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Ci sono due detti in Italia, che ci sono venuti in mente in questi giorni. “Facile come rubare in chiesa. E “gioca coi fanti ma lascia stare i santi”. Ci abbiamo pensato perché le protagoniste di Sants di Mikel Gurrea, in realtà fanno proprio questo. Rubano immagini sacre nelle chiese. Sants ha regalato a Victoria Luengo il premio come miglior attrice alla Festa di Roma per il ruolo di Lali, una ladra vagabonda, costretta a tornare a Barcellona per prendersi cura della madre Gloria, da cui si era allontanata. Sempre sul punto di scappare, incrocia il cammino di Rosario, la carismatica leader di una banda che ruba oggetti sacri. Quello che inizia come una fonte di guadagno rapido si trasforma in qualcosa di più profondo, man mano che Lali instaura un legame inaspettato con Rosario e la sua comunità.
Victoria Luengo e quel dente rotto…
Victoria Luengo è decisamente l’attrice spagnola dell’anno. Dopo i ruoli in Amarga Navidad di Pedro Almodovar e El Ser Querido (L’essere amato) di Rodrigo Sorogoyen, qui è in scena in modo ancora diverso: jeans, giacca di pelle e canotta, ha un’aria ribelle. Victoria, ogni volta che appare sullo schermo è molto luminosa. Per interpretare questo personaggio è come se avesse cercato di togliere tutta la luce dal suo volto, se avesse cercato di sembrare opaca. Ha sporcato la sua bellezza per essere credibile. Con un tocco particolare, un dente scheggiato che dà subito una lettura del personaggio. “Con Mikel abbiamo iniziato a occuparci del mio personaggio ben prima che finisse la sceneggiatura. Volevamo lavorare sullo sguardo di Lali e farne qualcosa di diverso” ci ha raccontato l’attrice. “Il tratto preminente è questo sorriso sfacciato, il modo sarcastico per mettersi davanti al viso una maschera. Il dente rotto è stato una grandissima trovata perché dà tante informazioni. La dentatura ti identifica come classe sociale: il fatto di avere un dente rotto, di non aggiustarlo ti dice qualcosa del personaggio. Ci sono tanti primi piani in cui dici: è Victoria Luengo o non è Victoria Luengo? Avevo recitato in altri due grandi film ed era importante per me trovare qualcosa di diverso. Lali si identifica attraverso il suo sorriso e la paura di farsi vedere”. L’anno di Victoria Luengo è stato davvero speciale, con tre grandi film per tre grandi registi. Che cosa hanno in comune e cosa di diverso Almodovar, Sorogoyen e Gurrea? “Sono tutti e tre affascinati dagli attori, li amano” ci risponde sorridendo Victoria. “È molto importante perché ci sono invece registi che non li amano, si interessano più ad altri aspetti. “Le cose diverse tra loro sono tantissime. Almodovar è un marchio, vedi un frame e dici è un film di Almodovar. Diciamo che hanno tre linguaggi diversi”.
Una chiesa chiusa è una cassaforte piena di tesori
Sants di Mikel Gurrea è un film ribelle, iconoclasta, irriverente, coraggioso. Va a toccare qualcosa di delicato come la Chiesa in un Paese fortemente cattolico. Anche se, comunque, la chiesa è trattata con un certo rispetto. Non si potrebbe immaginare un film simile in Italia, oggi. Eppure, l’hanno fatto. Lo ha girato Carlo Mazzacurati nel 2000 e si chiama La lingua del Santo, e immaginava che due malcapitati, interpretati da Fabrizio Bentivoglio e Antonio Albanese, rubassero una reliquia di Sant’Antonio a Padova. Ma da dove è arrivata l’idea di Sants? “Volevo trovare una finzione che raccontasse il quartiere dove vivo, Sants, che sta tra la stazione ferroviaria e il porto commerciale” ci risponde il regista. “È un quartiere che a prima vista è apparentemente quotidiano, con un sostrato associativo molto importante, e un sostrato anarchico storico molto forte, Ma ha un nome molto religioso e questa religiosità non si vede. Ho saputo che c’è una chiesa che dava il nome al quartiere, Santa Maria di Sants: volevo vederla ma la trovavo sempre chiusa. L’idea di una chiesa chiusa era come quella di una cassaforte piena di tesori, dove si potesse andare a rubare. Sono andato a documentarmi sui furti d’arte sacra, che sono moltissimi in Spagna, e ho scoperto la figura di Erik el Belga, un ladro e un mercante d’arte, che ne parla in modo molto ambiguo: parlava della riverenza che sentiva entrando in questi luoghi per portare via le opere sacre e anche di quella a cui le rivendeva, che piangevano quando le compravano”. “Quando l’ho letta ho capito che non era la solita sceneggiatura” racconta Eulalia Ramon. “È una storia affascinante. E mi è piaciuto il fatto che abbia inventato la figura di Rosario in quanto donna, perché era molto facile assegnare questo ruolo ad un uomo. Mikel è stato molto lungimirante: non è detto che una donna arrivata a una certa età possa fare soltanto la nonna. Può essere una trafficante, un’assassina”
Un film che si muove sull’onda del mistero
“Dove lavorate?” “Vendiamo antiquariato” è una delle battute più belle del film. Che vede il furto come una sorta di resistenza, e di redenzione, come nel grande successo seriale spagnolo La casa di carta. Rispetto a quei furti qui tutto è più soffuso, autoriale. Ma quel piglio libertario si sente anche qui. Lali e Rosario sono due Robin Hood. Se lui rubava ai ricchi per dare ai poveri, loro rubano in chiesa per dare a se stesse, che benissimo non se la stanno passando. La Spagna è un Paese molto cattolico. Come è stato accolto il film? E che cosa pensavano gli artisti mentre lo stavate scrivendo e girando? “Non ci hanno fatto molte domande su questo” risponde il regista. “Mentre lo giravo mi chiedevo che cosa sarebbe successo. Parlando con le persone della Chiesa ho capito che è vero che ci sono furti di opere sacre, ma anche una forte componente di rispetto e ammirazione, che magari non nascono dalla religione, ma da un senso per l’arte e l’estetica. Queste persone erano lì durante le riprese e ci dicevano ‘questo si può fare e questo no’. La storia parla di un personaggio che intraprende un viaggio spirituale, terapeutico, che le permette di guarire ed essere a contatto con sua madre attraverso le icone. Non è un film su vandalismo. “Non ho avuto nessun problema, né come Eulalia né come Rosario” risponde Eulalia Ramon. “Questo grande ladro di opere alla fine è diventato consulente per la Chiesa in caso di furti” aggiunge il regista. “È un film che si muove sull’onda del mistero. Un mio amico molto religioso mi ha detto che il film generava in lui una grande tensione ma mai un rifiuto. Allora ho pensato: stiamo facendo la cosa giusta. A volte Erik el Belga le immagini sacre le ha anche restituite. Ma solo alcune: non era un santo”.
Victoria Luengo e le manifestazioni in Spagna
Lali e Rosario sono persone della classe lavoratrice. Siamo stati tutti molto colpiti dal fatto che in Spagna ci sia mossi subito, prima di tanti altri Paesi, per manifestare contro il caro degli affitti e il caro vita. Che cosa ne pensa Victoria Luengo? “Credo che in ogni Paese si pensi che si possa fare di più” risponde. “Io ad esempio vedo quello che stanno facendo in Francia e penso che noi in Spagna non stiamo facendo nemmeno la metà. La gente è stufa e disperata, e penso che tutti noi dovremmo scendere molto di più in strada. Penso che sia un momento pericoloso in termini politici e dovremmo unirci e scende in piazza. Ci sono Paesi che lo fanno più. Credo che in Spagna il problema della casa sia diventato insostenibile, il fatto che ci sia gente che non possa avere un tetto sulla testa è veramente una cosa inaccettabile”.
Gli altri premi
CONCORSO PROGRESSIVE CINEMA
– Miglior Film: I SEE BUILDINGS FALL LIKE LIGHTNING di Clio Barnard
– Gran Premio della Giuria: THE LIFE AND DEATHS OF WILSON SHEDD di Tim Blake Nelson
– Miglior sceneggiatura: ABIA CASTILLO, DIEGO RABASA, DIEGO LUNA per Ceniza en la boca (Ashes)
– Miglior regia: RAFIKI FARIALA per Congo Boy
– Miglior attrice: VICTORIA LUENGO per Sants
– Miglior attore – ex aequo: ANTHONY BOYLE per I See Buildings Fall Like Lightning
– Miglior attore – ex aequo: PAOLO PIEROBON per Brianza
– Premio speciale della Giuria: alla famiglia AL MAWLA per Yesterday the Eye Didn’t Sleep
MIGLIOR OPERA PRIMA POSTE ITALIANE
– CLEMENTINE ORANGE di Lisa Forslund (sezione Freestyle)
È stata inoltre assegnata una Menzione speciale al film El tren fluvial (The River Train) di Lorenzo Ferro e Lucas A. Vignale (sezione Freestyle).
PREMIO MIGLIOR DOCUMENTARIO
– DANS LA GUEULE DE L’OGRE (INTO THE JAWS OF THE OGRE) di Mahsa Karampour (sezione Special Screenings)
PREMIO DEL PUBBLICO TERNA
– CONGO BOY di Rafiki Fariala – ex aequo
– MUSTANG di Kasia Smutniak – ex aequo
di maurizio ermisino