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Al centro del film c’è DESI 84, un robot dall’aspetto ispirato ai modelli umanoidi di Tesla, che viene continuamente spinto oltre il proprio perimetro operativo. Anche il nome non è casuale: ‘DESI’ richiama Desigual, mentre ’84’ rimanda all’anno di fondazione del brand. Le situazioni diventano progressivamente più surreali: il robot viene utilizzato come supporto per giocare a golf, mandato a tagliare il prato e coinvolto in una sorta di passeggiata al guinzaglio. Anche il tentativo di insegnargli a pronunciare il nome Desigual si trasforma in un’ennesima dimostrazione dei suoi limiti.
Alla fine va in tilt e sbatte la testa contro una parete, mentre Vivian lo trascina fuori dalla scena. Una conclusione grottesca che porta all’estremo il confronto tra una macchina progettata per eseguire istruzioni e ciò che invece sfugge alla programmazione.
Parlare di AI senza usare l’AI
È qui che la scelta creativa acquista un ulteriore livello. Mentre l’intelligenza artificiale è sempre più presente nella produzione di immagini e campagne pubblicitarie, Desigual decide di costruire un film che mette in discussione questa crescente automatizzazione senza utilizzare l’AI per realizzarlo. Anche il robot non è un vero robot. Sotto la tuta c’è un performer, mentre gli effetti visivi sono stati affidati alla post-produzione. I suoi movimenti sono stati studiati a partire dai video dei robot umanoidi, così da rendere credibile la presenza di DESI 84 senza trasformarlo in una dimostrazione tecnologica.
La produzione mantiene un approccio essenziale, con l’uso di ottiche vintage e una costruzione visiva che lascia spazio alla fisicità dei protagonisti. La direzione è del trio PSG, mentre la creatività è firmata da Alex Sanhueza ed Esther Escudero. La fotografia è di Pau Castejón.
Il punto di vista di Vivian Wilson
Il senso della provocazione emerge anche nelle parole della protagonista che, in un’intervista rilasciata a WWD, mette in guardia dall’abitudine di utilizzare l’intelligenza artificiale per qualsiasi attività, soprattutto quando entra in territori legati alla creatività e al pensiero. La sua preoccupazione riguarda il rischio di delegare alle macchine non soltanto alcune attività, ma anche una parte della capacità di pensare, sviluppare un punto di vista e prendere decisioni. Un tema che Wilson lega anche al futuro dei professionisti creativi, sempre più esposti alla sostituzione o alla riduzione del proprio ruolo.
C’è poi la questione ambientale, legata alle infrastrutture necessarie per far funzionare i sistemi di AI, dai data center al consumo di acqua. E, sul piano artistico, Wilson contesta l’idea che una macchina possa riprodurre ciò che rende un’opera realmente umana: emozione, intenzione ed esperienza. La modella invita inoltre a sviluppare una maggiore consapevolezza nei confronti dei contenuti che incontriamo online: chiedersi perché qualcosa ci viene mostrato, chi l’ha realizzato, con quale obiettivo e quali interessi possano esserci dietro.