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Internet of Things: da buzzword a mercato. Che cosa c’è dietro le auto a guida autonoma e i frigoriferi intelligenti

IoT: Internet of Things. Una parola che ormai rischia di essere una buzzword, un termine da impiegare quando si vuole dare un tocco di hi-tech a una conversazione impegnata. O forse no. Perché sono ormai numerose le applicazioni che, magari senza farsi troppo notare, utilizza il concept dell’IoT per fornire valore.

Alla fine tutto si riduce a questo: quale valore, concreto, si estrae dell’IoT nella sue varie e possibili declinazioni. Per iniziare può essere sufficiente dare un’occhiata alla definizione che AWS, Amazon Web Sistem, dà della propria IoT Core: “una piattaforma che consente di connettere dispositivi ai servizi AWS o ad altri dispositivi, proteggere dati e interazioni, elaborare ed eseguire azioni sui dati dei dispositivi e abilitare le interazioni tra applicazioni e dispositivi anche quando sono offline”.

Traducendolo, sostanzialmente si può fare tutto. Purché ovviamente abbia una propria logica che ne sostanzi la ragione d’uso. Ma è proprio su questo fronte che la distanza tra realtà e percepito è ancora troppa. In una chart di due anni fa, l’Osservatorio IoT situava a 3,7 miliardi gli investimenti italiani nel comparto. Una cifra tutto sommato modesta, rispetto agli obiettivi, ma che è certamente destinata a crescere esponenzialmente grazie all’integrazione nel loop dei due strumenti principali, essenziali per il suo futuro sviluppo: l’Artificial Intelligence e il 5G, cioè la capacità degli smart object di operare sempre più autonomamente, e uno solida infrastruttura wireless di connessione, che azzeri (o quasi) i tempi di latenza alla risposta. Uno sviluppo che porterà ad avere, la stima è di Accenture, oltre 25 miliardi di oggetti intelligenti interconnessi entro il 2020. Per un valore che raggiunge già quest’anno i 745 miliardi di dollari a fronte di 14,2 miliardi di oggetti connessi.

Ma dover sono tutti questi oggetti? Qui l’IoT soffre di una duplice narrazione. Da un lato si parla, guardando avanti, di smart city, di veicoli a guida autonoma, di frigoriferi che fanno gli ordine dei prodotti mancanti, di tutte quelle applicazioni che maggiormente solleticano la voglia di science fiction della gran massa di cittadini. Dall’altro si tende a non vedere la reali applicazioni, di ogni tipo (industriali, urbane, per i singoli consumatori, ecc) che già esistono e sono utilizzate quotidianamente. Di più: fanno talmente parte delle catene produttive che queste ultime rischierebbero ormai di fermarsi in loro assenza.

Pensiamo ad esempio ai controlli sull’avanzamento della produzione, alla manutenzione preventiva, all’energy management. Oppure all’illuminazione intelligente o alla gestione dei rifiuti, per guardare alle città.

Ciascuna di queste operazioni, e se ne potrebbero aggiungere un’infinità di altre, non potrebbe funzionare senza le soluzioni basate sullo IoT. E mentre stiamo aspettando la casa robotizzata che abbiamo visto in tanti film, il Governo, con una inaspettata operazione di buon senso, dopo aver confermato l’iperammortamente anche per il 2019, ha introdotto di nuovo nel DEF il superammortamento per le imprese che investono in beni strumentali. Sullo sfondo restano, più o meno intatte, tutte le iniziative raggruppate sotto il nome di Impresa 4.0, che – sebbene più male che bene – stanno accompagnando le aziende italiane lungo il promettente percorso dell’Internet of Thing. Un percorso obbligato, come ben riassume il titolo della chart cui facevamo riferimento all’inizio: ‘Connessi o estinti’.