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Un bagliore tra le foglie di una foresta. È questa l’immagine simbolo di questa XXIII edizione, uno scatto della fotografa giapponese Rinko Kawauchi. Ed è l’idea di tornare a un concetto dimenticato, la bellezza della semplicità, della quotidianità e dell’ordinario. Ripartire dalle cose piccole, dalla poesia racchiusa nella vita di tutti i giorni, dalle epifanie che ci possono arrivare da un bagliore è il modo migliore per affrontare le sfide del presente. È la luce in un contesto che è pieno di ombra come quello dei giorni nostri. L’edizione di quest’anno è nel segno di Giorgio Gosetti, anima delle GdA scomparso nel marzo scorso. Avremo 25 anteprime mondiali, di cui 14 dirette da donne e 13 di nazionalità italiana: 10 film in concorso, 1 film di chiusura fuori concorso, 5 eventi speciali e la selezione dei 9 titoli di Notti Veneziane, realizzate in accordo con Isola Edipo.
Il fil rouge è il movimento
Quella del concorso è una selezione eclettica, a livello formale, linguistico e di generi. Nei film delle GdA troviamo melodramma, romanzo storico, western fantascienza e commedia musicale, ma qui i generi spesso sconfinano in altri. Il fil rouge è il movimento: sono tutti film in cui i protagonisti si spostano, in cui c’è un disorientamento spirituale e spostamento fisico. Attraversano confini geografici, psicologici. Sono film vivi che partono in un modo e diventano altro: cinema narrativo, videoarte, documentario. Sono film in cui i protagonisti devono interrogarsi su cosa sia casa.
Il concorso
Il concorso si apre con My Notes On Mars di Lili Horvát, regista ungherese che torna alle Giornate con un film in lingua inglese interpretato da Mackenzie Davis e Rupert Friend. È una fantascienza romantica che utilizza il genere per interrogarsi sulla natura dell’amore. Una scienziata scompare e, settimane dopo, ricompare durante il proprio funerale priva di memoria. Il film esplora la possibilità di continuare ad amare una persona che non riconosce più se stessa.
Camouflage di Mykyta Gibalenko è una produzione tedesca e segna l’esordio nel lungometraggio della regista ucraina. Al centro c’è il tema dell’identità frammentata e della ricerca di una nuova casa. Un giovane ucraino lascia il proprio Paese nel 2021 per iniziare una nuova vita in Germania; quando la Russia invade l’Ucraina, lui non è più lì. Il “camuffarsi” diventa così il tentativo di trovare un equilibrio e un posto in un mondo che non sente ancora proprio.
I Plant My Hand In The Garden di Boris Hadžija e Hoda Taheri, rispettivamente regista serbo e regista iraniana, riflette sulla costruzione di una nuova identità attraverso l’incontro con l’altro. I due autori interpretano se stessi in un’opera originale, ironica e sospesa tra realtà e finzione. Entrambi queer, cercano di costruire una famiglia queer per ridefinire il senso di appartenenza al di là del luogo di nascita.
C’è anche un film italiano, Balcanica di Nicola Sorcinelli, tra le giovani promesse della regia italiana, già apprezzato per cortometraggi e serie tv e qui al suo esordio nel lungometraggio. Il film racconta la fuga lungo la rotta balcanica di un padre e di un figlio, musicisti afghani costretti a lasciare il proprio Paese dopo che la musica è stata vietata. È un racconto fatto di respingimenti, controlli e incontri destinati a cambiare il loro destino, tra cui quello con una dottoressa interpretata da Matilda De Angelis.
Les Indes di Pauline Julier e Nicolas Chapoulier è ambientato nel Seicento. Tre uomini viaggiano da Madrid a Versailles per portare il ritratto dell’Infanta di Spagna dipinto da Velázquez, destinato a suggellare il matrimonio con Luigi XIV e la fine della Guerra dei Trent’anni. Il film assume la forma di un western antieroico che racconta la nascita dell’ordine politico ed economico coloniale fondato sul potere e sul commercio.
Dear Ajayi di Damilola Orimogunje, dalla Nigeria, è un melodramma familiare che richiama il cinema di Douglas Sirk. Due sorelle profondamente diverse – una donna religiosa e madre di famiglia, l’altra una giovane cantante che sogna il successo – si ritrovano al capezzale della madre malata, facendo riemergere antiche ferite.
Dal Messico arriva Salón de Belleza di Nathalia Acevedo, attrice lanciata da Carlos Reygadas, qui al debutto nella regia con l’adattamento di un romanzo degli anni Novanta. Quasi privo di dialoghi, è un film fortemente sensoriale che racconta una misteriosa malattia, evocazione dell’AIDS, che colpisce gli abitanti di una cittadina messicana. Un parrucchiere trasforma il proprio salone in un rifugio per gli emarginati.
Ha un forte respiro sociale anche Aveces Me Entra Tristeza, Otras Veces Rebelión di María Aparicio, regista argentina. Partendo dall’incontro tra due persone che costruiscono un’amicizia fatta di parole, il film si apre progressivamente a una dimensione documentaria, trasformandosi in un ritratto generazionale e in una riflessione politica sulla condizione dei lavoratori.
Agata The Writer di Kuba Dorabialski, dall’Australia, vede Mia Wasikowska nei panni di una scrittrice australiana che arriva a Sarajevo per raccontare la guerra, ma scopre l’impossibilità di appropriarsi di un dolore che non le appartiene. Cinema narrativo sperimentale e letteratura si fondono in una riflessione sulla responsabilità etica degli artisti nel raccontare il mondo e la Storia.
Con Une Femme Aujourd’hui, Robert Guédiguian, autore tra i più autorevoli del cinema francese contemporaneo, torna a interrogarsi sui temi della libertà e della giustizia. Juliette, trentacinquenne impegnata in un percorso di emancipazione personale, vede la propria vita sconvolta dopo aver subito una violenza da parte di un collega. È costretta così a confrontarsi con le forme, spesso invisibili, della violenza che attraversano la società. Il film uscirà nelle sale italiane distribuito da Officine Ubu.
I fuori concorso e i corti di Miu Miu
Accanto ai film in concorso trovano spazio anche i due cortometraggi del progetto Miu Miu Women’s Tales, affidati a due autrici di primo piano: Mona Fastvold, con Discipline, e Claire Denis, con Avec Kim, dedicato a Kim Gordon, storica bassista dei Sonic Youth.
Sono inoltre cinque i film presentati fuori concorso. Al Baraneya di Ashgan El-Hamus, regista olandese di origine egiziana, racconta la storia di una comunità contadina egiziana attraverso tre generazioni di donne, intrecciando finzione e documentario. El Fantasma di Ignacio Masllorens e David Lamelas ricostruisce invece la vicenda di un artista dell’avanguardia argentina attraverso un continuo gioco di specchi tra realtà e finzione.
Tre i titoli italiani, tutti particolarmente attesi per ragioni diverse. Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo di Francesca Archibugi è un documentario dedicato a una delle figure più importanti del femminismo italiano, che abbandonò il ruolo di critica d’arte per interrogarsi sui rapporti tra potere, identità e condizione femminile. Archibugi, legata a Carla Lonzi anche sul piano personale in quanto compagna di vita del figlio, ha potuto accedere a un preziosissimo patrimonio di materiali d’archivio.
Il Massacro è il nuovo film di Cosimo Messeri, autore da seguire con attenzione, che avevamo scoperto alla Festa del Cinema di Roma con il bellissimo The One Man Beatles. In questa nuova opera racconta una crisi esistenziale attraverso gli incontri nati sulle app di dating. Ne emerge un ritratto della solitudine contemporanea, sentimentale ma non solo, in cui lo stesso Messeri si mette in gioco davanti alla macchina da presa trasformando un’esperienza profondamente personale in cinema.
Con Se venisse anche l’inferno, Samuele Rossi ci porta nell’inverno del 1944, quando un giovane partigiano rimane isolato sulle Alpi dopo un’imboscata. Il film offre uno sguardo fisico, essenziale e privo di retorica sulla Resistenza, fatto di freddo, fame, solitudine e incontri decisivi. Protagonista è Luca Tanganelli, autentica rivelazione, affiancato da Giorgio Colangeli e Cisco dei Modena City Ramblers.
A chiudere la manifestazione sarà Peau d’Homme di Léa Domenach, una commedia musicale queer e femminista ambientata nel Rinascimento. La protagonista scopre una misteriosa “pelle d’uomo” che le permette di osservare il mondo maschile da una prospettiva inedita. Nel cast figurano Catherine Deneuve e Karin Viard.
Notti veneziane
Le Notti Veneziane si confermano uno spazio di grande libertà e radicalità, dedicato a opere che sperimentano nuove forme per raccontare il presente. Alcuni film prendono spunto da figure realmente esistite, altri osservano territori e comunità in trasformazione, altri ancora ricorrono all’immaginazione per riflettere su precarietà, solitudine e identità.
Scarpe rotte di Roberta Torre è una biografia di Natalia Ginzburg costruita attraverso la teatralità del linguaggio cinematografico. Ambientato nella Roma della Seconda guerra mondiale ma interamente realizzato in studio, il film rinuncia al realismo per costruire uno spazio sospeso e onirico, nel quale Barbara Ronchioffre una straordinaria interpretazione della scrittrice.
Anatomia di un ritratto di Francesco Clerici e Mattia Colombo è dedicato a Fernanda Wittgens, prima direttrice donna dell’Accademia di Brera. Il film nasce da una quasi totale assenza di materiali iconografici e trasforma questa mancanza in una riflessione sul potere del cinema di restituire una presenza attraverso l’arte.
Anche Memoria del lampo di Riccardo Giacconi prende avvio da una traccia invisibile. Una giornalista radiofonica arriva in un piccolo paese dell’Italia centrale per indagare su un delitto avvenuto negli anni Ottanta affidandosi esclusivamente a registrazioni sonore. Come in Blow Out di Brian De Palma, ciò che non si vede diventa materia cinematografica.
Auber 89 di Giuseppe Schillaci, produzione francese firmata da un regista italiano, racconta la trasformazione di una comunità attraverso un ricco lavoro d’archivio. Un quartiere nato come simbolo di riqualificazione urbana e speranza si è progressivamente trasformato in un luogo di marginalità sociale.
Con Domenica Capitale – Genere domenicale, opera prima di Giovanna Giuliani, attrice al debutto dietro la macchina da presa, il racconto segue due donne alla vigilia della pensione e riflette su come la cura reciproca, le relazioni e la forza della parola possano diventare una forma di resistenza.
La leggenda del deserto di Elisabetta Giannini, montatrice qui al suo primo documentario da regista, nasce da un archivio familiare: le immagini di un viaggio compiuto trent’anni fa dalla madre e dalla sorella nei campi profughi saharawi, dove migliaia di persone attendevano di poter tornare nella propria terra. Tre decenni dopo la regista torna in quei luoghi e scopre che quell’attesa non è mai finita.
Con Uno si distrae al bivio, Alessandra Lancellotti conduce lo spettatore nella Lucania rurale sulle tracce di una cultura contadina che rischia di scomparire. È un film di grande forza poetica e politica, capace di interrogarsi sul rapporto tra memoria, territorio e identità.
Il mestiere di Beppe Tufarulo, opera prima interpretata da Luigi Lo Cascio, ha per protagonista uno stralunato imbalsamatore che trucca gli anziani defunti per farli sembrare ancora vivi, consentendo così ai familiari di continuare a riscuoterne la pensione. Il film affonda le radici nella tradizione del noir italiano, ma la reinventa con una regia libera dai cliché e attraversata dal linguaggio della favola.
Infine, Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi l’amore di Federico Francioni e Samuele Sestieri segue per tre mesi una giovane attrice precaria nella Roma assolata dell’estate. Ne nasce il ritratto del disorientamento di una generazione, ma anche una testimonianza della vitalità e della libertà del cinema indipendente italiano.
di Maurizio Ermisino