La notizia si è diffusa nella giornata di domenica, ma è stato il risultato di una mossa del presidente Trump di giovedì sera, quando il nome di Huawei è stato aggiunto alla blacklist delle imprese che non possono più ricevere software, hardware e supporto da aziende statunitensi, nonostante i consolidati rapporti di fornitura esistenti.
Attenzione a non confondere questo aspetto con il quasi simultaneo innalzarsi di una barriera doganale per i circa 200 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina, che sta scatenando un ulteriore sviluppo della tariff war tra i due lati del Pacifico.
Quello di Huawei è ormai diventato un casus belli aperto, iniziato a dicembre con l’arresto del Cfo Meng Wanzhou, vicepresidente e figlia del fondatore dell’azienda, e proseguita poi con la moral suasion a stelle e strisce per non far adottare i prodotti cinesi da parte della nazioni europee che stanno sviluppando la tecnologia mobile di quinta generazione, il celebre 5G.
Moral suasion che non ha però prodotto grandi risultati, considerando l’alta qualità e il costo più che competitivo dell’hardware di Huawei, nonostante la scoperta di alcune backdoor sui router, un anno e mezzo fa, fatta da Vodafone in Uk, che ha però dichiarato che “non ci sono prove di un loro utilizzo” e che il problema “è stato completamente risolto grazie anche alla collaborazione dell’azienda cinese”.
E poi, come già detto, l’inserimento nella blacklist del presidente Trump e le prime reazioni dei fornitori americani, inizialmente un po’ confuse, ma chiaritesi via via che passavano la ore.
Domenica è stata diffusa la comunicazione della sospensione dei rifornimenti da parte di produttori di chip, quali Intel, Qualcomm, Xilinx, e Broadcom. Un mossa probabilmente prevista dall’azienda cinese che – pare – ha provveduto ad accumulare un fabbisogno pari ai prossimi tre mesi almeno. Ma l’informazione più rilevante agli occhi del grande pubblico, visto che Huawei ha scalato le classifiche dei produttori di terminali, scavalcando Apple e insediandosi al secondo posto globale, alle spalle di Samsung, è stata la proibizione dell’uso di Android sui suoi terminali.
A per lo meno questa è stata la versione diffusa immediatamente della notizia. Ed effettivamente Google ha recepito il decreto presidenziale bloccando la fornitura del prodotto per il nuovi terminali. Sul momento la notizia è stata tradotta da qualcuno sul web come “i prossimi Huawei non avranno Android”, ma la notizia è più complessa de questa enunciazione.
Innanzitutto, gli aggiornamenti dei terminali già venduti non sono a rischio. Il decreto riguarda il futuro. E allora veramente i futuri Huawei non avranno più Android a bordo? No, la cose non stanno neanche così. Perché esistono due versioni di Android, una AOSP (Android Open Source Project) e l’altra proprietaria di Google. Chiaramente il bando non riguarda la versione Open Source, che può ancora essere installata su qualsiasi terminale dal produttore, indipendentemente dagli accordi con Google (o con la holding di controllo di Google, Alphabet). Quello che non si può più installare riguarda solo i servizi proprietari firmati Google, quali il PlayStore, o Gmail, oppure Maps, o una delle moltissime altre app rilasciate da Mountain View.
Servizi che non possono esser installati dal produttore senza un accordo con Google. Ma il ban non riguarda i singoli utenti, per cui – come ricorda Matteo G. P. Flora in un suo video – questi ultimi possono installare altre app, come Lineage o Gapps, e tramite queste scaricare il Playstore e di lì tutti servizi che vogliono, che verranno automaticamente aggiornati da Google quando necessario.
Niente di diverso da quanto fanno quasi tutti gli acquirenti del tablet Amazon Fire, per poter utilizzare app non disponibili sulla (scarso) Amazon Appstore. Anzi (qui è ancora Flora che parla, sbilanciandosi un po’) questa potrebbe essere l’occasione propizia perché Huawei tenti di imporre un proprio Huawei Store, come nel recente passato ha tentato, senza successo, di fare Samsung.
Ma allora non cambia nulla? Tecnicamente sì, ma come consumatore il discorso cambia: perché comperare un terminale Huawei e affrontare le complicazioni prima descritte quando ci sono centinaia di altri telefoni che non presentano questi problemi e funzionano altrettanto bene a un prezzo equivalente?
La scelta è ovvia. A meno che (e qui entriamo in un terreno inesplorato) Huawei non scelga di rivolgersi in primis ai consumatori cinesi: dopotutto nella Cina Continentale molte delle App di Google sono già fuorilegge, o marginali. E l’Internet sta diventando un sinonimo di WeChat.