Noto per una scrittura che unisce immaginario pop, profondità narrativa e attenzione ai temi sociali, è tra i soci fondatori della Writers Guild Italia. Con lui proseguiamo il nostro viaggio il viaggio alla scoperta dell’impatto dell’AI nelle professioni dell’audiovisivo.
Io e Nicola Guaglianone siamo cresciuti con gli stessi film. Con E.T., I Goonies, Karate Kid, con Steven Spielberg e George Lucas. Lui ha preso tutto questo e lo ha rielaborato in idee completamente nuove e originali, che però hanno in sé la meraviglia di quel cinema. Ha immaginato un ragazzo di Tor Bella Monaca ricevere dei superpoteri da dei bidoni immersi nel Tevere (Lo chiamavano Jeeg Robot), un ufficiale nazista appassionato di pianoforte capace di viaggiare nel futuro (Freaks Out), due gemelle siamesi in grado di trovare il loro posto nel mondo (Indivisibili). E ancora, ha scritto Benedetta follia e Vita da Carlo con Carlo Verdone, i film e le serie di Ficarra e Picone, Suburra – La serie.
Siamo partiti proprio dal cinema per capire come Nicola Guaglianone immaginava un tempo l’Intelligenza Artificiale e cosa ne pensa adesso. con Luca Ward, Fabio Bonifacci, Federico Salvi di CPA, Luca Lucini e Giovanni Esposito di AIR 3 e Francesco Grisi, continuiamo il nostro viaggio con una delle menti più brillanti del nostro cinema
Da grande appassionato di film, come immaginavi l’AI?
Mi ricordo i film sull’AI e la VR, mi ricordo La donna esplosiva con Kelly LeBrock in cui due nerd creavano la loro donna ideale. Ricordo Il tagliaerbe in cui lo scemo del villaggio viene indottrinato con la Realtà Virtuale. C’è AI di Spielberg, che è Pinocchio, un capolavoro. Alla fine cosa si cercava nel finale all’interno dell’AI? L’essere umano. “Sei unico perché sei creato dagli uomini, l’unico contatto con loro” dicevano le AI al piccolo protagonista. Credo che AI sia il trionfo dell’uomo che ha creato qualcosa di intelligente per non doverlo essere lui. Credo che, come ogni strumento, non sia né buono né cattivo. È lo specchio della nostra capacità di ragionare e del nostro istinto di evitarlo.
L’AI può sostituire gli sceneggiatori?
Per il momento no. Mi considero un artigiano. Se pensi agli artigiani, prima se dovevano lavorare un tavolo usavano la carta vetrata e le mani. Poi è uscita la levigatrice elettrica, ma il falegname non è sparito, ha solo smesso di farsi sanguinare le mani. Dovremo usare l’AI come una levigatrice. Fai prima, ma come strutturare un tavolo lo pensi tu essere umano Che rapporto hai con l’AI? La usi? L’ho usata per creare un algoritmo per investire in borsa ma con scarsissimi risultati… Quanto al mio lavoro, per me scrivere è, come diceva Bukowski, rotolare giù da una montagna. È uno dei momenti in cui sto bene, in cui mi passano ansie e depressioni. La scrittura per me è terapeutica, è creare una metamorfosi della realtà, dall’altra è un’occupazione. È mettermi lì e stare 20 minuti a scegliere l’aggettivo giusto. E’ qualcosa che mi piace tanto, non vorrei delegarla a nessun altro.
Cosa ci porterà l’AI di davvero utile?
In The Magic Whashing Machine Rosling spiega come la lavatrice abbia liberato le donne non dal bucato ma dal tempo, facendo sì che studiassero e lavorassero. Ha tolto lavoro alle lavandaie? No. Sono diventate ingegneri, scrittrici, filosofe, imprenditrici. È stata un motore di emancipazione. Certo, molti lavori verranno eliminati. Ma forse l’AI ci garantirà del tempo in più. Sta alle persone capire quale sia il modo per impiegare il tempo. Cosa manca oggi all’AI rispetto a noi umani? Credo che l’AI sia in grado di generare storie, conflitti, colpi di scena. Ma ad oggi le manca una cosa fondamentale, la paura. E la paura per chi scrive è tutto. Scriviamo perché sappiamo di essere mortali, abbiamo qualcosa da perdere e il terrore di fallire, di non avere più tempo. Ogni grande storia nasce da qui. Ai miei studenti dico: prendete le vostre paure e le vostre fragilità e fatene il vostro superpotere. L’AI non si sveglia nel cuore della notte con un dubbio esistenziale. Può prevedere qualsiasi finale, ma non sa cosa significhi viverlo. L’AI ha letto tutto Dostoevskij, più di me, ma non ha mai aspettato i risultati di un esame istologico.
Per cosa usi l’AI?
Ho usato sia Chat che Claude per le ricerche, ma anche per il lavoro di brainstorming. Il problema è che ti dà sempre ragione, è un prodotto commerciarle e deve gratificarti. Quel darmi sempre ragione, doverlo correggerle e sentirmi dire “hai ragione, non ci ho pensato” non mi piace. Dovevi pensarci prima! Gli manca lo spirito critico. Il problema in questo settore è quando l’AI cominciano a usarla i produttori, i reparti di sviluppo. Ti arrivano note fatte con Chat GPT, te ne accorgi dallo stile, e un po’ ti deprimi. L’AI generativa ci può aiutare a ricostruire la realtà. Ma non riesci a sentirla. Genera immagini ma non emozioni. La cattiva notizia è che sta imparando. Ma ci vorrà ancora qualche anno.
In che altri modi il mondo del cinema sta usando l’AI?
Per i piani di lavorazione, è un’ottima segretaria per fare da esecutore. Se metti su Chat GPT una sceneggiatura può dirti se il personaggio è troppo attivo, passivo o altri problemi. Se lo setti bene, un certo aiuto lo può dare. A livello creativo lo trovo un bambino che sta imparando a camminare. Si ipotizza che il futuro delle produzioni sarà a due velocità: una parte ad alto costo e con più qualità, una parte più economica e fatta con le AI. Sarà davvero così? Penso di sì. È sfruttata dalle serie verticali, dove in America stanno investendo molto. Ci sono i micodrama fatti con AI che non sono altro che fotoromanzi. La pecca è sempre la creatività. Anche per la CGI oggi puoi mettere in un film scene che pensavi impensabili. In Piranha a Roma (un film di cui ho scritto la sceneggiatura e dovrebbe entrare in produzione, ndr) abbiamo pensato una scena con il Tevere che straborda, prima sarebbe costata milioni di euro, adesso credo sia più fattibile.
L’AI pone anche dei problemi di copyright. Per essere addestrata usa dei prodotti coperti da diritto d’autore, con il rischio di fatto di replicarli. Cosa ne pensi?
Questo è un problema che ogni volta che una rivoluziona accade si presenta. La giurisprudenza si deve adeguare. Bisognerà ragionare per proteggere il diritto d’autore che è inalienabile e va tutelato in tutti i modi. Per chiudere. Che cosa direbbe lo Zingaro di Luca Marinelli de Lo chiamavano Jeeg Robot sull’AI? Sarebbe contento perché finalmente troverebbe qualcuno che gli dà ragione su tutta la linea. Direbbe: “Io solo ‘na cosa vojo sapé: perché cazzo me dai sempre ragione?”
di Maurizio Ermisino