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Sagmeister, dall’alto dei suoi lavori per Rolling Stones, HBO e Museo Guggenheim: “La bellezza è una funzione”

Dal declino dell'architettura razionalista agli errori del web design moderno: perché ignorare l'estetica distrugge il valore del brand. Oltre il minimalismo, la bellezza migliora la UX e guida il marketing
Stefan Sagmeister
Stefan Sagmeister

“L’assunto secondo cui la bellezza dipenderebbe unicamente dall’occhio di chi guarda, nato da un romanzo dell’Ottocento, è una concezione profondamente errata e dannosa. Se l’estetica fosse esclusivamente un’opinione soggettiva, non avrebbe alcun senso dedicare tempo ed energie per creare opere belle”.

Così Stefan Sagmeister al Digital Design Days, perché “se tutti hanno un’opinione completamente diversa sulla bellezza, allora per quale ragione preoccuparsi?”. Al contrario, è possibile dimostrare storicamente e scientificamente che esiste “un accordo sorprendentemente grande in tutto il mondo attraverso le diverse culture su ciò che è bello e ciò che non lo è”.

Una concezione globale della bellezza

Attraverso test e votazioni rapide condotte in diverse metropoli del mondo, da Reykjavik a Città del Capo, emerge un consenso trasversale: “ogni cultura ama il cerchio”, mentre “tutti odiano il rettangolo”, e il colore meno gradito in assoluto è il marrone. Di conseguenza, si giunge alla logica conclusione che l’oggetto visivamente più sgradevole a livello mondiale risulta essere unanimemente un rettangolo di colore marrone.

“Allora perché le nostre città sono punteggiate di parallelepipedi spesso di colore marrone, o al massimo cachi o grigi, che, come accade in questi giorni proprio a Milano, sono destinati a essere demoliti?”

Riflettendo sulla storia architettonica occidentale verrebbe da chiedersi come abbia fatto il cosiddetto ‘buio’ Medioevo a generare opere visivamente più armoniose rispetto quelli che popolano l’era moderna. “Analizziamo il castello di Lisbona”, ha esortato Sagmeister, “pur essendo un edificio di guerra destinato ad abbattere nemici, esibisce ingressi perfettamente simmetrici e dettagli ornamentali finanche sui cannoni”.
All’estremo opposto, si potrebbe collocare il Cook Convention Center di Memphis degli anni Settanta, trionfo di un “puro, totale funzionalismo” sgradevole, in cui la gloriosa storia musicale della città “era rappresentata solo da una volgare moquette multicolore, nei toni del marrone”.

Alla base di tutto c’è una profonda misconcezione

Seguendo il ragionamento di Sagmeister, è possibile rintracciare la primigenia genesi di questo declino architettonico e visivo nelle idee di Adolf Loos, un architetto austriaco che osteggiava l’architettura storicista al punto da affermare che “creare un nuovo ornamento durante questo tempo (il suo tempo, ndr) sarebbe un atto criminale”.

Sebbene alcune opere di Loos abbiano dimostrato coll’avanzare delle epoche il loro pregio, la generazione successiva di progettisti ha frainteso tali concetti, trasformandoli in un banale funzionalismo economico che, citando ancora Sagmeister, ha “coperto la Terra con questa psicosi dell’uguaglianza di cui soffriamo ancora moltissimo”.

L’istituzionalizzazione di questo approccio minimalista attraverso il cosiddetto ‘stile Internazionale’ ha disseminato il mondo di edifici a forma cubica, complessi residenziali squallidi spesso abbattuti a causa dei gravi problemi sociali che favorivano. Abbiamo così ignorato le differenze climatiche globali. “Come è possibile che la stessa ‘scatola’ possa magicamente essere la forma migliore per il caldo tropicale di Giakarta, e allo stesso tempo essere anche la migliore forma per il freddo gelido di Anchorage?”, si è domandato retoricamente Sagmeister.

Questo fenomeno ha imposto una totale cancellazione dell’identità visiva in spazi pubblici come gli aeroporti, dove “l’architettura locale sparisce inghiottita da una cultura massificata” in cui è stata annegata, o come le metropolitane di Monaco, un netto passo indietro rispetto alla spiccata identità delle stazioni di Mosca in cui ogni fermata è esteticamente riconoscibile. Inoltre, a differenza dell’architettura classica che invecchia con grazia mantenendo un forte fascino, questi edifici immacolati denotano un pessimo decadimento materico e richiedono continue riverniciature e manutenzioni.

Anche la bellezza è una funzione

“Riconosciamo infine che le radici della bellezza sono intimamente legate alla natura umana fin dalla preistoria”, ha evidenziato Sagmeister. “I ritrovamenti di asce in pietra di 80.000 anni fa dimostrano che le antiche popolazioni le realizzavano in modo perfettamente simmetrico”.

Poiché da un punto di vista della pura funzionalità, non c’è motivo per cui debbano essere simmetriche, la deduzione di Sagmeister è chiara: “questo è stato fatto perché qualcuno voleva impressionare un partner”. Si tratta di dinamiche di attrazione molto simili al fastoso ma poco pratico piumaggio sviluppato dal pavone. Dobbiamo quindi riaffermare che la bellezza non è superflua, ma rappresenta una funzionalità primaria capace di modellare il nostro umore e anche il nostro sviluppo anatomico.

Non possiamo più permetterci di valutare le scelte progettuali nel design digitale e fisico basandoci esclusivamente sui test di usabilità; ignorare il fascino visivo è, citando Sagmeister “incredibilmente stupido” poiché si dimentica il fatto assoluto e dimostrabile “che la bellezza è una funzione“. Le periferie sgradevoli e le squallide aree autostradali non nascono da una precisa intenzione progettuale, bensì da una totale e disinteressata mancanza di cura: sono brutte perché “a qualcuno semplicemente non importava nulla renderle belle”.

Il ritorno allo zenith

Proprio come ironica rivincita estetica, allo stesso Sagmeister fu commissionata la progettazione di minuziosi decori per una linea di bicchieri ideata nientemeno che dal pioniere dell’anti-ornamento, l’originario architetto Adolf Loos.

“Vogliamo chiudere, infine, con un dato di profonda speranza”, ha concluso l’autore. Attraverso l’analisi dei database testuali digitalizzati da Google, si nota un trend incontrovertibile: “possiamo andare in questo archivio e vedere quanto spesso il termine bello è stato usato nella storia” e scoprire così che la frequenza di utilizzo del termine ‘bello’ nei libri era colata a picco fino all’anno 1980 (“che è stato il peggiore”).

Ma da allora ha invertito la rotta e in questi ultimi anni sta effettivamente risalendo, come un grafico dinamico che, dopo aver oltrepassato il proprio nadir, sta puntando al nuovo zenith: “adoperiamoci tutti, quotidianamente, per contribuire assieme a questo ritorno universale della bellezza”.

di Massimo Bolchi

Chi è Stefan Sagmeister
Uno dei graphic designer più influenti dei nostri tempi. In qualità di fondatore della Sagmeister Inc., agenzia di New York, il suo lavoro per i Rolling Stones, la HBO e il Museo Guggenheim gli è valso praticamente tutti i principali premi di design, compresi diversi Grammy. Oltre al lavoro commerciale, Stefan esplora il rapporto tra design e felicità attraverso i documentari acclamati dalla critica ‘The Happy Film’ e ‘The Happy Show’, che sono stati presentati in musei di tutto il mondo. I suoi interventi TED hanno raccolto milioni di visualizzazioni, ispirando i designer di tutto il mondo a ripensare la propria pratica professionale. Stefan sostiene l’importanza di prendersi regolarmente dei periodi sabbatici per prevenire il burnout e dare priorità al lavoro significativo piuttosto che alla produttività. Per maggiori informazioni e portfolio: https://sagmeister.com/