Da una parte ‘Uno strano film’, opera girata con smartphone e concepita come diario di viaggio visivo, dall’altra la sua ricerca #triplelayerart, tecnica che fonde fotografia, intelligenza artificiale, intervento pittorico e oro. Ne nasce un percorso in cui memoria personale, immaginario contemporaneo e riflessione sul rapporto tra uomo e macchina si incontrano in uno spazio dal valore storico e spirituale.
Ricordando che il Riviera International Film Festival (RIFF) si svolge dal 5 al 10 maggio a Sestri Levante e in questi suoi primi dieci anni si è imposto come uno degli appuntamenti più interessanti dedicati al cinema indipendente, con particolare attenzione ai nuovi autori under 35, ai linguaggi contemporanei e alle contaminazioni tra arti visive, audiovisivo e innovazione, abbiamo incontrato Marco Salom per approfondire il senso della sua presenza qui.
Marco, la tua installazione è all’interno dell’ex Convento dell’Annunziata, nella Baia del Silenzio sede storica del festival. Come ti sei relazionato con questo spazio così particolare?
L’ex convento dell’Annunziata è il cuore del RIFF. È un luogo ‘mistico’ che crea un contrasto interessante tra le mie immagini filmiche e materiche e le mura secolari. Dà all’installazione un’energia unica. Colgo l’occasione per ringraziare Chiara Fiorini, la direttrice generale, per il prezioso supporto nell’organizzazione, il suo aiuto è stato fondamentale.

Sei tornato a Sestri Levante dopo l’anteprima del 2019 del tuo docufilm ‘Haiti’. Che legame c’è tra quel racconto crudo e questa nuova ricerca più visionaria?
‘Haiti’ è stata un’esperienza fondamentale, una testimonianza diretta sulle gravi difficoltà di un’isola devastata. È una storia intensa e commovente, raccontata con Martina Colombari. Un progetto interamente auto-prodotto per raccontare il profondo, importantissimo impegno della Fondazione Francesca Rava. Anche se in questa occasione il linguaggio è cambiato, passando alla videoarte e alla tecnologia, il punto di partenza resta l’indagine sull’umano. Ieri il reportage di una realtà drammatica, oggi l’esplorazione dei sentimenti nel futuro.
Entriamo nel vivo dell’installazione. ‘Uno strano film’ nasce da un diario di viaggio: come si trasforma un appunto visivo in un’opera di videoarte?
‘Uno strano film’ è la quintessenza di quello che definisco il ‘Cinema dell’istante’. È un diario di viaggio girato interamente con uno smartphone durante una vacanza estiva tra Berlino, Milano, Roma, la Svizzera, la Sardegna e la Riviera del Conero. L’idea era elevare sequenze estemporanee a linguaggio poetico. Al centro di tutto c’è l’immagine intensa e bellissima di Carolina Crescentini, che buca lo schermo. È un atto di ribellione creativa, volevo dimostrare che una visione artistica può in qualche modo trasformare un semplice telefono in un potente generatore di arte cinematografica sperimentale, senza vincoli produttivi.

Spiegaci il metodo #triplelayerart: come convivono fotografia, intelligenza artificiale e oro?
Nasce tutto da un’esigenza narrativa. Uso l’AI per espandere i miei scatti fotografici e i miei ricordi, per vedere fin dove può spingersi l’immagine. Ma non volevo che tutto restasse chiuso in un hard disk. Stampo su tela, intervengo con i pigmenti acrilici e uso l’oro come nella antica tecnica kintsugi, per riparare ed impreziosire. È un corto circuito tra l’etereo del digitale e la materia tattile del pennello.

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Nelle tue proiezioni esplori anche storie d’amore tra umani e androidi. Perché indagare questo confine?
Siamo sempre più mediati dalle macchine, è un dato di fatto. Mi rifaccio a registi come Spike Jonze o Maria Schrader perché hanno capito che la tecnologia sta cambiando il modo in cui ci relazioniamo. Non do giudizi morali, mostro una visione di come si trasforma il desiderio in questa era di grande sviluppo tecnologico. È un’indagine su ciò che ci rende umani in un mondo artificiale che sempre più cerca di simulare l’anima.

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La tua ricerca indaga i confini dell’umano e della tecnologia. Questo tema si riflette anche nel tuo nuovo progetto podcast, al debutto nei prossimi giorni, ‘DIGITALMIND.CRIME’?
DIGITALMIND.CRIME è una esplorazione nel mondo dei crime podcast, con un taglio sperimentale e cinematografico. Lo faccio insieme all’enorme esperienza di Luca Russo, uno dei più brillanti analisti forensi italiani, e al mio editor di sempre Matteo Cataldo, che ha anche partecipato alla post-produzione di Elisa True Crime, forse il miglior prodotto in circolazione. Nel podcast analizziamo argomenti e casi dove l’indagine informatica diventa fondamentale nella ricerca della giustizia.
Partecipi al RIFF come simbolo di spirito indipendente. Qual è il rischio più grande per un artista visivo oggi?
Il rischio più grande è l’omologazione. Fare videoarte con l’AI, girare un film con un telefono o lanciare un podcast fuori dagli schemi significa esporsi. Il RIFF è il posto giusto per questa sperimentazione perché non ha paura del nuovo. Sono qui per dimostrare che si può generare arte senza vincoli, prendendosi il rischio tecnologico e produttivo di seguire la propria strada.
Chi è Marco Salom
Marco Salom è regista, produttore e visual artist italiano. Nel corso della sua carriera ha firmato videoclip, docufilm e progetti creativi per alcuni dei principali protagonisti della musica e dello spettacolo italiano, collaborando con artisti come Ligabue, Elisa, Jovanotti, Tiziano Ferro, Marracash e molti altri. Accanto al lavoro audiovisivo porta avanti una ricerca artistica personale che unisce fotografia, pittura e nuove tecnologie, esposta in contesti internazionali e piattaforme dedicate all’arte contemporanea.
di monica lazzarotto