C’era da aspettarselo: a pochi giorni dal lancio di Libra e nonostante le dichiarazioni programmatiche rassicuranti (“collaborating and innovating with the financial sector, including regulators and experts”) contenute nel White Paper che descrive la nuova cryptovaluta, le reazioni negativa da parte di soggetti di tutto il mondo non si sono fatte attendere.
Iniziando proprio dagli Stati Uniti, dove la presidente della commissione Servizi finanziari alla Camera, Maxine Waters, ha chiesto a Menlo Park di fermare lo sviluppo di Libra. E la ragione di questa richiesta non sarebbe legata alle caratteristiche della moneta, ma all’affidabilità di Facebook, l’emittente, se così vogliamo chiamarlo, che “possiede dati su miliardi di persone e ha ripetutamente dimostrato di ignorare la protezione e l’ uso attento di questi dati”. Sostanzialmente lo stesso motivo per cui l’azienda ha in corso trattative con la Federal Trade Commission per la presunta violazione di un accordo sulla privacy degli utenti, che potrebbe costare al gruppo miliardi di dollari di sanzioni.
Sostanzialmente, negli USA, Libra dovrebbe bloccarsi nel suo sviluppo perché Facebook ha già dimostrato, nei fatti, di non poter garantire la riservatezza dei dati dei dei suoi utenti (o clienti, che dir si voglia). Certamente per il momento è una presa di posizione del Congresso, che non si è tradotta in una decisione effettiva, ma sicuramente il fatto che la Waters sia democratica non protegge l’azienda sotto il cappello dei repubblicani: è noto infatti che i giganti digitali non siano ben visti neppure dagli avversari politici, nonostante gli sforzi profusi per adottare comportamenti sulla carta virtuosi, come l’offerta, ieri, da parte di Google di investire un miliardo di dollari per risolvere il problema della carenza di abitazione nella Silicon Valley e dintorni.
E dire che Facebook si era davvero impegnato a scuotersi di dosso l’immagine di pigliatutto, fino a costituire un società ad hoc, Calibra, che partecipa, con la stessa quota e con le stesse responsabilità di ciascuno degli altri 27 soci fondatori, alla Libra Association. Ma non c’è stato niente da fare, sui media di tutto il mondo l’associazione tra Libra e il social network è stata troppo forte, e la dizione “la cryptomoneta di Facebook” ha prevalso ovunque.
In Europa, invece, le reazioni sono state più presenti sul versante delle istituzioni, con il Ministro per l’Economia francese, Bruno Le Marie che ha chiesto alle Banche centrali dei Paesi del G7 di produrre un rapporto per metà luglio, che faccia chiarezza sulla nuova moneta, e soprattutto che garantisca che “ne pourra pas être détourné pour financer le terrorisme ou toute autre activité illicite”. Anche in Italia, il Garante per la Privacy Antonello Soro ha ricordato che “rischiamo di consegnare un’ampia fetta dei nostri diritti ad un pugno di monarchie digitali, fondate sul potere dei dati”. aggiungendo che “anche il sistema blockchain non è così sicuro come viene presentato, ma evidenzia anzi molte possibili criticità”.
Lo stesso è stato detto, con altre parole, dal Governatore della Banca d’Inghilterra e da un gruppo di deputati tedeschi.
Riassumendo, l’esordio di Libra non ha sopito quelle obiezioni che forse Facebook (o la Libra Association) sperava di evitare con la toccante immagine di miliardi persone prive di conto in banca ma dotate di smartphone, alla ricerca di un modo facile e a costo zero di utilizzare i propri soldi.
Al momento, dunque, la partite tra Facebook/Libra e regolatori finanziari è 0 a 0 e palla al centro.
Sta per iniziare (ma non tra pochissimo, a metà dell’anno prossimo) il secondo tempo, quello decisivo. Diciamo per ora che importare in Occidente un modello WeChat cinese è un po’ più complicato del previsto.