Indice dei contenuti
Oggi a Intersections è stato anche il giorno di Stefan Sagmeister, celebre grafico, designer e artista visuale austriaco (e naturalizzato statunitense) che è considerato una delle figure più influenti e innovative del design contemporaneo a livello globale, e che verrà insignito domani del titolo di ‘Hall of Legend 2026’ dell’Art Director’s Club italiano in occasione della premiazioni annuale degli esempi più brillanti della creatività italiana.
Sorprendentemente, però, il suo intervento, nel consueto stile provocatorio ed esperienziale, si è concentrato su una riflessione che ha esulato dai suoi ambiti professionali abituali, ma è suonato come una sorta di ‘inno’ alle ‘magnifiche sorti e progressive’ della storia umana, basato su dati degli ultimi duecento anni e senza trascurare gli ultimi eventi, dalle guerre in atto alla rivolte delle giovani generazioni in alcuni paesi europei.
“Se tutti pensano che la propria vita andrà benissimo, ma che il resto del mondo stia andando a rotoli, siamo di fronte a un evidente errore cognitivo”, ha sottolineato Sagmeister. “Questo fenomeno prende il nome di optimism gap”.
Ma perché accade questo fenomeno, che è contraddetto dalla realtà dei fatti? In passato le informazioni venivano raccolte in almanacchi annuali, poi mensili, settimanali, quotidiani, fino ad arrivare ai media always-on e ai social media in tempo reale. Tutto bene, allora? Sì e no, perché più il ciclo delle notizie è breve, più la narrazione diventa negativa: gli scandali, le catastrofi e le rivolte avvengono all’improvviso e si adattano perfettamente ai cicli veloci, mentre i miglioramenti reali richiedono tempi lunghi e per questo rimangono esclusi dal flusso informativo quotidiano.
La ‘condanna’ dell’amigdala
“Il cervello umano possiede una scorciatoia biologica gestita dall’amigdala che dà priorità assoluta alle notizie negative”, ha aggiunto Sagmeister. “Questo meccanismo serviva nell’età della pietra: ignorare un leone significava morire, mentre ignorare una banana non aveva conseguenze fatali. Oggi questo meccanismo non è più funzionale alla nostra sicurezza quotidiana”.
Al contrario, ampliando l’orizzonte temporale a 50 o 100 anni, la quasi totalità degli indicatori globali mostra un netto miglioramento: il miglioramento non è un’opinione soggettiva, ma una contabilità basata su valori universali e sui dati di organizzazioni autorevoli (ONU, Banca Mondiale), che dimostrano un costante progresso su tutti fronti studiati, dalla speranza di vita all’istruzione.
Sagmeister ha poi concretizzato le statistiche mostrando esempi personali e familiari: i suoi trisnonni (Jacob e Johanna) persero 6 figli su 11 in tenera età, e anche i suoi bisnonni persero 5 figli, pur appartenendo all’élite istruita: solo il 15% della popolazione austriaca era in grado di leggere e scrivere, e, all’epoca, solo poco più della metà dei bambini raggiungeva l’età adulta.
Stessa cosa se si guarda ai diritti delle donne e voto femminile: sua nonna fu la prima della famiglia a poter votare (a 42 anni, quando l’Austria introdusse il suffragio femminile nel 1919), mentre oggi 184 paesi su 185 garantiscono il diritto di voto alle donne, con l’unica eccezione della Città del Vaticano.

L’impatto debilitante dell’ansia sulle giovani generazioni
Un sondaggio su 10.000 giovani (15-25 anni) ha mostrato che più della metà ritiene che l’umanità si estinguerà nel corso della propria vita. Ma l’ansia costante non spinge all’azione, paralizza invece: per ottenere un cambiamento sociale occorre una combinazione di spinta negativa (bastone) e motivazione positiva (carota).
“Nel mio progetto espositivo globale ‘Finally Something Good’ ho dato esempi concreti di questo assunto”, ha raccontato Sagmeister. “A Parigi ho presentato una mostra con due ingressi (uno per ottimisti e uno per pessimisti) in cui l’illuminazione e la decorazione degli spazi cambiava a seconda della prevalenza delle scelte dei visitatori, mentre a Seoul, in Corea del Sud, ho realizzato un’installazione che celebrava l’aumento dell’aspettativa di vita media nel Paese, passata da 24 a 84 anni nell’arco di un solo secolo”.
Per poi passare a esaminare un news magazine immaginario: “il titolo ‘135.000 persone sono uscite dalla povertà estrema oggi’ avrebbe potuto essere pubblicato ogni singolo giorno per 25 anni consecutivi”, ha sintetizzato, “ma non è mai apparso sui giornali perché non rientra nei cicli di notizie a breve termine, quelle che fanno scalpore e risvegliano l’interesse della gente”.
La conclusione? “Ciò in cui crediamo dipende interamente dall’orizzonte temporale che scegliamo di guardare. X racconta una versione istantanea e cupa della realtà; la storia e i dati mostrano l’esatto contrario. Peccato che nessuno (o quasi) li guardi”.
di Massimo Bolchi