di cadute, di quel tepore che c’è da qualche parte, del ritorno a casa. Ho intuito delle cose, lui ne ha intuite di me, mi ha chiesto di fare Clara con quel lato dark uscito da quell’incontro, senza trucchi, una donna maltrattata e abusata dalla vita. Una donna che non ha fatto scelte, nemmeno alla fine quando vorrebbe andar via da quello studio televisivo. È senza riscatto. Credo che nel mondo ce ne siano tante. Le cose in cui sono andata a scavare per trovare questa interpretazione per pudore non le dico, non l’ho dette neanche a Pupi”.

Giuliana De Sio e una presentatrice ispirata a Barbara D’Urso

La catarsi avviene — cosa sintomatica del mondo in cui viviamo — in uno studio televisivo, durante la trasmissione di una presentatrice interpretata da Giuliana De Sio. «Lui si alza e dice: “Quei due ragazzi in fotografia non ci sono più”- racconta Avati- “Tutte le volte che ho visto il film in proiezione ho temuto che non lo dicesse. Invece lo dice. E come lo dice. È il momento in cui cambia tutto nella sua vita, e scopre davvero chi è”. Il personaggio della presentatrice sarebbe ispirato a Barbara D’Urso. Giuliana De Sio ammette di aver esitato a dirlo, per non rischiare uno scontro spiacevole se un giorno le fosse capitato di incontrarla. “Mi fanno fare sempre dei mostri” commenta. “Anche il peggiore, il più indifendibile: chi lavora a una narrazione televisiva che prende in giro il pubblico, che fa leva sui sentimenti più bassi, sulla parte più ingenua della popolazione. Eppure anche queste persone schifose mi fanno simpatia”. Avati, dal canto suo, è stato preciso e lapidario nelle indicazioni: “Quando mi ha chiamato mi ha detto: “Fammi Barbara D’Urso. Voglio una pazza, stronza, sopra le righe — ma sempre credibile, sempre nella misura”. “Quei punti di riferimento mi hanno aiutato – continua De Sio- mi piaceva l’idea di mostrare quella ipocrisia: dice “grazie di cuore per quello che ci hai dato” e un minuto dopo lo insulta e sentenzia “per me sei morto”. È una specie di bambola fuori età, con minigonna e boccoli, fa un po’ tenerezza, fa un po’ pena. Ma in tutta questa depressione che circola, “la morta” — così la chiamano nell’ambiente — è la più viva di tutti: si nutre della propria cattiveria. È roba molto divertente da mettere in scena. A proposito di sottrazione: qui c’è l’addizione”.

Un casting senza imposizioni

Nel cast ci sono anche Lina Sastri (la zia), Sebastiano Somma (Morè l’amico di sempre), Pino Quartullo, Morena Gentile, Manuela Morabito e Raoul Bova. E anche Bruno Vespa e Jerry Calà nei panni di loro stessi. “Mi vorrei rallegrare, con me stesso e mio fratello, per l’oltraggio a fare un casting particolare” commenta Pupi Avati. “Abbiamo chiamato attori con i quali in 57 film non avevamo mai lavorato, tranne Lina Sastri, una portatrice di verità assoluta, che recita come piace a me, masticando le battute. 01 Distribution ci ha permesso di fare un cast in assoluta libertà, senza alcuna imposizione”. Il che è come dire che, molto spesso, in fatto di casting nel cinema italiano le imposizioni ci sono.

di Maurizio Ermisino