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Sono passate crisi della discografia, rivoluzioni digitali, streaming, piattaforme, social, algoritmi, intelligenze artificiali, linguaggi compressi in trenta secondi e contenuti consumati alla velocità di uno swipe, eppure Operà Music ha mantenuto intatta la sua identità. Che non è significato non innovare, ma restare fedele all’ispirazione che l’ha fatta nascere sì. Fare musica, insieme, in rete, costruendo qualche cosa che resti, come filosofia e cultura. Insomma, un divenire che, pur amplificando i connotati del proprio esistere, è stato capace di incarnare gli stessi principi originari di 20 anni fa.

Abbiamo incontrato Cristiano Joyeusaz, Partner & Ceo, Francesco Menegat, Music Supervisor, e Gianmarco Cinquepalmi, Audio Post Supervisor, alla festa del loro 20esimo compleanno, a Milano, al Synk di Piazza Duomo. In effetti non li conoscevamo, se non per nome. La dice lunga sulla scarsa attenzione data da loro al comunicare. Un peccato, aggiungiamo, perché davvero è una realtà che al di là dell’ineccepibile aspetto puramente professionale, ha molto da insegnare per visione. E mai come ai nostri tempi c’è bisogno di sentire ancora viva quella voglia di fare impresa alla Olivetti, anche per il bene collettivo, per lasciare in eredità l’orgoglio di continuare sulle stesse orme, con passione, creando valorecomune. A partire dalle proprie persone, allargando poi a collaboratori, artisti, clienti e pure al pubblico.

Essere un collettivo
Supervisori musicali, compositori, produttori, sound designer, event manager, sono quindici i professionisti fissi divisi tra supervisione musicale, produzione e servizi audio, più una rete di collaboratori internazionali che ancora oggi rappresenta uno dei punti di forza. Una factory musicale creativa con sedi a Milano, Torino e Roma, e una rete consolidata a Londra, costruita negli anni grazie a relazioni nate agli esordi del tutto, quando quello che diventò poi Operà Music debuttò come etichetta discografica, Francesco aveva una band, Cristiano faceva il produttore: “Siamo stati agli Olympic Studios, abbiamo lavorato con i produttori dei Depeche Mode. Abbiamo speso un sacco di soldi, ma in maniera costruttiva. Eravamo matti completi”.
Oggi la mission è creare identità sonore. Non semplici musiche, ma universi emotivi capaci di dare un’anima ai contenuti. In questi vent’anni hanno lavorato a produzioni cinematografiche e televisive come Shoshana di Michael Winterbottom, L’ultima volta che siamo stati bambini di Claudio Bisio, I Limoni d’Inverno con le musiche del Premio Oscar Nicola Piovani, fino a produzioni Netflix e Amazon Prime, nonché collaborazioni con brand come Ferrero, Prada, Lamborghini, Vodafone, Samsung e Twinings.

Non una semplice sound house
“Siamo sempre rimasti un po’ una band. C’è sempre stata questa voglia di fare progetti belli, farli bene, qualitativamente alti. Siamo musicisti, amanti di quella roba lì. Molte sound house sono costruite attorno a due persone e tante collaborazioni esterne. Noi invece abbiamo costruito una struttura”. Una struttura fatta di tre dipartimenti, supervisione musicale, produzione musicale e servizi audio, con persone che crescono insieme ai progetti. “Le persone esistono davvero dentro il processo. Ci sono referenti, responsabilità, sviluppo comune. Questo ci permette di evolvere insieme”.

Affrontare ogni progetto in modo multidisciplinare
“Una volta esisteva il compositore che faceva tutto. Noi invece ragioniamo come una casa di produzione creativa. Se serve musica irlandese non facciamo finta di saperla fare, cerchiamo il musicista giusto, il produttore giusto, costruiamo il miglior progetto possibile. La contaminazione, tra cinema, serie tv pubblicità, ma anche generi e compositori diversi, è sempre stata la base della nostra evoluzione”.
Ci viene da insistere, vent’anni in un settore che cambia continuamente, come si resta rilevanti senza perdere sé stessi?
“Le persone. Sempre le persone. Ci piacciono i giovani che comprendono il mondo che cambia. A volte lo capiscono meglio di noi. Abbiamo sempre buttato il cuore oltre l’ostacolo”.
Oggi il mondo della musica per immagini è velocissimo. Competitivo. Spesso guidato dall’immediatezza. Cosa avete imparato sull’equilibrio tra qualità artistica e sostenibilità del lavoro?
“Abbiamo forse pagato il fatto di essere più bravi che belli! Scherzi a parte, abbiamo sempre voluto fare progetti qualitativamente altissimi, coinvolgendo musicisti incredibili. Poi ci siamo accorti che a volte il mercato premiava anche altro. Ma non ci siamo snaturati, saremmo diventati tristi. Il divertimento resta componente fondamentale. Avere quindici persone ci permette di stare dietro alla velocità del mercato senza abbassare la qualità. Inoltre abbiamo sempre bisogno di progettualità che ci diano nuova linfa. Non ci limitiamo a consolidare quello che già funziona, sperimentiamo. Accanto al lavoro ordinario bisogna continuare a volare alto, alimentando la parte più creativa e libera. Di qui due progetti. La Notte Records, etichetta boutique specializzata in paesaggi sonori cinematici e colonne sonore per film immaginari. Nata a Torino, oggi il suo roster spazia tra l’ambient, l’elettronica e il neoklassico, per creare un catalogo, costruire valore artistico, dare spazio ai talenti. Magari un domani potrà diventare anche business, ma oggi nasce soprattutto per passione. Il secondo si chiama Ezechiele 25:17 ed è dedicato al management di compositori per il mondo del cinema e dell’audiovisivo. Nata grazie alla sinergia con Metatron, crea collaborazioni tra artisti, registi e produttori, offrendo supporto creativo, networking, consulenza strategica e gestione operativa. In Italia mancava una realtà di questo tipo ”.
E l’internazionale?
“La rete costruita a Londra nei primi anni continua ancora oggi a essere asset fondamentale. Ci siamo portati in Italia tantissimo della sensibilità anglosassone. I nostri riferimenti artistici e tecnici erano tutti internazionali. All’estero apprezzano molto il nostro modo di lavorare. Siamo risolutivi, umani, capaci di trovare sempre una soluzione. Oggi lavoriamo di più anche su produzioni internazionali, complice l’arrivo delle piattaforme streaming e delle produzioni estere girate in Italia, piuttosto che su progetti che nascono in Italia ma pensati direttamente per un pubblico globale”.
In un mondo dominato dal rumore costante della comunicazione, il suono ha ancora il potere di creare memoria emotiva?
“Assolutamente sì. La musica continua a essere una delle forme più immediate di connessione emotiva. Quando trovi quella musica che si collega a un’emozione precisa, hai vinto”.
Quanto cambia il vostro approccio creativo passando da un film a una campagna pubblicitaria?
“Sono lenti diverse. Nel cinema il processo è più corale, condiviso con registi e produzione. Nella comunicazione lavori su tempi brevissimi. Trenta secondi. Un minuto. La musica deve arrivare subito. E cambia anche il rapporto con il repertorio musicale.
L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più nella produzione musicale, come la vivete? Minaccia, strumento, trasformazione inevitabile del mestiere, o da vietare perché inquina il talento?
“Non viviamo l’AI come minaccia. Anche perché non possiamo fermarla. La studiamo, comprendiamo e utilizziamo. È uno strumento. Velocizza processi, aiuta, suggerisce idee. Ma qualitativamente non è ancora a livelli davvero alti e soprattutto non sostituisce il pensiero creativo. Non genera mai qualcosa di nuovo da sola. Serve sempre qualcuno che sappia cosa chiedere. Spesso gli stessi creativi committenti che inizialmente si entusiasmano per l’AI, alla fine chiedono comunque la voce vera, il musicista vero, il suono reale”
Il vostro rapporto con i nuovi talenti?
“In una realtà come la nostra, costruita sulle persone, il rapporto con i giovani diventa fondamentale. Cerchiamo continuamente nuovi talenti. Le nuove generazioni portano letture del presente che chi lavora da vent’anni rischia inevitabilmente di non avere.
I più giovani comprendono dinamiche e linguaggi che a volte per noi non sono più immediati. Ma chiedono anche una cosa precisa, spazio reale. Non puoi pretendere entusiasmo se non permetti di osare, rischiare, crescere davvero, misurarsi su progetti ampi, che desiderano fare”.
Trasformare immagini, valori ed emozioni in suono sembra quasi un processo invisibile. Ma qual è la parte più difficile?
“Entrare subito nel progetto. La differenza la fa essere coinvolti fin dalla fase creativa. I migliori lavori nascono quando siamo seduti da subito al medesimo tavolo. Purtroppo, invece, il suono arriva spesso alla fine della produzione, dovendo assorbire tutte le scelte fatte prima. Eppure resta decisivo. Puoi guardare un film girato male fino alla fine. Ma se l’audio è disturbante non riesci a continuare”.
Guardando indietro, qual è il sogno che sentite di aver realizzato davvero in questi vent’anni e quello che avete ancora nel cassetto?
“Il primo sogno realizzato è semplice. Lavorare ancora oggi nella musica. Vent’anni dopo, continuiamo a svegliarci ogni mattina facendo quello che amiamo. Una fortuna enorme. Quello nel cassetto, invece, è creare qualche cosa che resti, che continui anche oltre noi. Un sistema. Una cultura. Una comunità creativa. Io e Francesco veniamo da Ivrea. Quell’idea di impresa olivettiana l’abbiamo respirata davvero. Un’azienda che crea persone, cultura, possibilità, non solo fatturato”.
di monica lazzarotto