Eventi

Banijay: la strategia di Marco Bassetti tra acquisizioni, digitale e AI

L’incontro si è tenuto ieri all’Hotel Westin Excelsior di Roma nell’ambito del MIA – Mercato Internazionale Audiovisivo. L’entertainment company globale oggi vale 4 miliardi di euro di ricavi e amplia il proprio modello di business

“Heaven, I’m in heaven”, cioè “sono in paradiso”. Inizia con le note di Cheek to Cheek, il celebre standard jazz di Irving Berlin del 1935 che Fred Astaire cantava in Cappello a cilindro l’incontro con Marco Bassetti di Banijay. La celebre canzone è la colonna sonora di un video con cui Bassetti annuncia il transfomation deal con A3 Media, casa di produzione inglese. È davvero in paradiso, oggi, Banijay. È il più grande studio di produzione indipendente del mondo: 4 miliardi di euro all’anno di revenue, produzioni in 25 paesi, 20mila ore di televisione all’anno, 170 società in giro per il mondo che producono 140 fiction all’anno e 315 unscripted show, che è il vero core business della compagnia. Che può vantare 110 titoli all’anno venduti agli steamer e il più grande catalogo di produzione indipendente al mondo. Tra i formati televisivi di successo ci sono MasterChef, The Traitors, Big Brother e Survivor, cioè Grande Fratello e L’Isola dei Famosi. Ma anche film premiati come il toccante Hamnet. Banijay ha lanciato qualche anno fa un’agenzia e un business digitale multi-piattaforma come Little Dot che conta 11 miliardi di views al mese. Oggi Banijay è entrato nel mondo dello sport e degli eventi dal vivo. Tra le società controllate in Italia ci sono Endemol Shine, Groenlandia, Aurora Tv e Atlantis Banijay Studios Italia e molte altre. Oggi Banijay non si vede più una società di produzione, ma un’entertainment company. E pensare che, come ha raccontato all’inizio dell’incontro, Marco Bassetti ha iniziato per caso, passando in una tv commerciale e iniziando a fare l’assistente di studio, poi l’aiuto regista e il regista, per poi passare ad occuparsi di format televisivi

Acquisizioni e transformation deal

“Acquistare società di produzione è un rischio” inizia Bassetti nel suo talk condotto dal collega Marco Chimenz. “Devi valutare le persone da un punto di vista umano e professionale. Ma ti devi anche chiedere quanto li puoi trattenere. Ogni tanto qualcuno dei nostri competitor fa acquisizioni di pancia e non di testa; invece ci vuole una certa disciplina quando investi dei soldi che non sono tuoi”. Si è parlato quindi di earn-out, quella clausola contrattuale usata nelle operazioni di compravendita aziendale (M&A) che collega una parte del prezzo di cessione al raggiungimento di risultati futuri e predeterminati da parte della società venduta. Anche dal punto di vista della società che viene acquisita un earn-out troppo breve, di tre anni, non è l’ideale: per un produttore vendere la propria società è un grande salto nel buio, e deve dare a se stesso il tempo di dare il massimo. “Abbiamo circa l’80% per cento di rinnovi di earn-out, è una buona percentuale” spiega Bassetti. “Le acquisizioni di singole società le facciamo soltanto quando abbiamo bisogno di iniziare qualcosa di nuovo o ci manca un genere, come può essere la comedy. Ma siamo arrivati dove siamo arrivati perché abbiamo fatto dei transformation deal: in questo caso hai molte più sinergie, molto più valore aggiunto da mettere, aggiungi quello che hanno loro a quello che abbiamo noi”

Il peso di Banijay nel rapporto con gli streamer

Ma una compagnia grande come Banijay fa sentire il suo peso quando una delle sue società si trova a negoziare con gli streamer in un momento in cui questi dettano sempre di più le regole? “In valore assoluto no” risponde Bassetti. “Quello che conta è la fungibilità dell’IP che hai e il talento che c’è dietro. Se hai Steven Kngiht e House Of Guinness hai questi due punti di forza e vai lì e negoziare con chi ti dà di più e ti lascia tenere i tuoi diritti. Anche con gli streamer abbiamo una montagna di sessioni tra di noi per cercare di capire come poter produrre al meglio il prodotto”.

Streamer, produttori e creatività

Secondo Chimenz gli streamer hanno ormai vinto il grande dibattito dell’equilibrio tra committente e produttore. Ma in questa vittoria c’è un errore: quando hai una società che lavora per te, che deve fare un prodotto buono, stringere gradualmente i terms of trade – a livello di margini e diritti non lasciati – può essere una cosa che danneggia lo streamer stesso. Se il produttore è solo uno che fa un servizio perché dovrebbe investire sui diritti di un libro, ad esempio, e rischiare? “La battaglia vera deve essere fatta su una compensazione della creatività, qualora abbia successo. In che modo non lo so dire” riflette Bassetti. “Quando lavoro per una rete televisiva in Paesi come l’Inghilterra, io sono il proprietario del prodotto che creo. Se vendo una serie, dopo tre anni mi ritorna, c’è un ritorno e un incentivo al creativo. Se tutti gli streamer usano le cdp come dei line producer alla fine la situazione sarà un lose-lose e non un win-win. Se non incentivi il creativo a venire da te e oggi ha la possibilità di andare da altre parti perché dovrebbe farlo? Noi lavoriamo felicemente con gli streamer ma sappiamo che non possiamo avere nessuna retention delle IP”.

YouTube può essere una soluzione?

Ma YouTube può essere una maniera per continuare a monetizzare il proprio catalogo? Può avere senso per un produttore non andare su uno streamer e puntare sulle royalties di YouTube? “No. Siamo lontani anni luce da questo modello” spiega Bassetti. “Tenete conto che prendi 5mila euro se fai 1 milione di views: l’87% dei video non arriva a 1000. Pensare di andare standalone su YouTube per fare soldi non esiste, neanche per gli unscripted”. Una società come Little Dot, non solo un multi-channel network sul digitale, ma anche un’agenzia di pubblicità, dà però altre opportunità. “Se raggiungo un’audience importante posso brandizzare il mio contenuto. Abbiamo 440 agenti, e questo ci consente, anche con l’aiuto dell’AI e dei dati, di riuscire a brandizzare quel contenuto e quindi prendere parte dei soldi che ti arrivano dalla pubblicità, con la percentuale che fai, e un’altra parte con la possibilità di fare branded content. Si pensa che YouTube consenta di monetizzare sulle short form, invece monetizza molto di più nelle long form”. “In Inghilterra YouTube è la seconda rete più vista: non è vista sul telefonino, ma   sul televisore. Nella fascia 16-35 è vista il doppio del primo canale tv. Ma la tivù è regolamentata, YouTube no”.

Il futuro sono gli eventi live

Il futuro di Banijay, come detto, è quello dell’entertainment company. Per lavorare sugli eventi live è stata acquisita Luminescence, una società che fa spettacoli nelle chiese. “Facciamo spettacoli con l’orchestra e con giochi di luce, raccontiamo la storia della chiesa, vendiamo i biglietti e parte del ricavato lo diamo alle chiese” spiega Bassetti. “Il direct to consumer è un modello diverso da quello tipico di noi produttori: ti devi assumere un rischio, vendere i biglietti. Se vuoi competere nel mondo globale devi essere nel posto giusto dove creare un’IP, dare qualcosa in più, originalità. Tra le società che si occupano di eventi live c’è la famosa Balich Wonder Studio di Marco Balich, nota per la cerimonia delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Ma se si lavora sul grande evento, che è per sua natura episodico, come si fa a normalizzare questo business e a renderlo costante? “La parte più grossa degli affari di Balich è in medio oriente, tra Dubai e Rihad, ora anche a Shangai. Ha dei picchi con le Olimpiadi ma ci sono tanti eventi: gli expo, i Giochi del Mediterraneo, i Giochi Panafricani. Si riesce a sopravvivere”.

Che cosa ne pensa dell’AI

L’AI ci libera tempo, ci aiuta nella riduzione di certi costi. Ma desta anche alcune preoccupazioni. Cosa ne pensa Bassetti? “Credo sia la prima invenzione dell’uomo di cui non si conoscono i limiti” risponde. “Quindi si può essere preoccupati, ma in generale nel nostro settore oggi l’AI è un sistema che ci ha consentito di risparmiare su tutte le funzioni di supporto per le nostre attività: riusciamo a essere molto più efficienti perché riusciamo a mettere tutti i nostri dati nell’AI. Ma se qualcuno mi chiede se l’AI mi ha cambiato la vita dico di no”. Ma, secondo Bassetti, la domanda è un’altra. “Se i costi della produzione verranno ridotti verrà ridotta anche la production fee: se per una serie che costa 500 milioni e ne prendiamo 100, se costerà 250 ne prenderemo 50. Ci sarà un consumo di prodotti in AI, un altro di prodotti con l’ausilio di AI e un altro di prodotti senza AI. Per quanto ci riguarda la maggiore protezione possibile dei creativi è in cima al tema dell’AI”.

di Maurizio Ermisino