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Oltre l’interfaccia, l’AI come tecnologia ‘general purpose’ trasforma le istituzioni sociali ed economiche

All'AI Forum, il dibattito sull'intelligenza artificiale supera la logica dei tool per abbracciare quella delle tecnologie istituenti. Dalla trasformazione dei processi di marketing alla nascita di un'economia delle macchine autonoma, la rivoluzione prossima ventura è sempre più vicina
Emilio Mango e Andrea Orlandini
Emilio Mango (TIG Events) e Andrea Orlandini, AIxIA

“Spesso guardiamo all’intelligenza artificiale solo come a un insieme di nuovi strumenti o innovazioni ingegneristiche destinate a compiere specifici compiti in sostituzione o aumento dell’umano”, ha iniziato le sue riflessioni sull’evoluzione dell’AI Cosimo Accoto, docente al MIT di Boston, ritornato all’edizione 2026 dell’AI Forum, organizzato da AIxIA e da TIG. “Dobbiamo invece comprendere che l’AI, come l’elettricità, è una tecnologia di uso generale che non si limita a un solo settore, ma innesca innovazioni diffuse in tutti i contesti industriali, trasformando le organizzazioni dall’interno”.

Occorrerebbe quindi un autentico un salto concettuale che consideri queste tecnologie non solo come asset strutturali, ma come vere e proprie ‘tecnologie istituenti’, che generano nuovi protocolli di coordinamento per la società e il lavoro, con un impatto paragonabile a quello della Taylorismo nel XX secolo. Per comprendere efficacemente la trasformazione in atto, bisogna partire dal fatto ormai evidente che il singolo compito (sia esso la autoguida o la creazione di una landing page) non possiede un valore intrinseco, ma acquisisce rilevanza solo all’interno del sistema in cui è integrato.

Al variare del sistema, si assiste a una rilocazione del valore e del potere decisionale, con una conseguente ridefinizione dei ruoli e della conseguente distribuzione economica.

Prepariamoci all’economia delle macchine

“Esploriamo un orizzonte in cui le macchine non hanno solo autonomia fisica o ingegneristica, ma acquisiscono un’autonomia economica”, ha ripreso Accoto. “Di conseguenza non è azzardato prevedere la nascita di mercati ‘macchinici’ dove agenti software e robot potranno scambiare servizi, effettuare pagamenti e coordinarsi tra loro senza la costante supervisione o l’ intervento umano”.

L’analisi dei mercati non può pertanto limitarsi alla sola AI. Il futuro del coordinamento socio-economico (alla base del funzionamento di un sistema complesso come quello finaziario e mercantile) risiede nella convergenza di tre pilastri tecnologici fondamentali.

Innanzitutto l’Intelligenza Artificiale, finalizzata alla rappresentazione dei flussi e ai processi decisionali. Poi la blockchain, intesa come nuovo paradigma di coordinamento basato su registri decentralizzati e crittografici. Infine la comunicazione quantistica: per diffondere le informazioni si seguiranno in questo caso percorsi ancora da definire praticamente, e inediti, capaci di superare (o meglio bypassare) i canali di trasmissione tradizionali.

Verso a un futuro distopico?

“Questo passaggio richiede un profondo mutamento della nostra postura mentale: dobbiamo smettere di vedere la tecnologia come un sostituto dell’umano e iniziare a vederla come una nuova infrastruttura del vivere”, ha concluso Accoto. “In ultima analisi, ci dobbiamo impegnare in una riflessione che ridefinisce l’essenza stessa dell’essere umano (veri e propri ‘New Humans’) all’interno di un ecosistema dove la distinzione tra decisione biologica e decisione algoritmica si fa sempre più sfumata e integrata”.

Sebbene le strategie focalizzate sull’intelligenza artificiale siano fondamentali per la produttività, esse devono essere affiancate da una visione che metta al centro le persone per evitare che l’innovazione diventi un processo subito e non governato.

Questa è la visione di Marco Bentivogli, coordinatore di Base Italia: “Va smontato il falso mito secondo cui, per difendere la manifattura in un’economia matura, sia necessario abbassare i salari o peggiorare le condizioni lavorative: la tecnologia deve servire invece a migliorare la qualità del lavoro e la dignità del lavoratore”, ha dichiarato, aggiungendo che “la trasformazione aziendale deve puntare sulle competenze che le macchine non possono replicare, garantendo che l’aumento della capacità tecnologica non oscuri il valore generato dall’impegno, dall’energia e dalla sensibilità umana”.

“L’obiettivo”, ha finalizzato, “è accompagnare le persone attraverso il cambiamento, fornendo loro gli strumenti per fare meglio il proprio mestiere ed evitando che il progresso tecnologico sia percepito come una minaccia o un fattore di esclusione”.

Non il software, ma l’hardware gestisce il mondo

Una posizione diversa sul ruolo dell’AI è emersa dalle parole di Alessando Aresu, esperto di Geopolitica dell’Intelligenza Artificiale, che ha sostenuto la fragilità dei modelli proposti, perché, nonostante il software sembri dominare la scena, l’intelligenza artificiale non può prescindere dalla sua ‘sostanza’ fisica.

“La sovranità tecnologica e il potere reale non risiedono in protocolli astratti, ma nel controllo concreto dei semiconduttori, dei materiali critici e delle infrastrutture energetiche”, ha sottolineato, come se le guerre attuali non fossero esplicative a sufficienza. “La competizione globale si gioca su specifici punti geografici di strozzatura delle catene del valore. Mentre altri si concentrano sul coordinamento dei flussi informativi, a noi tocca riportare l’attenzione sulla geografia fisica della produzione (come i poli industriali di Taiwan) e sulla logica di potenza degli Stati”.

Difficile non concordare guardando al confitto del Medio Oriente, con la strozzatura di Hormuz che colpisce, prima ancora della Cina, Taiwan e la Corea del Sud, veri poli produttivi globali dei semiconduttori, o le gigafabbriche di server per l’AI degli Emirati raggiunte dalle incursioni missilistiche.

“La complessità fisica rimarrà il vero ago della bilancia della potenza mondiale”, ha concluso. “L’intelligenza artificiale non è una rivoluzione dello spirito o del coordinamento sociale, ma una sfida di supremazia industriale e politica legata alla capacità di governare la materia bruta”.

di Massimo Bolchi