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L’essere amato, Rodrigo Sorogoyen racconta con Bardem il confine tra cinema e vita

Alla Festa del Cinema di Roma è arrivato il nuovo film dell’autore di As Bestas, Madre e Dieci capodanni. Presentato in anteprima mondiale alla 79a edizione del Festival di Cannes, è stato lodato per la grande interpretazione dell’attore. Uscirà nelle sale il 12 novembre. Abbiamo intervistato il regista e la protagonista Victoria Luengo

 

Mentre Emilia, in una pausa sul set, dice al padre Esteban “ti farò sapere” riguardo a un suo invito, fa il gesto di grattarsi il mento. Lui, che è anche il regista che la sta dirigendo nel suo ultimo film, vuole che faccia questi gesti anche quando recita. Nei film in costume gli attori sono tutti rigidi, legnosi. Facendo questi gesti, invece, sarebbero più naturali. È forse proprio questo il segreto di Rodrigo Sorogoyen, uno dei grandi registi contemporanei, e di un film come L’essere amato (El Ser Querido) Forse Sorogoyen dà proprio questi consigli ai propri attori.  Perché nei suoi film scorre la verità. “Faccio moltissima attenzione a questi dettagli” ci spiega il regista, che abbiamo incontrato a Roma, all’Hotel d’Inghilterra. “Se vedo un film dove non c’è verosimiglianza mi scollego subito. Sono sempre alla ricerca della verità, a volte ci riesco meglio a volte no. Ma ho bisogno che alle cose che vediamo si possa credere”. “Hai un’estrema precisione. Sei estremamente esigente” interviene Victoria Luengo, che interpreta Emilia, rivolgendosi a lui. “Come nella scena di Antidisturbios che stavamo girando in un bar: sullo sfondo c’era una comparsa che, per due minuti, continuava a leggere un libro. Hai fermato la scena perché non era credibile che oggi una persona leggesse tutto il tempo senza dare uno sguardo al cellulare. Hai un’attenzione non solo per gli attori protagonisti ma per tutti gli attori”.

Non c’è distanza tra lo spettatore e il film

La cosa che amiamo dei film – e delle serie – del regista spagnolo è che scorrono naturali come la vita. E quei pezzi di vita andresti avanti a vederli per ore, perché non li stai solo guardando. Li stai vivendo. Sei lì, in mezzo ai protagonisti. La grande forza di Sorogoyen è questa. “Ci sono tanti film d’autore in cui si riflette il regista” ci spiega. “A me piace interpellare, creare qualcosa di intenso. Ci sono tipi di film molto belli che rimangono però degli affreschi, dove uno guarda un po’ da fuori, si crea un rapporto tra spettatore e film. Con noi questo non succede. Non c’è questa distanza. È qualcosa che mi piace da spettatore e metto nei miei film”.

Esteban ed Emilia, padre e figlia si ritrovano sul set

Questo è chiarissimo sin dalla prima scena de L’essere amato, avvolgente e magnetica. In cui sei proprio accanto a loro, al tavolo di un ristorante. Primissimi piani, campo-controcampo. Esteban (Javier Bardem) ed Emilia (Victoria Luengo), padre e figlia, si rivedono dopo 13 anni. Lui, regista da due premi Oscar, è stato a New York, ha una nuova famiglia, moglie e due figli piccoli. È tornato a Madrid per restarci. Per reincontrare quella figlia che, di fatto, non ha mai conosciuto e non conosce. Vuole offrirle la parte della protagonista femminile del suo nuovo film un film in costume ambientato nel Sahara e girato in Spagna.

I segreti di quella grande prima scena del film

“Quella prima scena la volevamo così, intensa e potente, perché volevamo che gli spettatori provassero le stesse cose che provano i protagonisti: disagio, tensione e una sorta di mistero” spiega il regista. “Rodrigo ci aveva chiesto di non vederci prima, e che ognuno di noi lavorasse da solo sul suo personaggio” ci svela l’attrice. “Quando ho sentito il ciak sono entrata, Javier era già nel ristorante da cinque minuti. Le macchine da presa erano nascoste dietro le pareti, non c’erano microfoni e niente che ricordasse un set. C’erano altre persone che mangiavano al ristorante come in un giorno qualunque. C’è stata improvvisazione: l’importante è che in un’ora e venti mettessimo tutte le dieci pagine di sceneggiatura che ognuno di noi aveva. Abbiamo mangiato normalmente. E non c’è stata una ripetizione. Altrimenti si sarebbe persa l’immediatezza di quella prima volta”. Buona la prima. Anzi, perfetta la prima.

Tra Effetto notte di Truffaut e Irma Vep di Assayas

L’essere amato è l’Effetto Notte di Rodrigo Sorogoyen, per come racconta la magia e la delicatezza del set, il dietro le quinte di chi fa cinema. Se ne fanno molti, oggi, di film di questo tipo, ma come il film di Truffaut questo ci porta davvero dentro il set, fino quasi a farci toccare con mano gli strumenti. Come in quella scena al ristorante, siamo ancora una volta lì, proprio in mezzo alla troupe, nelle tende della produzione, tra la sabbia del luogo dove si sta girando. “Abbiamo visto il film di Truffaut, anche se è molto diverso” ci risponde Sorogoyen. “Capisco perché ne parli, perché è un omaggio ai trucchi del mestiere e al cinema. A noi non piace lavorare con troppi riferimenti, perché ti portano ad accostarti a qualcosa che già esiste ed è sempre pericoloso. Abbiamo visto Irma Vep di Olivier Assayas. Non lo conoscevo, ma mi è piaciuto per come ritrae gli esseri umani: volevamo che il nostro film non fosse un omaggio alla Settima Arte ma a chi fa questo mestiere, a chi si alza all’alba, a chi si occupa dei costumi e del trucco”.

Il set cinematografico amplifica tutto

Girare quel film, lo capiamo subito, non sarà facile. Non lo sarà per nessuno. Ma soprattutto per Esteban e Emila. “Il set cinematografico fa sì che tutto si amplifichi” spiega Victoria Luengo. “C’è un estremo nervosismo, vulnerabilità, soprattutto per gli attori. Qualunque tipo di legame che è esposto su un set è messo sotto una lente di ingrandimento. Diventa più interessante, nel bene e nel male”. Padre e figlia sono colti da dubbi, come lo siamo noi che vediamo il film. E se Emilia non fosse all’altezza? Se la sua insicurezza prendesse il sopravvento? E poi, per che motivo ha accettato il ruolo? “Credo che all’inizio racconti a se stessa che va sul set come attrice perché è una grande opportunità che non può perdere” analizza l’attrice. “Ma in fondo lo fa per avvicinarsi a suo padre, per capire che cosa è successo, per conoscerlo. Ma tutto a livello inconscio. Si pone dei limiti ma finisce per eluderli”. Ed Esteban, perché lo fa? Perché è adatta per la parte? Perché vuole aiutarla nella sua carriera di attrice che non decolla? O per il senso di colpa, per non esserci stato, per tornare a fare il padre per lei? “Lui è un personaggio che ha le migliori intenzioni, ma le usa in modo cattivo” spiega il regista. “Non che siano buone perché buone di cuore, magari sono egoiste, ma con una certa finalità. Ma trova un metodo che è inadeguato”.

Quel modo particolare di giocare con il cinema

Guardi il film e fremi per il rapporto tra queste due persone. E godi per la sapienza con cui Sorogoyen usa la macchina del cinema per portare avanti il racconto. La regia è piena di finezze, di scelte dalle quali capisci che a raccontarti questa storia c’è un grande regista. Come il momento in cui quella che dovrebbe essere a colonna sonora del film, che Esteban ascolta con gli auricolari, diventa il commento a una scena che accade nell’azione della vita reale, l’entrata a colazione di Emilia. O come invece quando l’audio sparisce del tutto, in un momento in cui padre e figlia stanno riguardando i giornalieri, ancora senza sonoro. O ancora, quando il bianco e nero, che potrebbe essere la tonalità in cui è girato il film, irrompe per fissare nella nostra mente in un certo modo e immagini della vita reale. “È stato molto divertente, c’è stata molta fiducia in tutto il cast tecnico, nella sceneggiatura” ci ha detto il regista. “Forse la fase di montaggio è stata meno divertente perché bisognava ridare ordine a tutto il caos. Ho voluto usare sia la pellicola che il digitale e dovevamo passare dall’uno altro. Ho avuto anche i mezzi per farlo, i produttori sono stati disponibili ad aiutarmi”. Qui ci è sembrato che abbia girato molto più in libertà rispetto agli altri suoi film. “Volevo allontanarmi dal modo di girare che avevo normalmente, volevo qualcosa di più audace” ci spiega. “Sono soddisfatto del risultato anche se mentre giri non sai cosa succederà”.

Non puoi illuderti che il cinema sistemi tutto

Rodrigo Sorogoyen gira un grandissimo film, un’opera magistrale. Che ci fa capire quanto può essere grande il cinema. Ma anche che cinema e vita sono due cose diverse. “Non puoi illuderti che il cinema sistemi tutto” dice Emilia al padre che non sta facendo solo il regista, ma vuole provare ad essere il genitore che non è stato. “Sono venuta qui a recitare nel film, non ad essere tua figlia”. Sì, la vita è molto, molto più complicata del cinema.

di Maurizio Ermisino