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Secondo l’Osservatorio Cloud Ecosystem & Sovereignty della School of Management del Politecnico di Milano, la dinamica di espansione più marcata si rileva tuttavia nel Software as a Service, che sale a 2,6 miliardi di euro con un incremento del 20%. Tale accelerazione è determinata dall’adozione di soluzioni per la sicurezza informatica, unitamente alla progressiva integrazione di applicativi di Intelligenza Artificiale pronti all’uso. Il Platform as a Service registra una crescita del 16%, raggiungendo un valore di 1,2 miliardi di euro, trainato dai servizi di analytics e dalle API dedicate allo sviluppo applicativo e all’integrazione di modelli di AI.
In parallelo, il comparto del Private Cloud evidenzia un aumento del 19%. Questa scelta risponde a due esigenze primarie: l’esigenza di mantenere il controllo diretto sui dati e sui carichi di lavoro critici in conformità ai quadri normativi NIS2 e DORA, e la necessità di governare i costi dell’Intelligenza Artificiale. Per determinati carichi di lavoro di AI, il modello a consumo tipico del Public Cloud presenta profili di spesa poco prevedibili, inducendo diverse organizzazioni a valutare soluzioni infrastrutturali dedicate.
La prospettiva europea e la spinta infrastrutturale degli hyperscaler
A livello europeo, il fatturato complessivo dei provider Cloud ha raggiunto i 131,4 miliardi di dollari, segnando un incremento del 29% su base annua. La divaricazione tra l’aumento dei fatturati dei fornitori sul territorio continentale (+29%) e la crescita della spesa diretta da parte delle imprese italiane (+17%) risiede nella differente metodologia di misurazione. Le rilevazioni su scala europea quantificano il fatturato generato dagli operatori dell’offerta, comprensivo delle transazioni intermedie di capacità computazionale tra gli attori della filiera digitale; la rilevazione nazionale valuta invece la spesa consuntivata dalle aziende utilizzatrici finali. Gli ingenti investimenti diretti nell’infrastruttura di calcolo per l’AI non hanno ancora generato un incremento di pari intensità nella domanda da parte dell’utenza finale.
Il mercato europeo rimane caratterizzato da un’elevata concentrazione dell’offerta. I tre principali hyperscaler statunitensi (Amazon Web Services, Microsoft e Google) detengono da soli il 68% del mercato continentale, mentre la totalità dei provider nordamericani controlla il 92% del fatturato complessivo. In risposta ai requisiti europei di sovranità e tutela dei dati, i grandi operatori globali hanno strutturato offerte dedicate, quali l’apertura di regioni data center distribuite, collaborazioni con attori industriali locali e soluzioni specifiche, tra le quali figura l’iniziativa European Sovereign Cloud avviata da AWS con un piano di investimenti dichiarato di 7,8 miliardi di euro.
L’analisi delle operazioni straordinarie di fusione e acquisizione condotta su 47 primari operatori della filiera digitale globale evidenzia come oltre 105 miliardi di dollari si concentrino nello sviluppo della filiera dell’AI, dai modelli fondazionali alle infrastrutture hardware. L’assetto di tali investimenti mostra una spiccata polarizzazione geografica: oltre il 90% dei capitali erogati dai player nordamericani rimane circoscritto all’area nordamericana. Questa concentrazione della capacità computazionale ha favorito la nascita e la capitalizzazione dei cosiddetti Neocloud, provider specializzati nell’erogazione di potenza di calcolo GPU as a Service.

Il vincolo della dipendenza e la visione dell’autonomia strategica
I dati dell’Osservatorio mettono in luce una spiccata dipendenza tecnologica delle imprese italiane nei confronti dei fornitori extra-europei: il 78% della spesa complessiva per servizi IaaS e PaaS delle grandi aziende analizzate è assorbito dagli hyperscaler statunitensi, quota che raggiunge l’86% nel segmento delle grandissime imprese definite trend-setter.
L’analisi del livello di consapevolezza delle organizzazioni evidenzia un netto divario tra le intenzioni strategiche e la concretezza delle architetture. Pur in presenza di un 63% di imprese trend-setter e di un 55% di grandi aziende che dichiarano di aver avviato iniziative per rafforzare la propria autonomia, quali la preferenza per fornitura europea su nuovi progetti o la progettazione di moduli applicativi portabili, per il 70% dei rispondenti il concetto di sovranità digitale coincide esclusivamente con la localizzazione geografica e la residenza fisica del dato. Rimangono trascurate dimensioni critiche quali il controllo logico sulle informazioni, la giurisdizione normativa cui è soggetto il fornitore e le garanzie di continuità operativa di fronte a scenari geopolitici complessi.
Si riscontra inoltre un utilizzo marginale del software Open Source come leva prioritaria di sovranità, adottato in modo strategico soltanto dal 2% delle grandissime imprese e dal 7% delle grandi. L’adozione dell’Open Source risulta limitata dalla carenza di supporto di livello enterprise da parte di vendor strutturati e dalla scarsità di competenze interne per la gestione diretta dei sorgenti e delle infrastrutture.
Come sottolineato dalla direzione scientifica dell’Osservatorio, il dibattito europeo deve superare l’equazione reattiva tra sovranità e protezionismo autarchico, irrealizzabile in una filiera globale interdipendente. La priorità si sposta sulla costruzione di una reale autonomia strategica, intesa come sviluppo di capacità tecnologiche distintive, capacità negoziale nei confronti degli attori globali e facoltà di selezione architetturale flessibile.

Le trappole della migrazione reattiva tra vincoli economici e assenza di competenze
L’analisi dell’evoluzione strategica delle imprese rivela la transizione da una fase di adozione d’impulso a un modello decisionale ponderato. Negli ultimi anni si è assistito al ridimensionamento dell’approccio Cloud Only in favore di strategie selettive caso per caso, adottate oggi da oltre la metà delle aziende strutturate. Tuttavia, l’ampia diffusione del modello multi-cloud risponde più a una logica di accumulo stratificato nel tempo che a un disegno d’architettura consapevole.
Le principali barriere al pieno governo delle infrastrutture non sono di natura squisitamente tecnologica, bensì di carattere economico e organizzativo. I temi della portabilità applicativa e del vincolo di dipendenza dal fornitore costituiscono un freno primario all’agilità operativa, mentre la sovranità digitale in senso stretto rappresenta la priorità decisionale solo per il 12% dei progetti analizzati.
Nel processo di migrazione si registra uno spostamento del perimetro fisico senza un parallelo ripensamento del modello di gestione. L’uscita dei carichi di lavoro dai data center proprietari verso strutture terze in colocation o hosting non si è tradotta nell’acquisizione delle competenze necessarie a governare architetture distribuite, lasciando inalterata la dipendenza operativa dai fornitori esteri.
Il ritardo architetturale e le illusioni della trasformazione digitale
L’introduzione dell’Intelligenza Artificiale agisce come acceleratore dei processi di trasformazione, ma rischia di amplificare le rigidità preesistenti. Oltre il 75% delle imprese analizzate utilizza soluzioni di AI, facendo ricorso in primo luogo a software erogato in modalità SaaS. Questo approccio garantisce prontezza d’uso ma accentua la frammentazione applicativa, favorendo il fenomeno dello Shadow AI e rendendo complessa la previsione delle voci di spesa. Soltanto una quota ridotta di grandi organizzazioni adotta piattaforme PaaS o architetture ibride volte a mantenere la proprietà dei dati e un controllo rigoroso sui costi di elaborazione.
I processi di modernizzazione dei sistemi legacy rimangono ampiamente reattivi: il 69% degli interventi di ristrutturazione applicativa è determinato dalla semplice obsolescenza tecnologica dei sistemi, anziché da una scelta strategica mirata all’evoluzione delle capacità di business o alla gestione consapevole del debito tecnico.
Emerge una distanza marcata tra la narrazione dell’adozione Cloud Native e il reale stato dell’arte infrastrutturale. L’adozione di architetture a microservizi riguarda una frazione contenuta delle organizzazioni e spesso si limita all’esposizione di interfacce API su strutture monolitiche preesistenti. Le pratiche di Continuous Integration e Continuous Development registrano una crescita nella fase di sviluppo ma incontrano colli di bottiglia nelle procedure di rilascio in produzione, che restano prevalentemente manuali. Analogamente, gli strumenti di osservabilità vengono impiegati per il monitoraggio e la telemetria di base, anziché per la gestione proattiva e automatizzata degli ecosistemi distribuiti.

Le ambizioni della Commissione Europea e gli interrogativi dell’esecuzione
Il quadro delineato dagli organi della Commissione Europea conferma l’intenzione di passare da una regolamentazione passiva a una politica industriale attiva per la sovranità tecnologica, concretizzata nel pacchetto su Cloud, AI e Open Source. Il modello quadro proposto dall’Unione definisce quattro livelli distinti di sovranità: la residenza dei dati sul territorio comunitario, la tutela giuridica e operativa dei nodi di elaborazione, la sede legale ed effettiva del provider nell’Unione Europea, fino al controllo completo dello stack tecnologico hardware e software. L’obiettivo europeo punta a raggiungere entro il 2035 una quota del 30% del mercato affidata a provider sovrani, elevando al 100% la copertura per le infrastrutture critiche e i settori ad alto rischio.
Tuttavia, l’impianto strategico comunitario solleva interrogativi rilevanti in merito alle modalità concrete di attuazione e alla loro sostenibilità economica. Permane una forte distanza tra i target normativi e la realtà strutturale di un mercato europeo controllato per il 92% da attori statunitensi. Non appare chiaro come gli strumenti di procurement pubblico – che ipotizzano di riservare almeno il 25% degli acquisti a piccole e medie imprese europee – possano bilanciare la carenza di grande capacità computazionale autoctona.
Analogamente, i piani di investimento previsti nell’ordine di alcuni miliardi di euro nel settore dell’Open Source e della connettività distribuita si scontrano con la massa di capitale mobilitata dagli operatori nordamericani nella filiera dei semiconduttori e dei data center. La transizione dai progetti pilota alla scala industriale rimane condizionata dalla frammentazione dei mercati nazionali, dai tempi di autorizzazione per la realizzazione dei data center e dai vincoli di approvvigionamento energetico.
di Massimo Bolchi

