Oggi è il giorno della pubblicazione e dell’evento ufficiale: a Ginevra Facebook disvela al mondo propria currency, un progetto a cui lavora da oltre un anno e il cui prodotto dovrebbe chiamarsi Libra, una criptomoneta il cui valore è legato a un paniere di valute forti: euro, dollaro e yen.
Una moneta sovranazionale e un cryptocurrency che, sulla carta, non sarà soggetta alle forti fluttuazioni di altre, a partire dai bitcoin.
A sostenere il meccanismo sarà la Libra Blockchain, una “secure, stable, and reliable blockchain” sostenuta sotto l’aspetto finanziario dalla Libra Reserve, “a reserve of real assets”.
Il sistema, secondo quanto se ne conosce al momento, è trasparente: attualmente a sostenerla sono oltre dieci grandi società e fondi d’investimento, tra cui Visa, Mastercard, PayPal, Spotify e Uber. Ciascuna di esse investirà circa 10 milioni di dollari nel consorzio, con l’obiettivo finale di raccogliere un miliardo di dollari in totale, che garantisca la solvibilità della “moneta”. La dinamica di scambio sarebbe tutta interna a Facebook (inclusa la piattaforma Instagram) e non avrà costi di transazione: il guadagno per i partner dei sistemi di pagamento sarebbero nei flussi in entrata e uscita del denaro da questo recinto chiuso. Un vero e proprio mondo parallelo che batte moneta propria, con oltre 2,5 miliardi di utenti-acquirenti: la Libra sarà spendibile online e nei negozi fisici convenzionati, come accade per App quali Satispay
Un modello simile a WeChat in Cina, dove il social network è utilizzato da oltre 800 milioni di cinesi per effettuare i loro acquisti in un ambiente unico, che va da WeChat Work per attività di marketing ed eCommerce all’Instant Messaging, dal price comparison all’affitto temporaneo di case o veicoli, al pagamento diretto anche sulle più povere bancarelle dei mercati. Una pervasività tale da rendere di fatto intercambiabili in Cina le parole Internet e WeChat, complici anche le pesantissime limitazioni alla navigazione imposte del Governo centrale.
Il fenomeno WeChat si è affermato nel paese gradualmente, per allargamenti progressivi delle funzioni, mentre il progetto Libra è un progetto proposto come formula da accettare e condividere da parte di Fintech e internet player. Ma non è l’unica differenza: a fronte di una soluzione che funziona bene, ma in un solo paese e con una sola valuta (il renminbi), c’è un altro che si propone globale, con un base di 2,4 miliardi di aderenti, ma distribuiti in tutti i paesi della Terra e una infrastruttura finanziaria più complessa.
“Libra sarà una via di mezzo tra i vecchi sistemi di pagamento e quelli digitali emergenti”, ha commentato Carlo Alberto Carnevale Maffè, Docente di strategia aziendale e studioso di monetica all’Università Bocconi. “Non è una carta di credito, né è una cryptovaluta strutturata come il bitcoin. È un mix dei due, e prenderà il meglio di entrambi con l’autorevolezza dei sistemi tradizionali e la velocità e semplicità iconica di quelli elettronici”.
E proprio questo fatto – forse – a sollevare i maggiori sospetti sul fine ultimo di Facebook e della sua currency: che vogliano fare concorrenza alle banche tradizionali, al momento impegnate nella faticosa transizione verso il mondo digitale e verso un’arena concorrenziale dove nascono ogni giorno nuovi competitori.
Se forme di pagamento quali Apple Pay, Samsung Pay, Amazon Pay e Google Pay sono state finora ricondotte in limiti tutto sommato accettabili, Facebook potrebbe rappresentare un sfida più impegnativa. Non certo per lo sviluppo del social commerce, ma perché la Libra avrebbe un ruolo da svolgere nell’asset management. Con un valore parametrato sulle tre principali valute occidentali, ammortizzerebbe il rischio di cambio e potrebbe rappresentare per gli utenti un currency non emessa da una Banca Centrale ma comunque affidabile. Facebook inoltre è già proprietario di una licenza bancaria irlandese, che lo mette in grado di operare in tutta le UE.
“Viene da dire che il rischio è pari a zero visto il tenore dei gruppi che partecipano a questa iniziativa”, ha aggiunto Carnevale Maffè. “Di sicuro ci saranno dei vantaggi per gli utilizzatori di questi strumenti: più trasparenza, commissioni più basse e maggior facilità di uso. A fronte della cessione dei propri dati, va da sé”.
Pari a zero il rischio magari no, almeno per la banche classiche, anche se in Italia siamo più indietro rispetto all’Europa (e ancor più agli Stati Uniti): nel nostro paese Facebook può contare circa 31 milioni di aderenti, largamente superiori ai numeri che può vantare qualsiasi gruppo bancario.
Per ora basta attendere ancora poche ore e ne sapremo di più. Tutti, anche le banche.