A chiusura dell’evento ‘Sharing. Growth. Future.’ Sul tema Etica e AI, ne parliamo con Don Luca Peyron, Docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore e membro del comitato dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale applicata all’industria (AI4I), intervenuto in qualità di relatore
Cosa significa parlare di etica nell’epoca dell’intelligenza artificiale?
Significa cambiare prospettiva. Oggi si parla moltissimo di etica e AI, manifesti, regolamenti, principi, valori. Tutto importante, ma secondario se perdiamo il punto centrale, che è antropologico. La vera questione è l’essere umano. L’intelligenza artificiale interviene nella nostra essenza, a partire dalla dimensione cognitiva: ci permette di delegare il pensiero, le decisioni, perfino la responsabilità. Ma l’essere umano è proprio questo. Se perdiamo questa capacità, soprattutto nelle nuove generazioni, perdiamo qualcosa di fondamentale. Spesso si dice che ‘l’umano deve stare al centro’. Io credo invece che l’umano debba essere l’obiettivo. Non il centro del sistema, ma il fine.
Le nuove generazioni cresceranno con l’AI: come trovare un equilibrio tra utilizzo e dipendenza?
Partiamo da un presupposto, l’intelligenza artificiale non è uno strumento neutro. È progettata con precise modalità di interazione. Permettetemi una battuta, essendo torinese, dico che l’AI è ‘piemontese: falsa e cortese’. È costruita per darti ragione, per trattenerti, per tenerti dentro una bolla. Non ti dirà mai che stai facendo una domanda stupida, ma ti confermerà. Il rischio è la dipendenza. Per evitarla, dobbiamo educare alla bellezza della fatica, dell’attrito, del limite. È lì che si scopre davvero se stessi. Lo vediamo nello sport: grandi atleti non sono tali perché evitano il limite, ma perché ripartono da lì. Oggi invece i giovani temono il giudizio. La macchina non giudica, ma proprio per questo non può sostituire la relazione umana, che nasce dal confronto.
C’è anche il tema dei bias e dei dati: quanto incide sulla libertà?
Molto. L’intelligenza artificiale è addestrata su dati e quei dati non sono neutri. La qualità dei dati e il modo in cui vengono utilizzati determinano il risultato. Per questo la macchina, così com’è oggi, non è uno strumento puro di libertà. Da qui l’importanza, per l’Europa e per l’Italia, di sviluppare un’intelligenza artificiale propria. Non è solo una questione tecnologica, ma di valori. I principi della Costituzione italiana e dell’Unione Europea sono diversi da quelli di altri modelli, come quello americano o cinese. Le loro AI funzionano benissimo, ma non necessariamente rispecchiano i nostri principi. La domanda diventa, i nostri valori valgono lo sforzo di costruire qualcosa di nostro?
Quindi innovazione sì, ma con quali limiti?
Non si tratta di rinunciare all’innovazione. Sarebbe un errore. Si tratta di scegliere quando, come e perché usarla. In futuro, la differenza non la farà l’AI, perché sarà accessibile a tutti, ma l’essere umano. Un essere umano capace di sapere quando usare la macchina e quando spegnerla. Per non spegnersi lui.
Questa rivoluzione tecnologica è diversa dalle precedenti?
Sì, per tre motivi principali. Il primo è la velocità. Non abbiamo tempo di adattamento. Né le leggi né i sistemi educativi riescono a stare al passo. Il secondo è che queste tecnologie fanno cose che nemmeno i loro creatori avevano previsto. I modelli linguistici, ad esempio, hanno sviluppato capacità emergenti inattese. Il terzo è che oggi potere tecnologico e potere finanziario coincidono negli stessi soggetti. Questo genera implicazioni geopolitiche enormi. Adottare una tecnologia oggi significa adottare una visione dell’umano, una posizione politica e un modello di società. E questo è qualcosa di completamente nuovo.
In questo contesto cresce anche la ricerca di senso: che ruolo può avere la spiritualità?
Dobbiamo distinguere tra benessere e sentirsi bene. L’intelligenza artificiale può aumentare il benessere, ma non necessariamente il senso. Il senso nasce anche dal conflitto, dall’attrito, dalla relazione. Un’amicizia, una relazione autentica, non esistono senza confronto. La spiritualità entra proprio qui, è ciò che dà risposta alle domande di senso e che permette all’essere umano di andare oltre il presente, oltre il conflitto. È ciò che ricorda che non siamo riducibili a un sistema efficiente. E che, proprio per questo, restiamo umani.