Se l’Intelligenza Artificiale può scrivere un film e girarlo, cioè generare le immagini che lo rendono tale, può certamente anche scrivere una musica, una canzone o la partitura di una colonna sonora. Il punto è: perché? Perché noi umani dovremmo toglierci il piacere dell’arte, della creazione, dell’espressione della nostra sensibilità? Se decideremo di demandare tutto questo agli algoritmi, probabilmente non avremo più senso di esistere. È questo in sintesi il contenuto della chiacchierata sul tema che abbiamo fatto con Michele Braga, uno dei nostri più importanti autori di colonne sonore, ha scritto quelle di film come Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out di Gabriele Mainetti, Smetto quando voglio – Ad honorem, Smetto quando voglio – Masterclass, L’incredibile storia dell’Isola delle rosee e Mixed By Erry di Sydney Sibilia, Benedetta Follia e Si vive una volta sola di Carlo Verdone, Dogman di Matteo Garrone, La stranezza e L’abbaglio di Roberto Andò. Ha scritto le musiche della recente serie HBO Max In Utero e al momento sta lavorando alla colonna sonora di Se domani non torno di Paola Randi, dedicato alla storia di Giulia Cecchettin.
Da utente prima che da professionista, come vedi l’AI?
Non credo che sia come l’arrivo degli alieni che ci conquistano, non credo che sia né il Bene né il Male assoluto. Credo sia un cambiamento importante come lo è stato internet. Ma lo immagino e lo utilizzo come tool, pronto a conoscerne limiti e benefici. Ma proprio perché se ne parla molto ed è la big thing di questi anni, è importante conoscerne le possibilità e capire come la possiamo implementare nel nostro workflow.
Che rapporto hai con l’AI? La usi quotidianamente?
Ho iniziato con Chat GPT come molti di noi. Ora è un tool per i miei figli, io utilizzo Claude – Claude Code e Claude Cowork – per lavorare e ogni tanto Gemini. L’unica che non adopero è Grok. Non per Elon Musk, ma perché è utile soprattutto per chi usa X.
Come si usa l’AI in musica?
Nel mio campo, quello della musica per i film, c’è sicuramente la possibilità di implementarla in alcuni ambiti specifici. Non è diverso dall’utilizzo che ne può fare uno scrittore, uno sceneggiatore, un regista, un disegnatore o un giornalista. Il discorso è questo: faccio scrivere un libro solo all’AI, come vuole lei, con un prompt dettagliato, lo fa. Ma mi devo domandare, a che pro? Un conto è uno studente che fa una ricerca perché non vuole passarci del tempo. Uno conto è se il valore del tuo lavoro viene misurato in base a quello che hai scritto. Se mi dici: “Michele mi serve un pezzo tipo U2”. L’AI può farlo come me o anche meglio. Ma la domanda è, io voglio fare musica sullo stile degli U2? Io scrivo. Se non scrivo, non vivo. Non mi interessa che l’AI lo faccia per me. Mi piace lavorare nella stessa stanza con montatore e regista.
Dove può arrivare l’AI nella composizione?
Dal punto di vista tecnico è possibile far scrivere un brano con le armonie di Morricone, le sue cadenze, il fischio alla Sergio Leone. Ma non so cosa ci sia di divertente in questo. E probabilmente sarà un lavoro più anonimo di quanto posso fare io. Se lo facesse meglio di me, sarebbe giunto il momento di cambiare lavoro. Ma c’è un problema più ampio, che non è solo quello del perdere o meno il lavoro…
Qual è il vero problema?
È un discorso culturale ed etico. Se ciò che è cultura, la rielaborazione attraverso l’esperienza della persona, la scrittura di qualcosa che non c’era e ora c’è, avviene attraverso l’essere umano, è un discorso. Se è l’AI che rielabora attraverso alcuni algoritmi che poco hanno a che fare con la sensibilità individuale, c’è da chiedersi dove questa elaborazione ci porti. Il discorso è interessante per capire perché la cultura, la scrittura, il cinema, la musica non debbano rimanere aggrovigliate su questa questione dell’AI. Devono restare in campo protetto, elemento umano, altrimenti i danni potrebbero essere davvero grandi. Non è un caso che la Gen Z ami andare ai concerti, ascoltare musica buona, andare al cinema. È il momento in cui la qualità deve fare la differenza.
In cosa l’AI non può sostituire l’uomo, e in particolare nella musica da film?
Se ragioni tecnicamente, forse oggi non lo può sostituire, ma tra qualche tempo sì. Bisogna capire se ci interessa sostituirci: un regista potrebbe dire ‘vorrei lavorare con un musicista come John Williams o Hans Zimmer e ho un’AI che ha tutte le loro skill’. Potrebbe farlo, ma è anche il momento in cui un produttore può decidere di lavorare con un’AI che ha le skill di Scorsese. Bisogna capire se è interessante, se ha senso lavorare in questo modo. Se così sarà, saremo sostituti. Ma tutta la forza lavoro potrà essere sostituita. Bisogna capire se vorremmo arrivare a un punto in cui avremo un Netflix a cui dirai che tipo di storia vuoi vedere, magari Il Padrino 4, e te lo confezionerà dopo pochi minuti. Ma che senso ha? A me fa orrore.
Perché nella musica Claude è più utile di altre AI, e in cosa aiuta il tuo lavoro?
La utilizzo per una sorta di brainstorming, per immergermi in un mondo sonoro piuttosto che un altro, vedere cosa suggerisce, se riesce ad andare a fondo di alcune tematiche. A volte è sorprendente, e sempre utile. La uso per tutto quello che è compilazione di fogli Excel, di liste, modelli finali per dire quanta musica c’è all’interno di un audiovisivo. Per organizzare le consegne. Non la utilizzo per il sito e la comunicazione e il marketing. Ho ideato con un socio una sorta di plug-in fatto con AI per aiutarmi nella musica, che è ancora in fase beta. È un prototipo, se devo utilizzare prima o poi l’AI vorrei che fosse proprietaria, dove caricare tutto ciò che ho fatto fino ad oggi, che mi conosce e mi può dare soluzioni di arrangiamento, ma partendo dalla mia musica.
Può essere utile per creare delle demo prima dell’incisione con musicisti veri della musica?
Sì. Suno è il tool migliore in questo caso, ma ancora non fa quello che dovrebbe. Anche se interessante, non è ancora professionale. Si sentono suoni artefatti e non hai controllo sull’output. Può essere utile per le demo. Ma poi si va a registrare. So di produzioni che hanno utilizzato musicisti che utilizzano l’AI per fare una colonna sonora. Qualitativamente mi sembra un po’ imbarazzante. Ed è anche profondamente sbagliato. Bisogna alzare l’asticella e uscire da questo momento di musica di grande facilità. I compositori devono uscire da logiche standardizzate e andare a trovare di più. Dobbiamo restare attaccati alla qualità che è frutto di ricerca. È questo il senso del nostro lavoro.
Si ipotizza che il futuro delle produzioni sarà a due velocità: una parte ad alto costo e con più qualità, una parte più economica e fatta con le AI. Può essere così con la musica?
Anche qui, dipende. I risultati per ora non sono professionali. È chiaro che si va verso un miglioramento. La pubblicità utilizza moltissimo l’AI generativa. Ma magari ha bisogno di una musica che sia immediatamente riconoscibile. A breve avremo canzoni molto conosciute fatte solo con l’AI. E verranno utilizzate per la pubblicità. Il punto è che l’AI sarà difficilmente riconoscibile e non si dirà più questo è fatto con l’AI e questo no. Quindi si rifletterà solo su quello che funziona e quello che non funziona. A quel punto sarà un tool a tutti gli effetti. Che lo possa diventare per la musica per film è da vedere. Spesso si lavora a frame: deve cambiare a quel frame, deve essere attaccata alle immagini. E spero che si continui a lavorare in questo modo perché la differenza poi si vede. Se una cosa sarà più economica con l’AI a parità di qualità, si farà con l’AI. Lo si farà in pubblicità e nelle serie prima di quanto si creda. Non lo si fa ancora solo perché alcune musiche non sono totalmente al riparo dal diritto d’autore.
Infatti, l’AI pone anche dei problemi di copyright. Per essere addestrata usa dei prodotti coperti da diritto d’autore, con il rischio di fatto di replicarli. Cosa ne pensi?
Se l’AI generativa è una rimescolanza, anche a livello altissimo, di dati che sono stati ingoiati tra cui ci sono già i miei brani, dove sta andando la creatività e la cultura mondiale? Che cosa succede se è l’AI che crea semplicemente rimescolando con un algoritmo senza avere coscienza, senza avere idea del contesto? Ho la sensazione che è uno strumento che resterà in mano ai proprietari. Che infatti sono le persone più ricche del mondo.
di Maurizio Ermisino