Con la pubblicazione sul sito del Dipartimento per l’informazione e l’editoria di Palazzo Chigi è stato reso noto il programma operativo elaborato dalla Task Force anti-fake news istituita dal Governo Conte. Ne fanno parte Riccardo Luna (editorialista di Repubblica); Francesco Piccinini (direttore di Fanpage); David Puente (oggi in forza a Open); Ruben Razzante (giurista, recente fondatore di dirittodellinformazione.it); Luisa Verdoliva (docente di ingegneria all’Università Federico II di Napoli e vincitrice del Google Faculty Research Award nel 2018), Roberta Villa (free lance di giornalismo medico) e Fabiana Zollo (ricercatrice dell’Università di Venezia).
La costituzione di questa ‘task force’ ha suscitato alcune polemiche: chi si è opposto ha contestato soprattutto la scelta di creare l’organismo in seno all’esecutivo, e l’idea stessa di pensare di mettere sotto controllo governativo l’informazione. Forse anche per questa ragione, nella Premesse è stato chiarito che “non sono attribuiti all’Unità poteri di vigilanza o sanzionatori, né alcun genere di intervento attivo, anche in considerazione dell’attuale assetto istituzionale, nell’ambito del quale gli interventi attivi di contrasto alle fake news competono ad altre amministrazioni, quando non all’autorità giudiziaria”.
Sgombrato così il terreno – se questa considerazione sarà sufficiente per chi non è stato d’accordo sin dall’inizio – da possibili equivoci, la task force entra nel vivo della sue competenze, elencando i tre ambiti operativi in cui intende muoversi.
Il primo ambito di intervento individua una serie di azioni volte a favorire l’accesso alla comunicazione istituzionale e ai contenuti ritenuti via via scientificamente più attendibili, tenendo conto della continua evoluzione delle conoscenze in questo campo. Si propone, fra l’altro, la creazione di un sito di riferimento comune dedicato in particolare alle fake news, la realizzazione di iniziative di tipo innovativo e la ricognizione delle buone pratiche adottate in altri Paesi.
Il secondo ambito è dedicato alla sensibilizzazione dei cittadini, al fine di aumentarne la consapevolezza sui meccanismi cognitivi che sono alla base della fruizione dell’informazione e sui rischi della disinformazione. Infine, il terzo ambito di intervento è dedicato all’analisi quantitativa del fenomeno della disinformazione e allo sviluppo di strategie di comunicazione data-driven, proponendo a tal fine azioni per orientare i contenuti delle FAQ sulla base delle ricerche effettuate online dagli utenti, per quantificare l’incidenza delle fake news nel dibattito pubblico sulle maggiori piattaforme social e per valutare l’impatto della comunicazione istituzionale, al fine di orientare la progettazione delle nuove campagne di comunicazione.
Inoltre è prevista l’organizzazione di corsi di formazione a distanza rivolti ai comunicatori pubblici per favorire una maggiore conoscenza sui meccanismi che sono alla base delle fake news, fornendo analisi e strumenti utili a contrastare disinformazione e fake news e a ricostruire un pieno rapporto fiduciario tra istituzioni e cittadini, indispensabile soprattutto nelle situazioni di emergenza e crisi.
Un vaste programme, verrebbe da aggiungere, se non fossero parole già utilizzate, e per programmi molto più ambiziosi, dal Generale Charles De Gaulle.
Massimo Bolchi