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C’è qualcosa di sempre contemporaneo in Vittorio De Sica. Lo capirete guardando questo documentario, diretto da Francesco Zippel, che arriverà nelle sale il 22, 23 e 24 giugno come uscita evento, distribuito da Fandango. Perché De Sica non è soltanto il padre del neorealismo o il regista di capolavori come Ladri di biciclette, Sciuscià e Umberto D., è un autore che continua a esercitare influenza. Lo dimostra il fatto che tra le voci chiamate a raccontarne l’eredità ci siano non solo autori naturalmente vicini alla sua poetica, come i fratelli Dardenne, ma anche cineasti come Wes Anderson e Ruben Östlund. La lezione di De Sica va oltre il neorealismo. È la capacità di guardare la realtà senza filtri, di uscire dagli studi, osservare le persone, raccontare il presente senza artifici. De Sica, inoltre, non è mai rimasto prigioniero della formula che lo aveva reso celebre. Quando il neorealismo rischiava di trasformarsi in canone, ha scelto di cambiare e sperimentare. Ha dimostrato che piacere al pubblico non significa inseguirlo, ma saperne interpretare desideri e sensibilità senza rinunciare alla propria visione. Una lezione preziosa per chiunque oggi lavori con le storie, siano esse cinematografiche, editoriali o pubblicitarie.
Il film che ha cambiato il cinema
Per Francesco Zippel e Andrea De Sica (regista, nipote del maestro, perché figlio di Manuel De Sica, compositore figlio a sua volta figlio di Vittorio), tutto parte inevitabilmente da Ladri di biciclette. Non semplicemente uno dei più grandi film italiani, ma una vera rivoluzione culturale e cinematografica. “È il film dei film”, spiega Zippel. Un’opera che ha ribaltato il modo stesso di fare cinema, strappando il sipario dell’artificio per portare lo spettatore nelle strade, tra le persone reali, dentro le contraddizioni della vita quotidiana. Andrea De Sica sottolinea come il film sia nato anche dalla necessità di raccontare un Paese che stava uscendo dalla guerra e dal fascismo. Mentre il cinema internazionale era dominato da modelli industriali consolidati, De Sica e Cesare Zavattini decisero di osservare ciò che accadeva davvero nelle famiglie italiane, trasformando quella realtà in racconto universale. La scelta di utilizzare attori non professionisti, girare per strada e raccontare una vicenda semplice con straordinaria intensità emotiva diede vita a un linguaggio che avrebbe influenzato generazioni di autori in tutto il mondo.
Da Wes Anderson a Ruben Östlund
Uno degli aspetti più affascinanti del documentario è il mosaico di testimonianze internazionali che raccontano quanto il cinema di De Sica continui a essere un punto di riferimento. Wes Anderson, che figura anche come executive producer del progetto, racconta il proprio legame con L’oro di Napoli, mentre Ruben Östlund ricorda come Ladri di biciclette venga ancora utilizzato nelle scuole di cinema svedesi per spiegare cosa significhi realizzare un film politico. “Non bisogna ridurre De Sica al neorealismo”, osserva Andrea De Sica. La sua filmografia è una continua reinvenzione. Registi come Östlund, i fratelli Coen o persino i Monty Python possono essere letti come eredi di opere meno celebrate ma incredibilmente innovative: Il giudizio universale o L’oro di Napoli, lavori che anticipavano satira, surrealtà e commedia sociale contemporanea.
Umberto D., il più amato e più sfortunato
Tra le opere raccontate nel documentario occupa un posto speciale Umberto D., probabilmente il film che Vittorio De Sica amava più di tutti. È anche il più sfortunato dal punto di vista commerciale. Raccontare la solitudine di un anziano apparentemente scontroso non sembrava una premessa destinata al successo. Eppure proprio lì si trova una delle espressioni più alte della poetica del regista. Nel film interviene anche il regista russo Andrej Zvjagincev, che sceglie la celebre scena del tentato suicidio come uno dei momenti più potenti della storia del cinema. Il cane Flaik che si agita tra le braccia del protagonista diventa la rappresentazione fisica della sua coscienza, della sua volontà di vivere. Esempio perfetto di come De Sica riuscisse a trasformare una vicenda in un racconto universale.
Capire le esigenze del mercato
Quando il cinema diventò sempre più industria, De Sica comprese che era necessario dialogare con il pubblico e con le logiche produttive. Ma non lo fece mai rinunciando alla propria identità. Come ricorda Francesco Zippel, De Sica fu anche produttore e possedeva una sensibilità rara nel comprendere dove stessero andando il gusto e l’immaginario collettivo. Non si limitava a rispondere alle richieste del mercato, sapeva intercettare nuove possibilità narrative. Da qui nascono film come Matrimonio all’italiana, Ieri, oggi e domani, L’oro di Napoli e successivamente Il giardino dei Finzi Contini, opere popolari ma tutt’altro che superficiali, capaci di conciliare successo e qualità. Insomma, la capacità di capire il pubblico senza divenirne schiavo.
De Sica, maestro per gli attori
Se il regista viene ricordato soprattutto per la sua capacità di raccontare la realtà, il documentario mette in luce anche un altro talento straordinario: la direzione degli attori. Il maestro stesso spiegava che esistono due categorie di registi, quelli che dipingono con le immagini e quelli che fanno recitare bene gli interpreti. Lui apparteneva decisamente alla seconda. Materiali d’archivio lo mostrano mentre suggerisce inflessioni, battute e movimenti. Una presenza così forte che, come racconta Eleonora Baldwin (figlia di Emy De Sica, una delle figlie che il regista ebbe con la sua seconda compagna e poi moglie, l’attrice spagnola María Mercader), la famiglia riusciva spesso a riconoscere suoi gesti e atteggiamenti nelle interpretazioni dei protagonisti. “C’è qualcosa di lui anche quando non appare”.
Un regista crudele? La perfezione contava più di tutto
In una vecchia intervista De Sica ammetteva con ironia: “Sono crudele quando non riesco a ottenere le cose”. Nascono così aneddoti diventati leggendari. Il bambino di Ladri di biciclette venne provocato affinché scoppiasse davvero a piangere durante una scena particolarmente intensa. La giovane Eleonora Brown, protagonista de La Ciociara, fu convinta dell’arrivo di un telegramma che annunciava una tragedia familiare per ottenere la disperazione necessaria alla sequenza. Metodi impensabili oggi, ma che raccontano l’ossessione di De Sica per la verità.
Il De Sica privato
Tra i momenti più toccanti del documentario ci sono quelli affidati a Eleonora Baldwin, che restituisce il ritratto dell’uomo dietro il mito. Il ricordo è quello di una bambina che va a trovare il nonno ormai malato. De Sica è a letto con l’ossigeno, ma prima che la nipote possa vederlo si toglie la maschera per non spaventarla. È un racconto fatto di profumi, ricordi, sensazioni e piccoli gesti.
Oltre il pettegolezzo, una storia di famiglia
Il documentario affronta anche uno degli aspetti più discussi della vita del regista, la sua doppia famiglia. Lo fa senza cedere alla curiosità biografica fine a sé stessa. Come spiega Eleonora Baldwin, l’obiettivo era restituire complessità e umanità a una vicenda spesso ridotta al gossip. “Abbiamo aperto le porte di casa nostra”, racconta. “Oggi il nostro compito è superare quel trauma e raccontare una famiglia che, nonostante tutto, è rimasta unita”.
di Maurizio Ermisino