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Faccia a faccia con imprenditori e Ceo della comunicazione. Andrea Gaudenzi: chi ha un grande brand e una solida reputazione, dovrebbe alzare la voce senza paura, senza farsi condizionare dai predicatori della cautela. Serve il coraggio di esprimere una visione. Ci sarà sempre più bisogno di leadership generativa

Qual è la tua visione per affrontare il futuro, su quali paradigmi fondi il tuo credo?

Questa crisi senza precedenti ci ha insegnato che non bisogna affezionarsi troppo ai paradigmi. Credo che tutti abbiamo la sensazione di essere alla vigilia di un cambio di regole e di standard che ci farà guardare la realtà in un altro modo: una sorta di ‘rivoluzione paradigmatica’ per dirla alla Thomas Kuhn. Per affrontare questo futuro sempre più liquido, bisognerà essere sempre più flessibili e veloci, ma con un approccio rigoroso e basato sull’analisi dei dati. Le organizzazioni nate digitali, come iCorporate, naturalmente continueranno ad avere un vantaggio competitivo.

Cosa ti è maggiormente dispiaciuto constatare nell’anno appena trascorso?

La corsa al ribasso da parte di alcuni uffici acquisti che hanno immediatamente approfittato del momento eccezionale per negoziare sconti che non erano giustificati. Questo ha messo in tensione i margini e nel medio imporrà un ripensamento di molti modelli di business nel mondo della comunicazione. Per fortuna accanto a comportamenti irresponsabili abbiamo osservato anche qualche esempio virtuoso: una grande azienda del settore energetico nostra cliente, appena scoppiata la pandemia ha voluto assicurarsi come prima cosa di essere nelle condizioni di pagare con puntualità tutti i fornitori. Credo che questo sia il modello di imprenditoria responsabile che è il segreto della forza del nostro Paese. E anche noi come iCorporate, con i miei soci Francesco Foscari e Paolo Guadagni, cerchiamo di ispirarci a questi principi.

Se fossi Ceo o Cmo di un brand che investe in comunicazione come agiresti, insomma, potendo dare consigli quali senti di dare al mercato dei clienti?

Penso ci sia un gran bisogno di tutti di trovare nuovi riferimenti, di avere fiducia nel futuro. Chi ha un grande brand e una solida reputazione, dovrebbe alzare la voce senza paura, senza farsi condizionare dei predicatori della cautela. Serve il coraggio di esprimere una visione. Che poi è anche ciò che, in questa fase estremamente difficile, è mancato alla politica: troppo impegnata a giustificare il proprio operato, si è dimenticata che ciò che conta per avere consenso è indicare una direzione.

Ritieni di essere riuscito a concretizzare per la realtà che capitani il modello di business ideale, se sì perché, se no, idem e se in parte a che punto del percorso sei?

Come dicevo, siamo di fronte a una fase di grande trasformazione. Le nostre professioni ormai da anni hanno intrapreso un percorso di continua evoluzione che richiede aggiornamento costante, flessibilità e pensiero laterale. Ed è questo l’approccio che cerchiamo di adottare in iCorporate, integrando professionalità diverse e contaminando i team con competenze trasversali. E’ un percorso che non terminerà mai. La sfida su cui ci stiamo concentrando ora è come organizzare il lavoro rendendo i team sempre più efficienti nella nuova normalità.

Si chiude il 2020. un anno non facile, cosa ha rappresentato per te?

A titolo personale, la nomina a Ceo di iCorporate ha rappresentato una svolta nella mia vita e nel mio percorso professionale. Quest’anno una serie di complessità si sono sommate una sopra l’altra in una sorta di ‘tempesta perfetta’, ma faticare ogni giorno per sostenere la tua organizzazione e dare lavoro alle tue persone è una soddisfazione impagabile.

Essere oggi leader: qual è la principale dote che bisogna possedere?

La leadership non è nulla senza la cura. In questi giorni sto leggendo anch’io il bel libro di Tommaso Ebhardt su Marchionne: dal racconto emerge come anche un condottiero così determinato, da sembrare in certe circostanze spietato, fosse capace di sorprendenti gesti di attenzione, che denotavano una notevole capacità di empatia nei confronti della sua squadra. Se non provi un interesse autentico per le persone che lavorano per te, la tua leadership è fragile. Anche alla luce del nuovo mondo cui stiamo andando incontro, ritengo ci sarà sempre più bisogno di leadership generativa.

Successi, progetti, quali vuoi menzionare come emblematici della tua impostazione?

Non penso a progetti specifici ma al successo di lavorare bene con le persone, stimolandole a dare il meglio e a dedicarsi con determinazione alle sfide più ambiziose. Quando in iCorporate riceviamo proposte di new business da parte di professionisti che hanno lavorato con noi o da ex clienti che hanno cambiato datore di lavoro, capiamo che stiamo lavorando bene e che il nostro approccio può creare valore nel tempo.

Il tema della rilevanza del mercato della comunicazione: è un tema? Ossia perché non sempre si è tenuti in alta considerazione, da governo, aziende, opinione pubblica? Una questione di carenza di ‘carismatiche star’?

Per deformazione professionale, ritengo che il nostro ambito non abbia bisogno di carismatiche star. I miei maestri mi hanno sempre insegnato che i comunicatori d’impresa non devono essere protagonisti ma catalizzatori, facilitatori. Diffido di chi ama troppo essere sotto i riflettori. Già penso di aver esagerato con questa intervista, ma in fondo siamo tra amici. Per quanto riguarda il nostro settore, penso che un grande passo avanti possa essere quello di fare davvero sistema abbandonando i campanilismi e gli interessi di troppe associazioni di categoria in competizione tra loro che indeboliscono la rappresentatività del sistema, disincentivando tra l’altro la partecipazione di molti operatori.

Andrea Gaudenzi, ceo iCorporate

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