Mercato

Come cambia il commerce digitale: la svolta con il Retail Media e l’AI

Se gli agenti dell'artifical intelligence scelgono i prodotti, la visibilità si riduce a uno o due risultati. La soluzione per i brand è la Joint Value Creation e l'uso di cataloghi con dati strutturati e verificabili
Liz Buchanan
Liz Buchanan

Il settore del retail globale sta vivendo una trasformazione strutturale che ridefinisce i confini tradizionali del commercio. “Storicamente, il business della distribuzione si è dovuto confrontare con un’operatività complessa e margini netti estremamente sottili, posizionati mediamente in una forbice tra il 3% e il 4%”, ha esordito Liz Buchanan, President of North America di Nielsen IQ a Linkontro. “La digitalizzazione ha spezzato questo paradigma, trasformando i retailer in custodi strategici di dati e player media d’avanguardia”.

Attraverso la monetizzazione dei dati di prima parte sui comportamenti d’acquisto, la vendita di spazi pubblicitari omnichannel e l’attivazione dell’audience sul web aperto, i retailer hanno sbloccato flussi di ricavo a elevatissima redditività, con margini operativi legati ai media che oscillano tra il 50% e il 70%. Questo impatto è evidente nei bilanci dei leader di mercato come Walmart e Target, dove l’advertising e i programmi di membership generano ormai circa un terzo dei profitti totali, poggiando su linee di business che fino a un decennio fa erano pressoché inesistenti.

Il paradosso dei Retail Media e la sfida della misurazione terza

Nonostante i Retail Media Network stiano registrando crescite imponenti su scala globale, i brand si trovano a operare in un contesto di forte frammentazione informativa e organizzativa. Internamente, i budget aziendali destinati ai retail media risultano divisi in silos tra trade marketing, shopper marketing e altre voci di spesa, costringendo le imprese a interfacciarsi con leader interni differenti e P&L frammentati.

Esternamente, la mancanza di standardizzazione nelle metriche e nelle finestre di attribuzione dei singoli retailer crea una nebbia informativa che rende quasi impossibile il benchmarking delle performance. In questo scenario di incertezza, l’adozione di metodologie neutrali diventa fondamentale. Isolando il contributo reale dei retail media da variabili esterne quali prezzo e promozioni, le analisi dimostrano che queste piattaforme guidano tipicamente tra il 10% e l’11% delle vendite presso un determinato retailer, rendendo la validazione di terze parti l’unico strumento in grado di trasformare un costo in leva strategica.

L’asimmetria digitale e il declino del joint business plan (JVP)

L’evoluzione tecnologica ha inevitabilmente incrinato il vecchio equilibrio su cui si fondava il Joint Business Plan tradizionale. Il JVP classico era basato su una cooperazione bilaterale e simmetrica, in cui il brand stimolava la domanda e l’innovazione e il retailer garantiva il traffico instore e l’esecuzione fisica.

“Oggi, la digitalizzazione ha generato una netta asimmetria a favore del distributore, il quale detiene il controllo esclusivo dei dati di comportamento d’acquisto online, la gestione dell’inventario media e il dominio assoluto su uno scaffale digitale sempre più ristretto e conteso dai marchi privati”, ha segnalato Buchanan. “Di conseguenza, i tavoli negoziali di media, dati e assortimento sono confluiti in un unico ecosistema complesso, riducendo i contratti formali siglati all’inizio dell’anno a meri passaggi burocratici, ormai privi di una reale ed efficace pianificazione congiunta del business”.

L’era dell’agentic commerce e i pivot dei leader di mercato

Ad accelerare ulteriormente questa transizione interviene l’Agentic Commerce, un ecosistema in cui l’Intelligenza Artificiale agisce per conto degli utenti per raccomandare, selezionare ed eseguire acquisti in totale autonomia.

Gli agenti algoritmici non esplorano le pagine web secondo le logiche umane, ma estraggono dati strutturati ed eseguono transazioni basate su parametri logici estremamente rigorosi. Sebbene i giganti della tecnologia abbiano rilasciato i loro sistemi di shopping agente in pochissimi mesi e i consumatori mostrino un’altissima propensione all’uso dopo il primo test, esiste ancora un marcato divario comportamentale, dato che solo una minima parte degli utenti ha effettivamente delegato la spesa quotidiana alle macchine.

Anche i primi esperimenti sul campo, come il temporaneo ridimensionamento del checkout in-app tra OpenAI e Walmart a favore di soluzioni integrate nell’ambiente del retailer, dimostrano la fluidità del momento. Liz Buchanan descrive accuratamente questa dinamica, sottolineando che: “Questo non è un segnale di fallimento dell’agentic commerce, bensì un normale ciclo di sperimentazione e pivot eseguito in pubblico dai player più grandi, spinto dalla velocità del cambiamento tecnologico”.

Le competenze sistemiche e il valore del dato ‘machine-readable’

Per sopravvivere e competere in un mercato dominato da acquirenti artificiali, le imprese devono sviluppare internamente nuove forme di intelligenza aziendale. Diventa indispensabile comprendere come l’algoritmo interpreta le preferenze dei consumatori, verificare i livelli di stock in tempo reale e tracciare se una transazione sia stata finalizzata da un agente IA per calcolarne l’impatto incrementale.

Al centro di questa rivoluzione si colloca la gestione impeccabile del catalogo e dei dati di prodotto, poiché l’infrastruttura tecnologica rappresenta il vero fossato competitivo aziendale. Come evidenziato strettamente da Liz Buchanan: “Gli agenti raccomandano solo ciò che possono leggere”.

Gli attributi strutturati e i claim verificabili digitalmente smettono quindi di essere semplici specifiche tecniche e diventano un prerequisito commerciale obbligatorio per l’accesso allo scaffale.

Il collasso dello scaffale e la transizione verso la GEO e l’AEO

L’affermazione degli agenti intelligenti impone modifiche macroscopiche e irreversibili alle dinamiche di visibilità. Il primo effetto tangibile è il collasso dello scaffale: se l’ambiente fisico può ospitare decine di prodotti e il web classico una manciata di opzioni, l’interfaccia vocale o testuale di un agente IA si riduce drasticamente a uno o due prodotti consigliati, trasformando la visibilità nella nuova scarsità assoluta.

Di conseguenza, le tradizionali query basate su parole chiave secche cedono il passo a prompt descrittivi e complessi, spostando l’ottimizzazione dalla SEO tradizionale alla GEO (Generative Engine Optimization) e alla Answer Engine Optimization (AEO).

In questo nuovo contesto algoritmico, i brand devono imparare a misurare KPI inediti, monitorando costantemente la propria quota di raccomandazione e il rischio di spiazzamento causato dalle private label dei retailer.

La soluzione strategica: verso la joint value creation (JVC)

Per superare l’incertezza tecnologica e l’inefficacia dei vecchi accordi, Liz Buchanan teorizza la necessità di evolvere verso un modello di Joint Value Creation (JVC), capace di trasformare le relazioni commerciali in reali partnership strategiche orientate al valore futuro.

Questo paradigma richiede l’abbandono della pianificazione statica annuale a favore di investimenti mutui su infrastrutture dati condivise e feed di inventario in tempo reale. Le attività non vengono più valutate in base agli input commerciali o ai display fisici allestiti, ma in base ai risultati condivisi, come la crescita incrementale della categoria e l’acquisizione di nuovi clienti.

Anche la contrattualizzazione deve abbandonare i prezzi transazionali fissi per adottare accordi flessibili e indicizzati sulle performance reali a lungo termine. Un simile modello orientato agli output può reggersi solo se i dati analitici vengono certificati da un soggetto terzo, neutrale e indipendente, ruolo che NIQ intende ricoprire nel mercato globale. Liz Buchanan chiude il suo intervento con un severo monito per i leader del settore: “L’era della pianificazione annuale e della misurazione trimestrale è ufficialmente terminata”.

di Massimo Bolchi