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Dante Ferretti, l’arte della scenografia tra genio e ironia in mostra a Roma

Dal sodalizio con Fellini e Scorsese agli Oscar raccontati con leggerezza: “Dante Ferretti, con i miei occhi” è un viaggio nella storia del cinema
Dante Ferretti, Foto di Carlo Bellincampi
Dante Ferretti - Foto di Carlo Bellincampi

“L’Oscar? O’scardabagno!”. Lo ha ripetuto più volte oggi, durante il vernissage della mostra dedicata a lui, Dante Ferretti, 3 Oscar per la Miglior Scenografia vinti su 11 nomination (con i 3 della moglie Francesca Lo Schiavo sono 6 su 20). È una frase che spiega benissimo chi sia Dante Ferretti: una Leggenda vivente del cinema, ma allo stesso tempo un uomo semplice e autoironico, simpaticissimo, uno che si prende in giro continuamente, simbolo di quella romanità di una volta, che oggi quasi non si trova più.

‘Dante Ferretti, con i miei occhi. I segreti del maestro della scenografia’ è la mostra in scena dal 17 aprile al 19 luglio ai Musei di San Salvatore in Lauro, in Piazza di S. Salvatore in Lauro, 15, a Roma. Avere l’occasione di avere lui come guida è stata un’occasione unica per respirare e toccare con mano la Storia del cinema.

“Abbiamo vinto 175 premi: Oscar, Golden Globes, Batfa. È tutto sulle mensole dell’IKEA”, ci ha raccontato sorridendo. “Il primo Oscar lo abbiamo vinto alla quinta nomination”, racconta nella stanza dedicata ai 3 Academy Awards. “Stavamo girando Shutter Island con Scorsese e Di Caprio a Boston. Ho detto: ‘stavolta non ci vado, siamo andati quattro volte e non ci hanno mai dato niente’. È stato Scorsese a convincermi ad andare. Il primo Oscar che abbiamo vinto è stato per The Aviator. Non avevamo i posti in sala: tutti gli scenografi aspettavano il premio dietro le quinte. È stata Halle Berry a dire: ‘l’Oscar per la miglior scenografia va a Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo per The Aviator’. Non ci volevamo neanche credere. Avevamo i discorsi si ringraziamento per le altre volte, questa volta non li avevamo preparato”.

Gli altri due Oscar Dante Ferretti li ha vinti per Sweeney Todd di Tim Burton e per Hugo Cabret, ancora con Martin Scorsese. “È un film stupendo”, dice di quell’opera di cui qui possiamo ammirare il bozzetto per il grande orologio al centro del film.

I film realizzati e quelli mai fatti

Pasolini lo definì un genio; Leonardo DiCaprio lo ha indicato come “lo scenografo più emblematico e rappresentativo della sua epoca, forse il migliore di tutti i tempi”. La mostra dedicata a Dante Ferretti è fatta di quelli che sono chiamati bozzetti, i lavori preparatori su cui nascono i progetti delle scenografie. Ma sono dei veri e propri quadri. Alcuni sono dei collage. Ripercorrerli vuol dire dare l’attenzione ai grandi film da Oscar, ma anche ai film meno noti. O quelli che non sono mai stati realizzati. Come Ripley, Believe It Or Not.

“Io e Tim Burton siamo stati due mesi in Cina, siamo stati dappertutto”, ricorda. “Siamo tornati a Londra il sabato. E lui ha detto: ‘allora ci vediamo lunedì mattina in ufficio’. È arrivato in ufficio, vestito di nero, triste. Mi ha detto: ‘scusami, siamo stati due mesi in Cina e ora il produttore non vuole mettere i soldi. Faremo un film più piccolo. Abbiamo solo 50 milioni, per questo sarebbero stati 200’. Ho detto: ‘facciamolo lo stesso’. Era Sweeney Todd”. È stato il secondo Oscar di Ferretti. “È stato ricostruito tutto in studio, agli Shepperton Studios vicino Londra. Si pensava di fare qualcosa in blue screen, ma è stato ricostruito tutto. E anche con pochi soldi. Perché hanno preso un bravo scenografo”, dice sorridendo.

La scenografia di Titus al Colosseo Quadrato

Una delle scenografie più ambiziose è stata quella di Titus, di Julie Taymor, tratto da Shakespeare. “Mi ha chiamato per girare il film a Roma: la sua idea era girare al Colosseo”, rievoca Ferretti. “Ma viaggiando in autostrada da Fiumicino a Roma siamo passati dall’EUR e dal famoso Colosseo Quadrato. Ho suggerito che sarebbe stato più bello farlo lì, c’era un’idea particolare. Le è piaciuto moltissimo. E nelle interviste ha sempre parlato della mia idea”.

In mostra si vedono i bozzetti per la ricostruzione del Senato, costruito in modo che potesse incutere il senso del potere e dell’oppressione. Da Shakespeare è tratto anche l’Amleto di Zeffirelli, anche questo candidato all’Oscar per la scenografia.

Ferretti e Fellini

E poi c’è tutto il mondo di Federico Fellini. Ci sono i lavori per La nave va. “La mia ispirazione sono state le vere navi”, ricorda lo scenografo. “La cosa bella è che stato girato tutto nel Teatro 5 di Cinecittà, dove abbiamo ricostruito ogni cosa. Avevamo realizzato una pedana enorme con delle molle per ricreare il rollio dovuto al mare. Fellini disse subito che gli piaceva. Ma che soffriva di mal di mare e sarebbe stato male se questa finta nave si fosse mossa. Così abbiamo costruito una torretta vicino: in questo modo lui sarebbe stato lì, fermo, mentre la nave oscillava. Altrimenti avrebbe vomitato. ‘Non è che vomiti perché la non ti piace la scena?’, gli dissi io”.

A proposito di navi, in mostra ci sono una serie di relitti realizzati per un film che non sono mai stati fatti. Quanto a Fellini, ammiriamo i lavori per La voce della luna e Ginger e Fred.

Le avventure del Barone di Munchausen

Una delle scenografie più immaginifiche e magniloquenti di Dante Ferretti è quella de Le avventure del Barone di Munchausen di Terry Gilliam.  “La scenografia è una delle cose più belle mai fatte nella Storia del cinema”, ci spiega Ferretti. “Gilliam è un grande regista, prima di questo film aveva fatto Brazil”.

Se ci pensiamo la carriera di Ferretti è stata sempre quella dell’incontro tra due geni, uno della regia e uno della scenografia. E, ancora, ammiriamo i lavori per I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte, Casinò, Kundun, Ritorno a Cold Mountain, Silence.

Chinese pagoda per Gangs of New York
Chinese pagoda per Gangs of New York

Girare Gangs Of New York a Cinecittà

Uno dei sodalizi più importanti, come si è capito, è quello con Martin Scorsese. Il vero colpo di Dante Ferretti è stato portare il regista americano a girare Gangs Of New York interamente a Roma, a Cinecittà. Tutto è nato da un passaggio che il regista aveva dato a Ferretti, a Roma, in aereo, al ritorno da Venezia.

“Dissi a Scorsese: la New York di fine Ottocento dove la fai adesso? Lì è tutto moderno”, ricorda Ferretti. “A Roma l’ho portato a mangiare al ristorante vicino a Cinecittà (La Cascina, ndr). Era domenica. Dal ristorante ho chiamato Cinecittà e ho fatto di tutto per portarlo lì dentro, fargli vedere tutti gli spazi. Il backlot grande, la piscina con l’acqua. Ha detto: ‘si può fare, comincia a disegnare’. Ho fatto i bozzetti, i modellini. Ho portato tutti in America. Alla produttrice ha preso un colpo. Allora c’era Harvey Weinstein, quello che ora è in galera. Gangs Of New York è stato girato tutto a Cinecittà. L’unica inquadratura è quella girata con un green screen dietro due cespugli. Su quello schermo poi sono state montate delle inquadrature di New York con le Torri Gemelle, la scena finale del film”.

Scorsese conosceva già Cinecittà, era venuto quando era legato a Isabella Rossellini e stava per sposarla, per conoscere Fellini mentre stava girando La città delle donne. Il set era quello di un bordello. “Fellini gli disse: è meglio che non fai la luna di miele qui…”, ricorda Ferretti. Che con Scorsese ha girato anche Shutter Island. Vediamo i disegni di un faro (“l’ho dedicato a Fellini, che noi chiamavamo il faro”) e la ricostruzione di un lager durante l’Olocausto. E il bellissimo L’età dell’innocenza.

Il nome della Rosa, e quella location che sembrava vera

Dante Ferretti è lo scenografo de Il nome della rosa. E qui l’aneddoto è davvero gustoso. È stato girato a Prima Porta, a Roma, dove il set è stato costruito completamente.

“Un giorno mi hanno chiamato dei giornalisti che di occupavano di architettura e mi hanno chiesto dove avessimo girato”, racconta divertito Ferretti. Abbiamo girato a Prima Porta’, risposi. ‘Ma come? A noi non risulta’, dissero. E io: ‘andate lì di corsa e fotografate, perché tra tre giorni cominciano a smontarla. È un set, abbiamo ricostruito tutto quanto, non esiste’. È tutto vero, anche se io sono un bugiardo, divento rosso quando dico la verità”.

Dante Ferretti ha confessato di dovere molto, se non tutto, a Pier Paolo Pasolini, con cui ha iniziato e fatto tutti i film. E ci ha annunciato che tra quattro mesi ci sarà una mostra itinerante interamente dedicata a lui.

Intelligenza Artificiale: mai usata

Conoscendolo, ci sentiamo di mettere la mano sul fuoco che Dante Ferretti non usa l’Intelligenza Artificiale. Ma gli chiediamo comunque se, nel suo settore, c’è chi la usa. “Forse oggi si usa”, risponde. “Io non l’ho mai usata. Io ho solo deficienza artificiale”.

Ci ha spiegato però che cosa comporta il suo lavoro, che è prettamente manuale. “Ogni venti minuti ti devi lavare le mani perché te le sporchi continuamente, a furia di usare i gessetti, i carboncini. Non sa l’acqua che ho consumato, gli asciugamani. A un certo punto mi hanno dato finalmente un grembiule, così potevo anche asciugarmi le mani”.

di Maurizio Ermisino