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Lo stile Michael come Weltanschauung. Di Till Neuburg. “Quando quel Sigfrido alto, biondo e con gli occhi azzurri si presentò nella sede milanese della Young & Rubicam (fino a pochi mesi prima sulla targa all’ingresso di Piazza Duse 2 si leggeva ancora lo storpionimo Itamco), praticamente l’art direction italiana non esisteva ancora…”

Non intendo gettare olio sul fuoco dovutamente celebrativo che accende i nostri ricordi più caldi sul “nostro” Michael (l’aggettivo possessivo è dovuto perché nessuno dei colleghi di mezzo secolo fa che disperatamente tentavano di allontanarsi dalla patetica réclame del boom, di Carosello e dell’egemonia culturale DC/PCI, può esimersi dal riconoscergli un cospicuo tributo di riconoscenza, di stima e di sentita complicità). Ecco cosa ricordo di quel magnifico Sessantottto italo-teutonico-elvetico della nostra réclame. Quando quel Sigfrido ‘alto, biondo e con gli occhi azzurri’ si presentò nella sede milanese della Young & Rubicam (fino a pochi mesi prima sulla targa all’ingresso di Piazza Duse 2 si leggeva ancora lo storpionimo Itamco), praticamente l’art direction italiana non esisteva ancora. Allora gli slogan, le rime, i proverbi e le iperboli da venditori porta a porta, venivano impaginate, illustrate e decorate da ex grafici frettolosamente prestati alla pubblicità. Il nostro primo ‘direttore artistico’ americanizzato, era invece una sorta di wunderkind tedesco di appena 25 anni direttamente importato dall’omonima sede di Francoforte, dal creative director britannico Geoffrey Tucker – insieme all’assunzione dei copy Emanuele Pirella, Pia De Fazio e Matteo Lamacchia.

Non appena questo inedito creative department s’era consolidato (nel frattempo il dream team era stato integrato dalle prime art buyer e tv-producer italiane, Gabriella Colombo e Olga Aulenti, presto raggiunte anche dal soggettista e regista Livio Mazzotti della Gamma Film), il timone creativo passò da Tucker al tedesco Horst Blachian. È proprio in quel periodo che alcuni market leader locali si vedevano presentare dall’ormai affermatissima Y&R delle campagne mai viste e lette prima di allora. Oltre alle strategie e ai concept condivisi con il copy e futuro complice Pirella, quel giovane straniero dal cognome impronunciabile propose nientemeno che un dolce stil novo visivo di un’inedita cura foto-tipografica, di estremo nitore e semplicità. Erano campagne che ancora oggi sarebbero – ovviamente e dovutamente – premiate per bellezza, efficacia e innovazione semantica jamais-vu. La visione del suo mondo pubblicitario (vedi il titolo di queste righe) non era né tedesco, né italiano, né improntato ai modelli della grafica svizzera di allora… era semplicemente moderna.

Oltre a forgiare un nuovo star system di fotografi e registi locali, americani e soprattutto britannici che comprendeva i nomi prestigiosi di Richard Avedon, Lester Bookbinder, Chris Broadbent, Vanni Burkhart, Tony Copeland, Julian Cottrell, Len Fulford, Michael Joseph, Claude Lelouch, Don Lever, Ken Licata, Livio Mazzotti, Luciano Murat, Nelo Risi e Don Silverstein, Michele contribuì in modo testardo e costante ad anticipare anche un autentico Made in Italy industriale e pubblicitario con marche di provata eccellenza progettuale e del design, come Alessi, Artemide, Bormioli, Brionvega, Elica, Marazzi, Superga.

Per i nuovi eroi della coerenza estetica, della bellezza e del Compasso d’Oro, rivolgersi alla Y&R – e poi a tutte quante le sigle che contenevano quel ‘ghecce’ mitteleuropeo – era diventato un autentico must. A volte le coincidenze anagrafiche e temporali si tramutano in longeve genealogie culturali: nell’anno in cui ad Amburgo ‘vide la luce’ il nostro Michael (era il tragico ma magico 1941), a Berlino l’informatico Konrad Zuse presentò lo Z3 – il primo computer digitale programmabile della storia, nella lontana New York si proietta la prima mondiale del capolavoro Quarto potere di Orson Welles mentre a Zurigo andò in scena l’esordio teatrale di Madre Coraggio dell’esule tedesco Bertold Brecht.

A conferma di questa sua passione per la bellezza, la typography e il layout, ecco una sua accorata mail nella quale Michael si riferisce nientemeno che allo storico timoniere della grafica e del design della mitica Braun:

Un altro documento che comprova la sua appassionata abilità a combinare, incastrare e far convivere in modo puntualmente coinvolgente la carta, gli sguardi, le forbici e la mise-en-page, è questo unico numero di un house-organ di dodici pagine dell’ADC di Milano che letteralmente, nel 1968 avevamo ‘improvvisato’ nella cucina della sua casa in Piazza Libia a Milano – in dolce e paziente compagnia delle nostre mogli Marina e Angela. Dalla ‘sua’ Y&R (e dalla Ted Bates dove lavorava Marina), quei due avevano portato a casa decine di numeri di AdAge, Campaign, AdWeekly, Stratégie e Werben & Verkaufen dalle quali Michael e il sottoscritto ritagliavamo gli articoli che ci sembravano più utili, spiazzanti o coinvolgenti per i soci di quell’assurdo ‘club’ di creativi nel quale – pensa te – i copywriter non erano ammessi:

Quando divenni presidente di quella combriccola di fuori di testa (e di contesto storico e professionale), Michael mi assistette a superare l’empasse sorridendo sornione alle mie spalle quando si trattò di consegnare i premi ai nostri consimili tribali (nella foto, la vittima del momento era colui che entro poco avrebbe messo sottosopra quei rapporti incestuosi – il socio italiano della mia prima ora milanese, Luigi Montaini Anelli):

Infatti, appena due anni dopo (ben 15 anni prima che nascesse il secondo, ‘vero’ e attuale Art Directors Club Italiano), nel 1970 Montaini fondò l’Advertising Creative Circle. Nella foto della sua fondazione vediamo (da sinistra a destra) Giancarlo Cella, il sottoscritto (segretario), Nando Spinelli, Luigi Montaini Anelli (presidente), Emanuele Pirella (vicepresidente), John Brooks, Michele Spinazzola, un pensoso Michael Göttsche, Luciano Tabellini.

Durante e dopo quelle brevi, turbolente e magnifiche esperienze associative, creative e pure ricreative, le nostre strade si divisero e si ricongiunsero di continuo. I suoi viali, sempre magnificamente alberati, si chiamavano Y&R, Ogilvy & Mather, Italia, Italia BBDO, Pirella & Göttsche, Lowe Pirella Göttsche e infine semplicemente Göttsche, mentre nel mio piccolo, anch’io mi divertivo in un continuo zig-zag tra agenzie, produzione, regia e docenze: Troost, TBWA, PubbliMarket, Movie Group, Camera, Shining, Haibun, Mercurio, NABA, Accademia di Comunicazione, numerosi master e università. Durante quegli anni, lui come stratega e ormai autentico guru della creatività, io come produttore e regista, ci siamo comunque rivisti e divertirti un sacco di volte, spesso anche in bella compagnia di Emanuele.

Forse i momenti più felici insieme li abbiamo passati nella sua ‘Göttsche’ in quel di Via Tortona 14 – per me la più accogliente e gradevole sede di un’agenzia di pubblicità mai vista prima: un piccolo open space generosamente finestrato dove il silenzio, il sole e i glicini facevano allegramente a gara per agevolare il buon umore, il buon senso e la buona creatività. Lì, in bella compagnia di Federica Adamoli, Barbara Arioli, Alfredo Bartiromo, Elio Buccino, Marco Turconi e di pochi altri, Michael ha sicuramente vissuto momenti più che appaganti, compreso la conquista di uno strameritato Oro dell’ADCI.

In quella sede Michael e il sottoscritto avevamo convissuto 1) un lungo e ottimo PPM per un’entusiasmante produzione Subaru e 2) un lungo e articolato briefing per un video promozionale per la Spar. Lo spot Subaru diretto dalla coppia Bosi & Sironi per conto della Mercurio Cinematografica era poi andato benissimo, sia per il cliente, sia per l’agenzia, sia per l cdp che per lo stesso executive producer (il sottoscritto), mentre il video per la convention internazionale del Gruppo Despar si sarebbe rivelato come una delle esperienze professionali e umane più appaganti della mia intera carriera: non più in veste di titolare o rappresentante di un’autentica cdp, ero liberissimo di agire come organizzatore, location scout, casting director, line producer e regista di un video praticamente individuale che aveva il solo scopo di promuovere due incantesimi italiani destinati a ospitare una convention internazionale: Venezia e Napoli/Sorrento (e dintorni). In compagnia di un unico operatore-video, per conto di quell’eroica e fiduciosa Göttsche, avevo compiuto due viaggi apparentemente identici. Il primo era una sorta di provino organizzativo-tecnico-logistico mentre il secondo si sarebbe rivelato come un autentico spasso paesaggistico, gastronomico e soprattutto umano. Ancora oggi, decine di episodi sorprendenti e divertenti, ma anche imprevedibili se non addirittura estremi, mi consentono di intrattenere chi ha voglia di ‘partecipare’ a orecchio a quel bizzarro complotto ordito tra Michael e me. Ogni sera gli riferii per telefono cosa mi era successo durante le riprese e man mano che passarono i giorni l’unica sua contrarietà consisteva nel fatto di non poter stare con noi.

 

Purtroppo, quel periodo sereno e appagante si risolse quando Michele fu costretto a trasferirsi dal numero civico 14 al 37 della stessa e identica via Tortona accasandosi nella nuova sede della multinazionale VMLY&R – la nuova sigla aggregata alla sua amatissima ex – la risorta Young & Rubicam ‘dei vecchi tempi’. Per alcuni anni Michele vi provò a coltivare e guidare una sorta di squadra primavera di creativi in erba, ma varie vicende gli impedirono di compiere fino in fondo quella magnifica staffetta tra il born in Germany in piena Guerra mondiale e il Made in Italy dei nostri giorni.

Visto che anche i percorsi più belli svaniscono nell’inevitabile e incessante realtà della vita, delle professioni che cambiano e, ahimè, anche della pubblicità, mi piace ricordare il nostro appassionatissimo Michael guidare dove, quando e come piaceva e riusciva solo a lui.

t.n.

 

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