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La Netflix europea prossima ventura si fa attendere. I movimenti di Mediaset tra Olanda. Spagna e Germania.

“La televisione generalista, gratuita, rappresenta il futuro di questo media”, ha affermato Piersilvio Berlusconi la sera del 2 Luglio scorso, presentando a Santa Margherita i nuovi palinsesti autunnali e i numeri che certificavano il successo delle reti del Biscione. Successo indubitabile, che andava oltre la “vecchia” televisione, per allargarsi alle radio del Gruppo, al web, a Infinity (la pay TV in streaming) e a Mediaset Play, per i servizi VOD.

“Netflix è qualche cosa di diverso”, ha aggiunto Piersilvio sempre nell’occasione, “non è una TV di flusso, la sua proposta è totalmente differente dalla nostra”. L’affermazione è assolutamente coerente con la situazione attuale in Italia, con la difesa degli editori tradizionali della “ridotta” di Uditela. che ha visto pochi giorni prima l’ingresso tra le rilevazioni di smart TV, tablet e console, ma sempre dei “magnifici 6” editori: Rai, Mediaset, la7, Discovery, Sky, e DeA. Una sorta di recinto chiuso per gli operatori classici dell’etere, dove non sono presenti ne la già citata Netflix, né Amazon Prime, né Disney, né Comcast (che va ben oltre il perimetro di Sky), e neppure Apple Tv o YouTube Red.

Può essere benissimo, anzi è molto probabile, che tutti questi OTT non siamo interessati alla rilevazione degli ascolti, che hanno un significato rilevante per chi vuole audience a cui vendere pubblicità, ma il modello di business degli OTT non è advertising-based. È il modello del binge watching, che sta trovando vasta accoglienza tra le generazioni più giovani; è il modello di scegliere che cosa e quando guardare; è il modello di Instagram e di Facebook: video corti, veloci, prodotti dagli influencer e dagli youtuber, che raccolgono consensi tra i teen ager.

Uno scenario che vede un drastico cambiamento in progress,  man mano che le nuove generazioni di spettatori arriveranno in massa, fino a trasformare, in ultima analisi, le modalità di fruizione delle TV.
In questo scenario, Mediaset rischia di perdere il peso che si è conquistata negli anni (anche la Rai, ma qui il discorso dovrebbe essere investire anche i riferenti istituzionali e il canone, e rischiare di portarci fuori strada) e la dirigenza ha scelto di allargarsi a livello europeo, dopo la debacle vissuta con Vivendi, per dare vista a un emittente che possa reggere il confronto con i giganti d’oltre oceano.

Il primo passo, annunciato all’inizio di giugno, è la nascita di MFE – MediaForEurope, la società di diritto olandese a cui faranno capo Mediaset Italia e Mediaset España. Un discorso di controllo, non fiscale: infatti i ricavi continueranno ad essere tassati nei rispettivi paesi.
Lo stabilirsi in Olanda permette infatti margini di manovra molto più ampi al fine di mantenere saldamente nelle mani dell’attuale controllante (Fininvest) quello che potrebbe con il tempo diventare un broadcaster europeo ancora più grande. Una scelta quindi quasi obbligata per intraprendere la strada della crescita dimensionale e non diventare invece preda. La normativa olandese permetterà di usufruire di una governance che consente al socio di controllo di stabilire quanti diritti di voto associare a ciascun titolo posseduto, fino a un massimo di dieci. E proprio dalla nota con cui Mediaset ha annunciato l’operazione si apprende che Fininvest potrà esercitare fino a tre voti per ogni titolo ordinario in portafoglio, grazie all’attribuzione di due azioni speciali per ciascuna azione detenuta.

Un’operazione mirata anche a spingere Vivendi a cedere le proprie azioni: il 28,8% del capitale sociale, ma solo il 9,61% con diritto di voto, il resto neutralizzato nella Simon Fiduciaria per decisione dell’AgCom. Sempre in MFE entrerà anche il 9,6% in ProSiebenSat1 di recente acquisizione, un primo passo verso la creazione di un polo multimediale europeo capace di resistere agli statunitensi. “Una scelta di lungo periodo per creare valore in una logica sempre più internazionale”, l’ha definita Piersilvio, che ha poi sottolineato come il disimpegno “ostile” di Vivendi bloccherebbe le azioni francesi “almeno per un anno”, periodo nel quale si espleterebbero le procedure necessarie al recesso.

La prime mosse mostrano però che Vivendi non intende arrendersi: il 4 luglio Mediaset ha ricevuto un atto di citazione presso il Tribunale di Milano dai francesi che prevede innanzitutto l’annullamento della delibera sul voto maggiorato approvata dall’assemblea straordinaria di Mediaset del 18 aprile.
Se a questo si aggiunge che le trattative con operatori inglesi (Itv?) e francesi sono attualmente in fase di stallo, e che l’accordo “leggero” della EMA (European Media Alliance) non sembra la base propizia di ulteriori sviluppi, non resta che concludere che per la nascita del “Netflix europeo” bisognerà attendere ancora un po’, almeno.