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Algoritmi come guardiani dell’ordine costituito: la tesi di Palantir, formulata dal Ceo e cofounder Alex Karp, solleva interrogativi profondi sul potere dei dati, dove il software smette di essere uno strumento e diventa una forma di governance.
Ma facciamo prima un veloce ripasso di che cosa sia e che cosa faccia Palantir. L’azienda analizza dati e crea ‘sistemi operativi per le istituzioni’, intregrando flussi informativi complessi per supportare decisioni strategiche, dalla difesa militare alla logistica. Attualmente vale oltre 400 miliardi di dollari e riceve contratti dalle amministrazioni federali USA e da altri paesi, occidentali e no.
Il dibattito pubblico si è scatenato il 18 aprile 2026, con la pubblicazione delle ‘22 tesi’ (una reminiscenza delle 95 tesi di Martin Lutero e delle porte della Schlosskirche a Wittenberg da parte del Ceo di origine germanica?) in un lungo post sull’account X di Palantir (qui le 22 tesi del Palantir Manifesto). Le affermazioni, in realtà, non sono nulla di nuovo: Karp le aveva già largamente espresse nel libro ‘The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West’, ma la pubblicazione in questa forma ‘riassunta’ ha scatenato un acceso dibattito mediatico in questi ultimi giorni, venendo etichettata dai critici come un esempio di ‘tecnofascismo’ e dai sostenitori come un atto di realismo geopolitico necessario.
Tesi: pragmatismo e responsabilità della tecnologia
Dal punto di vista dei sostenitori, il manifesto rappresenta un richiamo necessario al pragmatismo e alla responsabilità civile dell’industria tecnologica. Le tesi sostengono che il successo della tecnologia americana non è avvenuto nel vuoto, ma grazie alle condizioni create dal Paese; per questo, le aziende hanno il dovere morale di contribuire alla difesa nazionale.
Il manifesto riconosce inoltre che l’era del solo ‘soft power’ è finita. In un mondo dove gli avversari non si fermeranno davanti a dibattiti etici sullo sviluppo di armi AI, l’Occidente deve garantire la propria sicurezza attraverso la superiorità del software (il nuovo ‘hard power’), sottolineando il valore del ruolo degli Stati Uniti nel garantire quasi un secolo di pace globale, un risultato spesso dato per scontato dalle generazioni attuali
La proposta di superare le forze armate di soli volontari per tornare a una forma di servizio universale è poi vista come un modo per garantire che l’intera società condivida i rischi e i costi della guerra, evitando che pesino solo su alcune classi sociali, mentre la mediocrità della classe politica attuale sarebbe imputabile all’esposizione spietata della vita privata e ai bassi compensi, che allontanano i talenti migliori dal servizio pubblico.
Antitesi: no al rigetto del pluralismo e al suprematismo
Sull’altro versante, quello degli oppositori, la tesi secondo cui “se non costruiamo noi le armi AI, lo faranno gli altri” viene vista come una giustificazione per una corsa agli armamenti tecnologici senza fine, che mette il profitto delle aziende di difesa al di sopra della sicurezza globale. Al contempo la richiesta di annullare definitivamente il pacifismo di Germania e Giappone è interpretata come un invito a smantellare gli equilibri diplomatici post-bellici in favore di un nuovo ordine basato sulla forza che per il momento è nelle mani degli stati occidentali, segnatamente degli USA.
Tra i passaggi più controversi delle 22 Tesi vi è quello che distingue tra culture ‘vitali’ e culture ‘disfunzionali/regressive’, aspramente criticato perché rigetta il pluralismo e rischia di alimentare visioni suprematiste o di scontro di civiltà. E la critica alla ‘psicologizzazione della politica’ e alla ricerca di ‘espressione interiore’ nel voto, che può essere letta come un tentativo di ridurre il dibattito pubblico a pura efficienza tecnica, ignorando i valori di rappresentanza e identità che sono alla base delle democrazie moderne.
In proporzione meno rilevante, ma centrale in assoluto, vi è l’appoggio a figure come Elon Musk e l’idea che la Silicon Valley debba intervenire direttamente in questioni come il crimine violento, che suggeriscono sempre una visione ‘tecnocratica’ in cui le grandi aziende sostituiscono le istituzioni democratiche e la politica tradizionale.
Sintesi: la war attrition non viene considerata
A parere di chi scrive, comunque, vi è un aspetto che non viene preso in considerazione neanche dai critici più sottili, come Matteo Flora, ed è la sopportabilità della ‘war attrition’, o, più esplicitamente, il body count – cioè quanti morti l’opinione pubblica può accettare prima di ribellarsi – con il voto naturalmente, trattandosi di una democrazia. Almeno finora, non dimentichiamolo.
Mentre nella Seconda Guerra Mondiale – l’ultima guerra che gli USA vinsero ottanta anni fa – si accettava, ad esempio, che il 75% degli equipaggi di bombardieri potesse non tornare, tant’è vero che dopo 25 missioni di guerra si era congedati, oggi la tolleranza della pubblica opinione statunitense per le perdite umane è vicina allo zero per missioni non vitali e molto bassa anche per conflitti strategici.
Studi recenti (Pew Research 2026) indicano che per operazioni di ‘polizia internazionale’ o interventi rapidi, il supporto pubblico inizia a crollare non appena le perdite superano le poche decine di soldati. In un’era di droni e AI, l’opinione pubblica si aspetta che la tecnologia agisca da scudo. Se la percentuale di perdite in una missione moderna superasse anche solo l’1%, verrebbe percepita come un massacro inaccettabile e un fallimento tecnologico.
Esiste inoltre una frattura generazionale: i giovani (18-29 anni), quelli che la guerra dovrebbero potenzialmente ‘farla’, hanno una tolleranza quasi nulla per le perdite umane, mentre le generazioni più anziane mostrano una resilienza leggermente superiore, ma comunque lontanissima dai livelli del 1944/45.
Basta che l’avversario resista fino al ritiro degli USA
Un esempio illuminante, nella guerra USA-Iran, è l’abbattimento da parte degli iraniani di un F15 americano con due persone a bordo. Venne lanciata immediatamente un’operazione di soccorso in grande stile, durante la quale furono persi due elicotteri e un A10, e solo il caso ha permesso di recuperare i due piloti del caccia senza aggravare il bilancio di vite umane.
In queste condizioni è sufficiente che l’avversario resista fino al ritiro degli USA per poter mostrare al mondo la sconfitta delle forze armate ‘più potenti della terra’. È accaduto in Vietnam, è accaduto in Afganistan, e sta accadendo in Iran.
Se l’opinione pubblica, infatti, percepisce che la tecnologia superiore non sta portando a una vittoria rapida, il conflitto viene bollato come ‘fallimentare’. E nel 2026, infatti, il 45% degli americani ritiene che le azioni militari contro l’Iran stiano andando male proprio a causa della durata imprevista.
Il futuro: un conflitto di sole macchine?
Questo spiega perché Palantir spinga così tanto verso l’autonomia integrale: l’unico modo per non perdere il supporto pubblico in un conflitto moderno è rimuovere l’essere umano dal campo di battaglia, spostando il rischio interamente sulle macchine.
Ma qui vi è l’ultimo paradosso: l’opinione pubblica americana (ma la stessa cosa accade in ogni paese occidentale) è diventata molto più sensibile anche alle vittime civili nemiche. Se un’operazione militare causa alte perdite collaterali, la pressione interna (spesso alimentata dai social media e dai leak tecnologici) può costringere il governo a dichiarare il ritiro, che equivale a una sconfitta politica.
Nel 1945 si poteva bombardare Amburgo o Tokio, provocando 100mila vittime in una sola notte, senza che una sola voce si alzasse in difesa di tedeschi o giapponesi. Ora queste azioni verrebbero etichettate come ‘crimini contro l’umanità’. Non importa che la Russia abbia subito oltre un milione di vittime nella guerra contro l’Ucraina: Vladimir Putin non ha certo le elezioni di midtem che incombono e il mondo MAGA in rivolta, come Donald Trump.
di Massimo Bolchi