Interactive

Huawei e la Blacklist di Trump: 90 giorni di proroga, ci si rivede il 19 agosto. Ma allora era tutto una finta?

Ordine, contrordine, disordine: la regola valida in ambito militare sembra applicarsi anche alla blacklist del Presidente Donald Trump, che nei giorni scorsi aveva scatenato il panico tra gli operatori della industry e i commentatori specializzati, che si sono lanciati – a volte – in descrizioni un po’ azzardate, specie sulle possibili conseguenze del blocco di Android.

Poi, questa mattina, la notizia della proroga di 90 giorni concessa dall’amministrazione Trump ai fornitori americani (e anche europei) del colosso cinese. Certamente, una proroga che ha dei limiti, che si applica solo ai prodotti già presenti sul mercato e non include i futuri terminali in corso di sviluppo. E, soprattutto, che è stata presentata come una concessione fatta agli utilizzatori nordamericani (in primis) dell’hardware cinese.

Contestualmente ha ripreso vigore la pista Iran, quella che a Dicembre aveva portato in carcere il Cfo (e figlia del fondatore di Huawei) Meng Wanzhou, che fa risalire l’inserimento in Blacklist dell’azienda alle attività della stessa in Iran, paese soggetto a boicottaggio da parte degli Stati Uniti.

Qui si rende necessario un chiarimento, passato un po’ in sottordine il primo giorno: Huawei è stata inclusa in quella che viene definita una Entity List, che è cosa diversa al ban vero e proprio, a cui era andata invece incontro un’altra aziende cinese di telecomunicazioni, la ZTE, nell’aprile dell’anno scorso, bandita per i successivi sette anni e costretta a pagare 1,4 miliardi di dollari (dopo i circa 800 milioni di multa) e a depositare un pegno di 400 milioni per garantire il rispetto delle condizioni, che includono anche ispezioni agli impianti produttivi. In cambio ZTE era potuta ritornare da agosto 2018 al business as usual, e attualmente ha una valorizzazione per azioni analoga a quella precedente lo scontro.

L’Entity List, invece, prevede che sia necessaria una licenza del Dipartimento del Commercio per continuare ad essere fornitore dell’azienda, o di una della sue centinaia di filiali e/o controllate. Questo ha sicuramente reso più agevole procedere una moratoria di 90 giorni degli effetti dell’inserimento in blacklist.

Ma qual è il significato nascosto di questa mossa? Difficile da leggere: la più ampiamente condivisa è che l’Affare Huawei si sia casualmente allargato ben al là di quanto preventivato, per via del rumour raccolto da Reuter nella giornata di domenica. La notizia Huawei senza Android si è diffusa rapidamente in tutto il globo, e non poteva essere altrimenti, viste le dimensione dei giocatori in campo.

Senza questa diffusione, si sottolinea, si sarebbe evitato di dare spessore alla vicenda, che invece – si fa capire – si sarebbe risolta con una lunga trattativa, mentre Huawei avrebbe potuto tranquillamente proseguire la produzione con la scorte di processori accumulate proprio per fronteggiare emergenze di questo tipo.

Così non è stato, però, e il confronto tra l’amministrazione americana e il maggior produttore mondiale di apparati per Tlc si è fatto aperto. La proroga in questo caso potrebbe essere stata il modo di addolcire i termini di un confronto che aveva preso una strada troppo aspra.

Ma potrebbe anche essere vista come la risposta a una mossa, in tipico stile tradizionale cinese di Xi Jinping: il presidente cinese si è recato ieri in visita a un’altra azienda, la JL Rare Earth, uno dei maggiori produttori cinesi di terre rare, elementi essenziali per la produzione di processori e altri componenti elettronici, di cui la Cina controlla il 95% della mercato mondiale. E gli Stati Uniti, importatori per l’80% del loro fabbisogno da Pechino, si sono affrettati a mostrare di aver capito il messaggio.

Comunque sia andata, comunque, la vicenda ha abbandonato lo spazio Digital & Interactive per spostarsi in un ambito molto più vasto, di relazioni economiche e potere globali.
E noi ci fermiamo qui.