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WhatsApp cambia le norme sulla privacy e i concorrenti, Telegram e Signal, assistono a una corsa al download, grazie anche all’endorsement di Elon Musk

“Il messaggio con il quale WhatsApp ha avvertito i propri utenti degli aggiornamenti che verranno apportati dall’8 febbraio, nei termini di servizio – in particolare riguardo alla condivisione dei dati con altre società del gruppo, e la stessa informativa sul trattamento che verrà fatto dei loro dati personali, sono poco chiari e intelligibili e devono essere valutati attentamente alla luce della disciplina in materia di privacy”. Così ha scritto oggi il Garante per la protezione dei dati personali (più brevemente Privacy) aggiungendo di aver portato la questione all’attenzione dell’EDPB (European Data Brotection Board), l’organismo che riunisce le Autorità europee sulla privacy.

Il Garante, scrive ancora nella nota, infatti, ritiene che dai termini di servizio e dalla nuova informativa non sia possibile, per gli utenti, evincere quali siano le modifiche introdotte, né comprendere chiaramente quali trattamenti di dati saranno in concreto effettuati dal servizio di messaggistica dopo l’8 febbraio.

Cosa di cui peraltro si erano già accorti non pochi utenti, che sono migrati in tempi molto brevi su altre app concorrenti, in particolare Telegram e Signal. Un addio dettato dal timore che Mark Zuckerberg, Fondatore di Facebook e ora proprietario della più diffusa app di messaggistica, con oltre due miliardi di utenti in tutto il globo, possa appropriarsi dei dati personali e dei file presenti nelle chat.

Ma veniamo ai fatti. Dal 7 gennaio molti utenti hanno ricevuto da WhatsApp una notifica relativa alle nuove politiche sulla privacy. Non accettarle, specifica l’avviso, comporta l’impossibilità di utilizzare l’app a partire dall’8 febbraio, giorno in cui i cambiamenti diventeranno effettivi.

La condivisione dei dati personali esisteva già su WhatsApp, ma poteva essere disattivata attraverso un’opzione specifica nel menù delle impostazioni. Da febbraio diventerà obbligatorio condividere i dati con Facebook, ma non è previsto alcun cambiamento tra le funzioni della chat più utilizzata in Italia, in primis quelle legate alla riservatezza delle comunicazioni, protette da una crittografia end-to-end che impedisce a chiunque all’intero dell’azienda di venirne a conoscenza. La possibilità che Facebook possa utilizzare per il proprio network pubblicitario i dati degli utenti non è prevista nelle nuove condizioni di utilizzo che dovranno essere accettate in Italia e nel resto d’Europa, dove gli utenti sono protetti dal GDPR. Facebook può raccogliere informazioni sensibili solo per motivi tecnici e di sicurezza.

L’azienda lo ha confermato un paio di giorni fa, dichiarando che “non ci sono modifiche alle modalità di condivisione dei dati di WhatsApp nella Regione europea, incluso il Regno Unito, derivanti dall’aggiornamento dei Termini di servizio e dall’Informativa sulla privacy. WhatsApp non condivide i dati degli utenti dell’area europea con Facebook allo scopo di consentire a Facebook di utilizzare tali dati per migliorare i propri prodotti o le proprie pubblicità”.

Se così stanno le cose, verrebbe spontaneo chiedersi, perché WhatsApp ha richiesto anche agli utenti italiani di accettare i termini e l’informativa sulla privacy di febbraio 2021? In effetti c’è una cosa che cambia: per le aziende, che potrebbero utilizzare direttamente il canale di WhatsApp per vendere i prodotti e contattare in prima persona i consumatori.

Non è per ora un cambiamento drastico della condizioni d’uso. Allora quali sono i motivi del chiasso sollevato dall’ultima mossa di WhatsApp? Innanzitutto per il confuso modo di elencare i cambiamenti, come rilevato – un po’ in ritardo in verità – anche dall’Authority italiana per la privacy, ma soprattutto per la tempistica. Oggi, soprattutto dopo i fatti di Capitol Hill, si è accesa una spiccata sensibilità per i temi della privacy, capace anche di travalicare i limiti razionali, E poi, non dimentichiamo, in buona parte del mondo NON ci sono le regole del GDPR a proteggere i consumatori da indebite ingerenze. E che, a ottobre dell’anno scorso, in India, WhatsApp ha iniziato a sviluppare un sistema di pagamento, per adesso limitato a quel paese, che ne farebbe un concorrente a tutti gli effetti, della app cinese WeChat, che si è dimostrata uno dei più efficaci alleati del PCC della gestione della vita di tutti i giorni degli abitanti dell’ex-Impero di Mezzo.

Quali che siano le ragioni, comunque, sono aumentati drasticamente i download dei concorrenti di Whatsapp: Telegram e Signal.

La prima è già utilizzata largamente, benché il numeri presentino un rapporto di uno a dieci con WhatsApp, e negli scorsi giorni è stata al quarto posto tra le app più scaricate da Internet. Fondata nel 2013, dai fratelli Pavel e Nikolai Durov, che hanno anche creato il social network VKontakte, l’applicazione di messaggistica è stata pensata con lo scopo di fermare la penetrazione del governo russo nella sfera privata dei cittadini, e per questo la società si rifiuta di collaborare con qualsiasi autorità e consegnare le chiavi di cifratura dei messaggi. La società gestita dai fratelli Durov si finanzia grazie agli introiti pubblicitari di VK, il Facebook russo, ma presto potrebbe essere introdotta una funzionalità sull’app di messaggistica per poter fare pubblicità a pagamento sui gruppi e sui canali, con una percentuale sui prodotti venduti destinati all’azienda.

Quest’ultimo aspetto, non adeguatamente pubblicizzato, rischia di tornare a proporre tra pochi mesi l’attuale dilemma legato all’instant messaging di Facebook. Inoltre, proprio perché difficile da penetrare, Telegram viene usato per distribuire a centinaia di migliaia di utenti contenuti illegali, che vanno dai semplici giornali ai link per il Deep Web, alla pedopornografia. Ovviamente Telegram non ha responsabilità su questo fatto, ma un’ombra continua ad aleggiare sulla app dei fratelli Durov.

L’altro concorrente, che ha avuto nelle scorse settimane l’endorsement anche di Elon Musk, è Signal, creata nel 2013 da un gruppo di attivisti per la privacy ed è sostenuta dalla Signal Foundation, un’associazione non profit. Finora è stata utilizzata principalmente da giornalisti d’assalto, politici e grandi imprenditori per tutelare i propri dati. Signal utilizza infatti un sistema di crittografia molto avanzato, sempre end-to-end, ed è tra le app di messaggistiche che raccolgono meno informazioni personali dell’utente. I dati sensibili, viene sottolineato nelle condizioni di utilizzo dell’applicazione, non sono usati per scopi pubblicitari.

L’applicazione è open source. Significa che chiunque può avere accesso al suo codice per verificarne la sicurezza, al contrario di WhatsApp. Il suo carattere non profit e la mission di salvaguardia della privacy l’hanno resa il candidato perfetto per sostituire l’app di messaggistica più utilizzata al mondo per tutti gli utenti che hanno a cuore la protezione dei propri dati. Signal è stata scaricata più di 10 milioni di volte (pochisime in confronto ai 5 miliardi di Whatsapp e ai 500 milioni di Telegram), ma è ai primi posti nella classifica delle app più scaricate in questo momento storico.

Come andrà a finire con questa ‘sollevazione’ contro WhatsApp? Pur nella difficoltà di fare previsioni, secondo chi scrive il tutto si risolverà in una tempesta in un bicchiere d’acqua. Gli utenti, anche quelli che hanno downloadato in un primo tempo un app concorrente, saranno alla fine trattenuti dalle abitudini e dalla ancora scarsa numerosità dei propri corrispondenti nell’utilizzo quotidiano di WhatsApp, nuove regole sulle privacy o meno. E Signal continuerà a essere utilizzato da una minoranza di nerd, quelli che usano Linux o DuckDuckGo.

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