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Guerra cognitiva e manipolazione digitale, editori e istituzioni lanciano l’allarme

Non si tratta di difendere solo la democrazia, ma la stessa economia del nostro continente. La guerra non si combatte più solo con le armi, ma su un altro terreno: una continua manipolazione attraverso le fake news, gli algoritmi, i contenuti creati dall’IA

Dobbiamo fare attenzione a una cosa prima di tutto. Noi continuiamo a parlare di disinformazione come se fosse un problema laterale del dibattito pubblico, una distorsione della comunicazione. Invece è un’infrastruttura operativa dei conflitti geopolitici contemporanei. “La guerra si combatte anche alterando la percezione collettiva della realtà, destabilizzando la fiducia globale”, ha spiegato Pina Picierno, Vicepresidente del Parlamento europeo, in occasione dell’incontro ‘Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione’ promosso dall’Osservatorio TuttiMedia in collaborazione con l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, che si è svolto ieri alla sede del Parlamento europeo, in Piazza Venezia, a Roma.

“La dimensione cognitiva è parte integrante della sicurezza europea. E riguarda tanto la politica quanto i sistemi industriali e finanziari. La Disinformazione non è solo una minaccia al pluralismo democratico ma per la competitività economica dell’Europa: negli ultimi anni abbiamo visto campagne coordinate che hanno colpito mercati agricoli, catene di approvvigionamento tecnologico, sistemi energetici”. Per la vicepresidente del Parlamento europeo è indispensabile un’agenzia europea per la resilienza cognitiva, una cabina di regia permanente.

In questa resilienza ha un ruolo fondamentale l’informazione

Abbiamo appena vissuto una tornata referendaria che ha portato al voto due milioni di persone che prima non votavano, e soltanto una piccola parte ha votato sulla materia. “Gli altri hanno votato in modo emotivo su basi che sono algoritmiche o digitali” è la riflessione di Alberto Barachini, Sottosegretario all’Editoria. “Dobbiamo equilibrare questa nuova dieta mediatica con la sovranità di un’editoria tradizionale”. Si tratta quindi di lavorare sul contenuto giornalistico, quello autorevole e di qualità. “È costoso, è raro. Abbiamo bisogno che quel contenuto di interesse pubblico sia visibile. Serve un’alleanza: chi distribuisce l’informazione è editore al pari di chi produce quel contenuto”.

La chiave è il rapporto tra l’editoria e le OTT

Il fatturato dell’editoria classica infatti è caduto del 40-50%, visto che gli investimenti si sono spostati su questi nuovi soggetti, e l’informazione ha subito il contraccolpo. “La buona informazione necessita di un buono stato economico” riflette Andrea Riffeser Monti, Presidente Fieg. “Da editori, per ripulire il mercato, la soluzione è non far parlare più chi è in anonimato. Perdete ogni volta 4 minuti di tempo per capire se le notizie sono vere o false. Invece bisogna distinguere l’informazione dall’intrattenimento. Se vuoi scrivere sulla rete devi mettere il tuo nome e cognome. Altrimenti qualcuno può distruggere la reputazione di qualcuno senza che questo sappia a chi rivolgersi, senza che ci sia un direttore responsabile”.

Gli editori non sono più in grado di competere con le OTT

Perché queste non pagano i contenuti, la carta stampata gli impianti di trasmissione televisiva. “In pochi anni il mercato italiano è passato da 2 a 7 milioni di entrata pubblicitaria delle OTT. Perché è stato possibile?” si chiede Antonio Marano, Presidente di Confindustria Radio TV. “Perché gli editori hanno investito in persone e attività economiche per costruire un mercato televisivo pubblicitario facendo crescere aziende che sono potute entrare sul mercato nazionale e raccogliere tutto quello che era possibile sulle spalle degli altri. Il sistema editoriale deve essere tutelato per quanto riguarda gli investimenti: bisogna fare in modo che quello che viene prelevato dal tessuto economico sociale del Paese rimanga nel Paese per mantenere in vita gli editori nei prossimi anni”.

Google non si sente chiamata in causa dalla questione

Non si sente coinvolta in molte delle accuse fatte alle OTT. Non ricusa la regolazione europea sulla valorizzazione economica dei contenuti. Sta facendo accordi con gli editori e contribuisce a implementare il codice europeo contro la disinformazione. È quello che ha raccontato Diego Ciulli di Google. “Noi non siamo un social network” ha spiegato. “Il nostro modello di business non è la polarizzazione. Gli utenti vengono su Google per cercare una risposta alle domande: se non trovano risposte attendibili cambiano motore di ricerca. La nostra forza è l’autorevolezza: nelle ricerche le prime risposte sono i siti più autorevoli. Anche su YouTube, che è più simile a un social network, la struttura non è pensata per implementare la polarizzazione”.

La Google che non conosciamo

È quella che è impegnata a disinnescare ogni giorno gli attacchi informatici, a proteggere i dati di privati e aziende. “Oggi un attacco di phishing e un attacco per rubare dati a un’azienda sono fatti dagli stessi soggetti sostenuti da stati sovrani” spiega Ciulli. “Oggi Google monitora 270 gruppi affiliati ai governi. Abbiamo bloccato 1256 canali di disinformazione russa, in russo, solo su YouTube. Abbiamo bloccato una quarantina di canali su Google News in italiano creati dalle stesse centrali operative”. Oggi Google ha la tecnologia per creare degli strumenti in grado di individuare i contenuti realizzati con l’AI, grazie a “delle filigrane digitali”. Su YouTube c’era un obbligo di dichiarare se un contenuto era realizzato con AI. Oggi c’è la capacità di YouTube stessa di riconoscere se i contenuti sono realizzati con questa tecnologia. È una sorta di timbro digitale. Una garanzia.

di Maurizio Ermisino