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Michael: dal brand Jackson al titolo di Re del Pop. Anche una lezione di marketing

“La famiglia Jackson è il nostro brand. È come la Coca Cola. Dobbiamo solo aprire il negozio e iniziare a vendere. Dobbiamo capitalizzare il successo di Michael”. A parlare è Joseph Jackson, il ‘padre padrone’ del Re del Pop
Michael, il film

Lo sentiamo dire queste parole in Michael, l’attesissimo biopic su Michael Jackson in arrivo al cinema oggi 22 aprile. È un momento chiave del film: quello in cui Michael sta esplodendo nella sua carriera solista, ma tutto è ancora sotto il controllo del padre, manager e narratore onnisciente della vita dei suoi figli, che vuole ricondurre ancora tutto alla famiglia e ai Jackson 5, la band che dagli anni Sessanta vede riunito Jacko insieme ai suoi fratelli.

Biopic musicale, storia di liberazione e lezione di marketing

È per questo che in un momento topico della carriera di Jacko, il successo dell’album Thriller, l’artista non è andato in tour da solo, ma insieme ai Jackson Five, nel Victory Tour. Qualcosa di paradossale, ma comprensibile se si conoscono le dinamiche della famiglia Jackson.  Michael è un biopic musicale, è una storia di liberazione, di emancipazione personale da una famiglia tossica, un romanzo di formazione. È anche una lezione di marketing, di strategia, di lancio del prodotto. Parte con ‘I Wanna Be Starting Something’, come iniziavano i concerti di Jacko, e si conclude nel 1988, a Londra, con Michael sul palco del Bad Tour, il suo primo tour solista, a cantare proprio Bad. Alla regia c’è Antoine Fuqua (Training Day) e il protagonista è Jaafar Jackson, il nipote di Michael (è il figlio di Jermaine, uno dei suoi fratelli).

Dai Jackson 5 a Thriller

La storia racconta la carriera del Re del Pop sin dagli inizi. Da quando, insieme ai fratelli ha dato vita a un gruppo di famiglia, i Jackson 5. Michael però vuole trovare la sua identità, la sua voce, il suo suono, le sue canzoni. Lo farà con il primo album, Off The Wall, nato nel tempo libero perché, come dice Joseph ai discografici della Epic, “Michael dalle 9 alle 5 lavora per me”. E poi Thriller, l’album più venduto della storia, ma con la famiglia ancora a togliere il respiro. Fino alla libertà di andare finalmente da solo.

Una lotta tra due strategie

Da un certo punto in poi, la carriera di Michael Jackson è stata una lotta tra due strategie. Quella del padre Joseph, che intendeva ricondurre tutto a sé e alla famiglia, al marchio Jackson. E quella del futuro Re del Pop, un artista carico di talento per la musica, ma anche in possesso di una chiara visione di quella che doveva essere la sua carriera. Diventare il numero uno al mondo, creare l’album più venduto di tutti i tempi, creare un suono e una musica che fosse davvero per tutti.

Il marketing secondo Michael: vince il mistero

La strategia di Michael Jackson in fatto di comunicazione e marketing è chiara. In occasione del lancio di Thriller non vuole che ci sia nessun incontro stampa, niente interviste. “Voglio essere misterioso. Voglio essere Greta Garbo”. Intorno a Michael Jackson, in quegli anni, si sarebbe creato un alone di magia, un’aura di incanto, mistero, ma in senso positivo. Per lui avrebbe parlato la sua musica.

Thriller e Beat It: il videoclip diventa corto, diventa arte

Ma per lui avrebbero parlato anche i suoi videoclip, orchestrati ad arte per l’epoca che si stava vivendo. Michael Jackson pensa a quei video non come dei semplici veicoli promozionali, ma come vere e proprie opere d’arte capaci di vivere anche di vita propria, di fare notizia per il loro livello artistico. In Beat It sceglie di coinvolgere dei veri membri delle crew e della gang di Los Angeles per dare un messaggio di pace in un momento di tensioni sociali. “Farete parte del mio corto” dice loro: lo chiama proprio così, non video. Per Thriller, la canzone che dà il titolo al film, crea un vero e proprio cortometraggio, un film horror ironico, sullo stile di Un lupo mannaro americano a Londra, e chiama a dirigerlo proprio il regista di quel film, John Landis. Il film va piuttosto veloce sul racconto di quel video: ma sappiamo che fu Michael a produrselo, perché la CBS pensava che il disco avesse già molto successo e non avesse bisogno di altri video promozionali. Jacko pensò poi che la vendita della VHS del video avrebbe ricoperto gran parte delle spese. Ancora una volta, aveva ragione lui.

Ma MTV non lo trasmetteva…

Quello che il film racconta bene invece è il ‘caso’ MTV. Michael Jackson era già all’apice del successo, ma gli mancava ancora una cosa. MTV non trasmetteva i suoi video, non trasmetteva proprio video di artisti neri. Fu la CBS a imporsi con il Ceo di MTV, con una vera e propria prova di forza: o avrebbero mandato in onda il video di Billie Jean, ed entro 10 minuti, o la casa discografica avrebbe portato via da MTV tutti i suoi artisti: Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cyndi Lauper e molti altri La prova di forza riuscì. Ma puoi farlo se hai nella tua squadra Michael Jackson. Che cosa sarebbe accaduto se non ci fosse stato lui? Inutile dire che la cosa fece gioco a entrambi. I video di Jacko erano perfetti per la tv musicale e viceversa. Quando uscì Thriller, MTV cominciò a mandarlo in onda di continuo.

La storia del famoso spot della Pepsi

E poi c’era la strategia del padre Joe Jackson. Mentre Michael aveva chiara ogni mossa della sua carriera, il padre pensava al Marchio di famiglia. E così, come detto, proprio all’apice del successo di Thriller, mentre era naturale che Jacko andasse in tour da solo, il padre organizza un incontro con Don King (il manager degli incontri di boxe, quello di Mike Tyson), e dà per certa la presenza di Michael senza neanche chiederlo. Nasce così il Victory Tour. E una delle sponsorizzazioni più famose della storia: la Pepsi, che vuole rientrare nei giochi assicurandosi il numero uno dello show business. La storia dello spot Pepsi legato al tour è nota e tragica: per motivi di inquadratura la star si sarebbe avvicinata troppo a un riflettore, tanto che i suoi capelli avrebbero preso fuoco, creandogli danni permanenti e un lungo percorso di cure.

Il film coglie il mood di Jackson

Michael è un film che, a differenza di altri biopic del genere, non ha la solita struttura, di ascesa, caduta e redenzione (Bohemian Rhapsody, Rocketman, Whitney sono tutti girati con questo schema) e non indugia mai sul dramma. Ma, al contrario, cosa quasi unica nel suo genere, prova a essere gioioso, potente, positivo, come la musica di Michael Jackson. In questo senso, pur non essendo un capolavoro, pur non essendo grande cinema, centra alla perfezione il mood della musica di Michael, dei suoi video, della sua arte. Erano divertimento, ballo, catarsi, gioia, unità e pace. È bello che il film sia questo. Da quando è uscito Bohemian Rhapsody, comunque, è chiaro che questo tipo di film siano anche operazioni di marketing: oltre a incassare, vengono fatti per rivitalizzare il catalogo degli artisti, rilanciare le vendite dei dischi, lanciare gli stream dei loro pezzi. Era diverso ai tempi di Oliver Stone e The Doors, quando i biopic musicali erano soprattutto la visione di un regista.

Come nella musica di Jacko, la chiave è il ritmo

Un’altra cosa di unico che aveva la musica di Michael Jackson era il ritmo. E questo è allo stesso tempo il pregio e il difetto del film. Ha un ritmo altissimo, un montaggio veloce, racconta tutto dagli anni Sessanta al 1984, con vista sul 1988, e per questo opera una serie di ellissi, anche molto decise. Da un lato è ottimo, perché il film non ha un momento di pausa, e racchiude in due ore una storia ricchissima e completa. Dall’altro, a volte, si ha la sensazione che si vada troppo veloce, che si salti qualche passaggio. Siccome vi verrà voglia di approfondire, dopo il film (da vedere in lingua originale, se possibile, per cogliere la voce dell’attore protagonista) andate a vedere Thriller 40, il documentario su Paramount+.

E poi, ovviamente ascoltate tutti gli album di Michael Jackson.

di Maurizio Ermisino