Vi sono parole la cui genesi è molto chiara, ma il cui utilizzo rischia di diventare un moda, con legami sempre più labili al significato originario.
Un esempio è il termine onlife, coniato dal Luciano Floridi, professore di filosofia e etica dell’informazione all’Università di Oxford, e diffuso al Netcomm Forum di qualche anno fa, che ha trovato poi ampia adozione e applicazione (non di rado distorta) nella industry della comunicazione italiana.
“Onlife nasce dalla combinazione di online e offline”, spiega il professore. “Ho coniato questo neologismo alcuni anni fa per evidenziare la natura ibrida delle nostre esperienze quotidiane, in parte digitali e in parte analogiche. Oggi non lasciamo mai l’infosfera, altro neologismo che ho introdotto tempo fa per parlare del nuovo luogo in cui passiamo buona parte del nostro tempo. Questo non vuol dire essere perennemente online. Vuol dire che non ha più senso chiedere sei online? a una persona che ha uno smart phone in tasca, mentre sta parlando con noi attraverso il Bluetooth della propria autovettura, seguendo le istruzioni del navigatore per districarsi nelle strade della città”.
“Il vero digital divide oggi è tra chi può vivere onlife e chi invece non può, o perché non è connesso o perché deve connettersi”, conclude Floridi. “Il digital divide si pone tra chi vive onlife, in smart cities, e chi invece vive in ambienti (città, periferie, are rurali) del tutto analogiche. Dobbiamo assicurarci che tutti abbiano le stesse opportunità. Perché sono le persone onlife che determinano la vita di quelle che onlife non sono”.
Per dare un esempio dell’utilizzo che si è fatto del termine, si può guardare alla recente campagna teaser Tiscali Onlife, ideata e prodotta dall’agenzia creativa Beulcke+Partners: nulla di distorcente del significato, ma quanta distanza tra i concetti originari e questa applicazione, a partire dalla scelta del protagonista donna (in epoca di me too, meglio non rischiare), che vive l’onlife come una quotidiana avventura.
Pensando invece alla situazione inversa, non si può non citare Aria, la neonata (il 26 marzo scorso) agenzia regionale che ha sostituito Lombardia Informatica, Infrastrutture Lombarde e Arca – le tre società partecipate travolte da diversi problemi e scandali, a partire dagli appalti esterni e dagli stipendi erogati – per gli acquisti centralizzati
Aria (nuovo nome, vecchie funzioni?) serve proprio a minimizzare sprechi di risorse e cercare di ottimizzare anche i risultati, migliorandoli, gestendo soprattutto gare pubbliche per un valore stimato in circa 10 miliardi di euro all’anno.
È di ieri la notizia che Aria ha ha appena assegnato un mega-appalto da 100 milioni per i prossimi cinque anni ad un raggruppamento temporaneo di imprese, guidato da Almaviva, per la gestione di un cloud ibrido: si tratta di un sistema misto, i cui dati dei clienti della regione Lombardia (soprattutto quelli del sistema sanitario), verranno da ora in poi immagazzinati su diversi cloud. Invece di appoggiarsi ad unico fornitore, il committente regione Lombardia – per interposta Almaviva – si appoggerà ai servizi di Amazon Web Services, Microsoft e Virtustream (sussidiaria di Dell Technologies).
Almaviva, il colosso dei call center, qualche settimana fa aveva subito a Palermo la proteste degli operatori contro il rischio di dimezzamento degli stipendi e, a partire da settembre, di licenziamenti per il crollo dei volumi di traffico. Comprensibile quindi che la società voglia sviluppare il comparto IT, molto più promettente. E sicuramente è in grado di farlo al meglio, ci mancherebbe altro.
Fa pensare però che Almaviva abbia acquistato la pubblicità sull’ultima pagine del Corriere della Sera, proprio il giorno in cui la notizia dell’assegnazione dell’appalto è stata pubblicata sul giornale. Una possibile captatio benevolentiae di cui non aveva alcun bisogno. O forse no?
Resta il fatto che per assegnare l’appalto per i cloud (che coinvolge i big mondiali del settore) si ricorre a un doppio (o triplo) livello aziendale: dalla Regione ad Aria, da Aria ad Almaviva, da Almaviva ad AWS, Microsoft e Dell.
L’appalto per il cloud ibrido si prevede inoltre che possa essere pilota in tutta Italia in coerenza con il piano nazionale lanciato dall’Agid (Agenzia per l’Italia digitale): poli strategici che accentrino i dati della pubblica amministrazione, da gestire in cloud con migliori procedure di cyber-sicurezza e di recupero di applicazioni e dati in caso di collasso dell’infrastruttura. Nulla da ridire sugli obiettivi, ma l’avvio della procedura suona un po’ complesso. Solo un po’, dopotutto…