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Tutti parlano di digitale, per fortuna a qualcuno è venuta voglia di spiegarlo. Digital Gonzo oggi vi racconta la sua esperienza alla Singularity University . ‘How Will You Improve The Lives Of A Billion People?’ Se non vi interessa la risposta, non leggete oltre. Altrimenti, non potrete che restarne affascinati. E questo futuro è già qui

Il nome ‘University’ potrebbe trarre in inganno, fa pensare a un’istituzione classica, polverosa e antica.
 Non ci potrebbe essere pregiudizio più sbagliato.

La Singularity University non è nulla di convenzionale, non è nemmeno un luogo fisico, è un’esperienza. Unica.

Si arriva dopo mezzora di viaggio dall’aeroporto di San Francisco e si viene catapultati in un altro mondo.
 Un grosso cartello dà il benvenuto all’ingresso, dove campeggia trionfale un logo. E’ il logo della Nasa. 
Il campus si estende per qualche chilometro quadrato. Un’area dove trovi anche oggetti e costruzioni tipo hangar 1, acquistato da Google per parcheggiare comodamente i propri aerei privati; bombardieri della seconda guerra mondiale; prototipi di velivoli; palazzi dove sono al lavoro alcune delle più interessanti start up della Silicon Valley.

Ma andiamo al sodo. Le giornate qui si svolgono quasi sempre all’interno della palazzina che ospita la Singularity Classroom.
 Una sala circondata da schermi Lcd da 80 pollici, webcam live e droni, dove campeggia la domanda che ci assillerà per questi otto giorni di esperienza e che, sicuramente, ci tormenterà una volta tornati in patria:

‘HOW WILL YOU IMPROVE THE LIVES OF A BILLION PEOPLE?’

La Singularity University è tutta qui. 80 persone provenienti da tutto il mondo, che cercano di dare risposta a questa domanda.
 Non si cerca un modo rapido di fare soldi, né la prossima exit miliardaria, qui le persone vogliono cambiare il mondo.
 Cambiare il mondo sembra il mantra con il quale tutti si svegliano la mattina. E’ il credo che spinge le persone ad alzarsi dal letto e a rimettere in funzione il cervello.
 Un intento alto, altissimo, che ci dà le vertigini e fa sentire quanto siamo piccoli nelle nostre vicende quotidiane.

Uno dopo l’altro gli speaker salgono sul palco e ci spingono alla scoperta di quello che potrebbe – o che con ragionevole certezza sarà – il mondo fra cinque anni.
 Non danno soluzioni, ma stimoli. Piccoli elettroshock che rimettono in funzione i neuroni.
 Genetica, produzione 3D, robotica, intelligenza artificiale e big data non sono altro che strumenti pratici per arrivare alla fatidica risposta.
 Ognuno è libero di scegliere lo strumento che più lo affascina, per farlo proprio.

Rispondere alla domanda non è certo facile, per questo l’esperienza non finirà qui. 
Una volta tornati, diventeremo Singularity Alumni con il compito di raccontare l’esperienza perché sempre più persone provino a rispondere alla nostra stessa domanda.
 Non esiste infatti computer più potente al mondo della rete dei cervelli umani uniti per trovare risposte, soluzioni. 
Non tanto a un problema ma a una missione, quella di migliorare la vita di 1 miliardo di persone.

Di solito siamo abituati a pensare in maniera verticale: esiste il digitale, la robotica, l’intelligenza artificiale, la genetica e tutte le altre discipline, vecchie o nuove che siano. Alla Singularity University ci hanno dato una visione diversa.

Questi aspetti della nostra vita futura stanno convergendo sempre di più verso un unico punto.

La genetica sarà applicata all’industria dei prodotti, alla creazione di computer sempre più potenti, all’advertising. L’intelligenza artificiale permetterà di superare le barriere di oggi nell’elaborazione di dati complessi. La robotica non ci servirà solo a svolgere compiti faticosi, ma entrerà nel nostro corpo per sanare le cellule malate.
 Ognuna di queste discipline cambierà il mondo e sarà interconnessa con le altre.

E’ faticoso abituarsi a una visione così alta. E lo è anche riuscire a immaginare i passaggi che ci condurranno così oltre.
 Ma non possiamo più pensare in maniera lineare: dobbiamo farlo in modo esponenziale. Occorre puntare all’obiettivo più alto, altrimenti non ne vale la pena. Ora la domanda è: ‘Siamo pronti a volare così in alto?’

Nella Singularity University il programma dei corsi cambia ogni volta che c’è una classe nuova, circa ogni tre mesi, per stare al passo coi tempi e proporre contenuti aggiornati.
 Ciò dimostra quanto sia esponenziale il cambiamento che stiamo vivendo per la prima volta e quanto velocemente ci sia richiesto di adattarci.
 Se è vero che ognuno di noi (nella vita e nel lavoro) deve fare i conti con la quotidianità e le proprie esigenze, non possiamo prescindere dall’avere qualcosa di più alto cui puntare, un sogno, una visione.

Per poter cambiare la vita di 1 miliardo di persone, e quindi anche la nostra, dobbiamo puntare alla luna.

Non so ancora se sono pronto a puntare così in alto, ma credo che ci siano tante persone preparate a spiccare il balzo.
 Per loro, ma anche per i semplici curiosi, provo a riassumere tramite i miei appunti e senza alcuna pretesa di esaustività quello che ho visto e gli stimoli che ho ricevuto, perché diventino stimoli per tutti.

In questo modo, mi auguro, la rete delle persone funzionerà come il più potente dei supercomputer e le nostre comuni energie saranno portate a fattor comune, perché possiamo svegliarci con il desiderio di cambiare il mondo.

MEDICINA & SALUTE & GENETICA

Entro in aula senza alcuna aspettativa e la slide proiettata presenta i Respirociti – microscopiche cellule artificiali in grado di prendere il posto dei globuli rossi nel portare il sangue al cervello. Utili per respirare sott’acqua, ma anche per aumentare la sopravvivenza in caso d’infarto. Chi non ne vorrebbe qualche migliaio in circolo? Bene, ci sono scienziati da tutto il mondo che ci stanno lavorando. Non manca molto.
Anche le banali pillole medicinali non sono immuni ai progressi tecnologici: possono essere ingerite per tenere sotto controllo i valori del nostro corpo e ricordarci, ad esempio, di assumere una medicina a una determinata ora.

Tutto cambia. I polmoni possono essere replicati su un chip per testare i nuovi farmaci in pochissimo tempo, rispetto ai trail clinici.

Esistono tatuaggi in grado di controllare oggetti e device che trasformano i nostri smartphone in scanner termici.

I nanomateriali sono realtà e i più curiosi possono divertirsi per ore con il più grande database online. 
Il nano-argento, ad esempio, rende antibatteriche tutte le superfici su cui viene applicato; altri nano-materiali sono invece idrorepellenti e replicano funzionalità che imitano la natura.


La medicina dovrà cambiare approccio dopo oltre cento anni di pratica senza alcuna variazione.

Questa scienza, da sempre episodica e reattiva, diventerà continua e proattiva grazie all’utilizzo dei dati che si possono raccogliere ogni giorno con poco sforzo. Ciò darà non solo una nuova visione ai consumatori ma anche ai medici, che potranno condividere conoscenze e dati per rendere la medicina sempre più partecipativa.

La rivoluzione è più vicina di quanto pensiamo. Oggi ci sono già diversi portali che permettono a chiunque di attingere a una rete partecipata di medici: DoctorOnDemande-PatientsCrowdMed.

E se per ora la rete è fatta da più cervelli umani che collaborano, in un futuro prossimo si aggiungeranno le potenzialità di calcolo dell’Intelligenza Artificiale applicata alla medicina.
 Grazie a quest’ultima, si potranno processare un numero potenzialmente infinito di informazioni e attuare calcoli predittivi con una precisione prima impossibile. Stiamo già raccogliendo alcuni di questi dati grazie a dispositivi indossabili che sono sempre più comuni e numerosi. Esiste già un portale che li raccoglie tutti: BioniqHealth.

Altri dati saranno raccolti grazie alle singole persone affette da una patologia, che decideranno di renderli pubblici, anonimamente, a beneficio della comunità. Cosa che accade già per gli asmatici (PropellerHealth).

Gli elaboratori avranno a disposizione un numero inimmaginabile di dati da analizzare per individuare pattern raccolti anche da device collegati ai cellulari come questi SmartphonePhysical.

I device, sempre più piccoli e precisi, ci forniranno anche dati salvavita, come vitalconnect, che permette di monitorare a distanza i parametri dei pazienti.

E ancora IBGSTAR per misurare la glicemia; ALIVE CORE per misurare il battito cardiaco; CELL SCOPE un device che si collega a un comune smartphone per l’analisi dell’orecchio; EYE NETRA un test da eseguire sullo smartphone per riconoscere i difetti della vista e prescrivere lenti correttive senza recarsi nello studio di un oculista; SCANADU  ha creato due prodotti scout per la misurazione in soli 8 secondi di 7 parametri vitali certificati dalla Fda (entro fine anno) e Scanaflo per un test delle urine scattando semplicemente una foto con lo smartphone; IDOC24 che permette di ricevere un consulto da un dermatologo in brevissimo tempo.

Sta per finire anche il periodo delle lunghe attese negli studi del medico prima che arrivi il proprio turno grazie a ZOCDOC con cui si prenota una visita direttamente dal proprio telefono, scegliendo lo specialista desiderato.

NUOVE ‘GENIALI’ POSSIBILITÀ

Abbiamo iniziato a studiare i nostri geni da meno di 20 anni, ma il progresso in questo campo sta subendo accelerazioni più veloci anche della legge di Moore. Oggi, analizzare la sequenza completa del genoma di una persona costa meno di 1.000 $ e costerà soltanto 1 $ fra meno di 20 anni, richiedendo un tempo di analisi di pochi minuti.
 Aziende come 23andme offrono ai consumatori servizi di analisi del dna.
 Sequenziare il nostro patrimonio genetico è relativamente semplice. La parte più complessa è invece l’analisi dei dati, settore in cui molte aziende si stanno specializzando, ponendosi anche come alternativa alla conservazione dei dati personali, quali vere e proprie banche (PersonalisFoundationMedicineInvitaeStationXGenomicHealth).

Il giorno in cui queste analisi saranno fatte con la stessa facilità di un esame del sangue, le persone si porranno la domanda etica sull’affidamento di questi dati. Alle banche? Ai governi? Oppure a enti nati per la conservazione di informazioni assolutamente personali? Si aprirà così un altro importantissimo dibattito sulla privacy.
 I dati ottenuti non saranno infatti solo utili per la prevenzione di malattie e l’interpretazione delle caratteristiche fisiche, ma soprattutto per scopi puramente commerciali.

Le case produttrici di prodotti di bellezza stanno già commercializzando prodotti differenziati in base ai geni dei consumatori (DermaGeneticsGeneonyx) e le grosse multinazionali stanno aprendo centri di ricerca per sfruttare questo nuovo patrimonio di informazioni sui consumatori.
 Se da una parte è facile immaginare un futuro in cui i prodotti saranno differenti per ognuno, perché diverso è il patrimonio genetico, risulta difficile immaginare come l’advertising possa sfruttare questi dati.

Tuttavia, le grandi corporation si stanno muovendo proprio in questa direzione. Pensate a un adv contestuale basato non sui cookies, ma sulle informazioni genetiche che come privati abbiamo deciso di condividere. Oppure immaginate di creare siti d’incontri che profilano le persone sulla base della compatibilità genetica.

Le applicazioni sembrano illimitate e allora diventa anche comprensibile il mantra che viene più volte ripetuto, dovete amare il vostro dna, ma proteggerlo e conservarlo!

FORSE NON POSSIAMO PREVEDERE IL FUTURO, MA POSSIAMO INTUIRLO

Non è logicamente possibile prevedere il futuro. E’ possibile definire un cono d’incertezza o di probabile certezza. Per essere efficace, questo cono non deve essere né troppo ampio, né troppo stretto.

È utile definire un metodo – Saffo – non tanto per avere una visione futura certa, ma per giungere a una previsione affidabile con un elevato grado di certezza.

Si comincia identificando i propri pregiudizi, come una base di cui tenere conto nell’elaborazione di una teoria predittiva. Bisogna poi rimanere in costante ascolto per cogliere eventuali cambiamenti durante l’osservazione. Si devono infine identificare le forze in grado di determinare o modificare il fenomeno che si sta osservando. Le forze possono essere costanti (si notano solo quando variano) oppure cicliche o addirittura novità (troppo piccole per essere notate o enormi al punto da modificare ogni previsione).

Solitamente non basta una sola forza per indurre un cambiamento e bisogna sempre considerare gli imprevisti, in grado di stravolgere ogni piano, hanno bassa probabilità e impatto significativo.

In sintesi, pur non essendo possibile prevedere il futuro, si possono definire vari scenari sulla base del cono di incertezza e prepararsi ad affrontare la gamma di previsioni.
Consideriamo ad esempio la previsione sul numero di persone che abiterà il nostro pianeta fra due decenni. La più generosa prevede si arrivi a 10 miliardi, la più scarsa scende a 5 miliardi. Su queste previsioni si possono basare differenti strategie e soluzioni.

L’importante è sperimentare. Il più delle volte il costo della sperimentazione è di gran lunga inferiore al costo del fallimento ottenuto per non aver tentato.

NUOVE TECNOLOGIE E CAMBIAMENTI

Per attuare un cambiamento esponenziale ci vogliono gli ‘early adopter’, altrimenti detti ‘stupid people with too much money’.

Saranno anche stupidi ma senza tante persone che oggi si divertono a girare con un occhio rivolto verso l’alto, allo schermo dei Google Glasses, non ci sarebbe innovazione.

Gli early adopter e il modello ‘free’ che Internet ha imposto sono il motore dell’innovazione.

Internet si basa su un modello provato di innovazione. Un’infrastruttura ‘stupida’ ma open, che permette e favorisce il cambiamento. Pensiamo alla rete fisica di Internet: non è nulla di sconvolgente. È una ramificata e diffusa rete di cavi che permette di scambiare dati. Tutto qui. Su questa rete, però, le persone sono state in grado di costruire innovazione, modelli di business che non c’erano e nuovi prodotti.

Questa semplicità ha permesso di sperimentare, e di sbagliare, fino a trovare la soluzione funzionante in grado di innescare un cambiamento.

La semplicità e la ‘gratuità’ spingono a sperimentare senza il bisogno di trovare una giustificazione all’innovazione.

La rete si ramifica sempre di più, viaggia sempre più veloce, dà accesso a un numero crescente di persone, rendendo esponenziali le possibilità di portare innovazione. Anche gli spazi più angusti saranno connessi grazie alle Picocelle  mentre gli spazi più grandi e difficilmente raggiungibili saranno connessi grazie a nuove tecnologie come la trasmissione Free-Space o il progetto di Google di portare internet a tutti grazie a una rete di palloni aerostatici (Google Loon).

Il medesimo principio descritto prima – infrastruttura ‘stupida’ per applicazioni intelligenti – si può applicare anche alle nostre reti stradali.
 Le Google Cars non sono altro che la rappresentazione fisica di quanto descritto sinora riguardo lo sviluppo delle applicazioni online (Google Car test ).
 
Google non è l’unica company che si sta cimentando in questa sfida. Quasi ogni produttore del pianeta sta cercando nuove soluzioni di mobilità sia privata che pubblica (Induct – Nissan – Mercedes).

Si stima che entro il 2020 non saranno più gli esseri umani a guidare le auto, risolvendo tra l’altro il dramma delle morti sulla strada, ancora oggi una delle prime cause di decesso tra gli esseri umani. Si stima che durante l’ultimo blackout del servizio Blackberry, ci sia stato un calo del 30% degli incidenti stradali.

Sta avvenendo un cambiamento esponenziale nell’industria dell’automobile, di cui è bene che si prenda coscienza quanto prima. Ancora oggi, l’acquisto di un’auto segue la risposta che deriva dalla domanda ‘ di che macchina ho bisogno per la mia vita?’. Questa domanda non ha unica risposta, le persone cercano un’auto versatile, che copra ogni esigenza di mobilità, e scelgono auto grandi e costose, salvo poi utilizzarle per brevi tragitti.
 L’avvento delle auto robot potrebbe cambiare radicalmente questo paradigma. E i produttori potrebbero dare tante risposte diverse alla domanda ‘Che auto mi serve oggi?’.

Ci sarà un’auto per fare la spesa, una per le vacanze, una per la neve e così via. Un’auto per ogni utilizzo.
I produttori di auto non dovranno solo fare i conti con la rivoluzione esponenziale dei trasporti, ma anche con altri business: le auto robot non parcheggiano per esempio, oppure potrebbero farsi carico delle consegne di merce porta a porta.

Sembra tutto facile ma, prima di abbracciare completamente questa rivoluzione, bisognerà considerare alcune barriere.
 Le prime riguardano la privacy e la sicurezza. Le forze dell’ordine potrebbero fermare e/o ‘dirottare’ la mia auto a loro piacimento? E che cosa succederebbe in caso di bug del sistema?

Ci sono anche barriere più personali, come la paura di affidarsi completamente a una ‘macchina’, la necessità di stabilire norme chiare e, essendo in Usa, la paura che i terroristi possano, molto ipoteticamente, prendere il controllo dell’intera flotta delle auto di Google.
In tutto questo, forse i nostri figli non dovranno mai imparare a guidare (Robotic Cars vision).

LA RETE E I DEVICE

Se la rete consente velocità e accessibilità, i device dalle dimensioni sempre più ridotte possono essere applicati agli ambiti più svariati.

Intel ha da poco lanciato un nuovo computer, è grande come una comune scheda SD (Intel Edison).

Se i device che una volta occupavano intere stanze oggi hanno dimensioni così piccole, non ci si può meravigliare che siano inseriti e connessi ai più differenti oggetti. E se noi ‘stupid people’siamo abituati ai bracciali che tengono traccia dei nostri movimenti, sicuramente ci stupiscono le tutine dei bambini con un PC che monitora le condizioni del neonato, fornendoci dati aggiornati in tempo reale ( Intel Onesie).

E ci stupiscono anche gli accelerometri che, fatti indossare alle mucche gravide, permettono di tenere sotto controllo la salute del bestiame e ottenere latte migliore (Cow Accelerometer).

PRIVACY IN RETE

Le persone avranno sempre cara la ‘privacy’ almeno per due ragioni psicologiche: la prima è che quando gli uomini ‘sentono’ la privacy, diventano immediatamente più liberi di esprimersi. La seconda è che la privacy e di conseguenza la libertà di agire sono i due aspetti della vita umana che vengono tolti quando si vuole torturare qualcuno.

Oggi la privacy è un concetto decisamente più diluito. Ogni volta che carichiamo un documento nella cloud abdichiamo per la natura del mezzo che utilizziamo a un po’ della nostra privacy. Non esiste nulla di quanto utilizziamo oggi che sia totalmente immune al rischio di furto dei dati.

L’americana Nsa ha a disposizione un budget pressoché illimitato e questo le ha permesso di spiarci senza grossi problemi, utilizzando le tecnologie più avanzate. Potrebbe addirittura mappare le celle telefoniche e capire, dai nostri pattern di spostamento nel mondo, con chi viaggiamo e identificare se siamo in compagnia di un potenziale terrorista.
Ci proteggiamo dietro password complesse, ma queste non fanno altro che rallentare i tentativi d’intrusione. Quando saranno disponibili i quantum computer dovremo ripensare all’infrastruttura di sicurezza, perché i sistemi attuali sarebbero penetrabili in pochi secondi.

Dobbiamo essere noi a diventare consapevoli di quanto condividiamo in rete e sui vari social network, dato che hanno memoria lunga e ironicamente, ma forse nemmeno troppo, sono la prima fonte di informazione pubblica su di noi (The NSA thanks Facebook).

La domanda più inquietante non è, però, cosa accade ai nostri dati oggi, ma come potrebbero essere utilizzati in futuro. Un futuro nel quale le leggi potrebbero cambiare e noi potremmo diventare perseguibili, o anche solo ripresi, per fatti avvenuti in un passato nel quale erano perfettamente legittimi. Un futuro nel quale agenzie come la Nsa avranno a disposizione miliardi di dati che potranno far interpretare a intelligenze artificiali sempre più sofisticate e in grado di comprendere il linguaggio parlato.

ORGANIZZAZIONI ESPONENZIALI

Le regole per creare un’organizzazione in grado di attuare un cambiamento esponenziale sono poche, semplici e fanno leva su un bisogno innato in noi umani, la competizione.

La prima regola stabilisce di individuare un obiettivo grande, grandissimo e affascinante. Bisogna mirare alla luna (Moonshot Thinking).

Una volta identificata la vision, occorre cercare di raggiungerla. Come? Con team ristretti e isolati, una persona in carico con pieni poteri, grande flessibilità organizzativa e continua sperimentazione.

Non si deve smettere mai di pensare in grande anche nell’ideazione di premi per il raggiungimento di obiettivi altissimi, come avvenuto per X-Prize.

Come trovare la visione? Basta rispondere a due semplici domande:
 ‘Che cosa amavi fare da piccolo?
 ‘Che cosa faresti se domani ti svegliassi con un miliardo di dollari in banca?’

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE SI EVOLVE ESPONENZIALMENTE

Se ai tempi di DeepBlue, il famoso supercomputer dell’Ibm che batté Kasparov a scacchi , tutto si basava sulla forza bruta, ovvero la capacità di elaborare enormi moli di dati più velocemente del cervello umano, ora il paradigma si è spostato.

Abbiamo imparato a insegnare ai computer ad apprendere e ad aumentare le loro conoscenze. Come?

Abbiamo applicato alle macchine lo stesso principio che permette al cervello umano di funzionare, il riconoscimento di un pattern e la sua applicazione e interpretazione in situazioni simili. Certo, siamo ancora lontani dalla varietà dei pattern (quasi 300 milioni) che il cervello umano è in grado di elaborare. I computer si specializzano nel riconoscimento di pattern specifici, ma l’evoluzione di questo scenario è ben definita.

Google ha insegnato ai suoi computer a riconoscere i numeri civici presenti nelle panoramiche scattate tramite Street View con una precisione del 98% (How Google Mapped France street numbers).

Al computer non sono state insegnate tutte le possibili e infinite varianti delle rappresentazioni fotografiche di un numero. Al computer è stato insegnato un pattern di riconoscimento che poi ha applicato esponenzialmente a tutte le casistiche con cui si è trovato a confronto.

Ai computer, insomma, si sta insegnando a ragionare e a decodificare il mondo con lo stesso principio secondo il quale funziona il nostro cervello. Noi umani, si stima, abbiamo la capacità di riconoscere circa 300 milioni di pattern e li applichiamo ogni giorno, ogni secondo, per dare senso al mondo che ci corconda.

Le macchine potranno ragionare con le stesse logiche umane? Difficile immaginarlo, sicuramente potranno applicare all’oggi lo stesso schema di ragionamento e decodifica, lo fa già il computer Watson di IBM che batte senza alcun problema i due campioni mondiali di Jeopardy, un quiz basato sulle associazioni creative (Watson Jeopardy).

L’interrogativo che si pone è se mai potranno le macchine avere la ‘sensibilità’ umana, ovvero la capacità di prendere in considerazione, prima di compiere un’azione, il passato, il presente, il futuro, ma soprattutto il contesto specifico in cui si svolge l’azione. Quando ci riusciranno, potremmo non essere più in grado di distinguere l’uomo dalle macchine.

Le applicazioni di deep learning (DeepLearning – Rstudio) e il passaggio da un modello basato sui big data a uno basato sull’apprendimento, ovvero di questa nuova tecnica di programmazione sono infinite: dalla medicina alla finanza, fino a giungere al mondo degli algoritmi di retargeting dell’advertising e ai tassi di churn dei consumatori.

Ci sono già aziende che fanno della soluzione di problemi complessi il loro core business, come Kaggle e altre che hanno deciso di rendere pubblici tutti i dati delle analisi in modo che le persone, la rete di cervelli mondiali, possa trovare una modalità di decodifica e interpretazione più efficace e rapida (Give Data to the People).

I computer e l’intelligenza artificiale sono sempre più simili al nostro cervello, con una differenza fondamentale, i 300 milioni di pattern che ognuno di noi ha sviluppato non si possono espandere, mentre i computer possono avere espansione illimitata.

Questi pattern sono quelli che ci qualificano e ci differenziano come esseri umani. Sono la spiegazione fisica del perché alcuni sono portati a svolgere un determinato compito, mentre altri sono portati a eccellere in altro.

Il nostro cervello ha limiti fisici, non siamo in grado, ad esempio, di riconoscere le cellule cancerogene da quelle sane.

La sfida più grande dell’intelligenza artificiale è proprio questa: riuscire ad ampliare le capacità del nostro cervello. Come? Impiantando moduli artificiali nel cervello, per il riconoscimento di pattern che non siamo abituati ad affrontare e rendendoli disponibili nel cloud perché possiamo scaricarli all’occorrenza. Quando? Entro il 2050.

CONCLUSIONI: E L’UOMO CHE RUOLO AVRÀ?

L’interrogativo che risuona nella mia mente è quale ruolo avrà l’uomo in tutto questo. In un futuro prossimo o lontano, in cui le macchine sapranno risolvere i grandi problemi del mondo, noi cosa faremo?

Forse, dice qualcuno, torneremo a dedicarci ad attività classiche come l’arte e la poesia. Scelgo di crederci, perché l’alternativa è che si scateni un fenomeno depressivo che può portare a gravi disastri e a stravolgimenti che – credo – oggi non siamo pronti ad affrontare.

Digital Gonzo: digital explained   è l’idea con cui Matteo Sarzana ed Eros Verderio, rispettivamente general manager e senior digital art di VML, spiegano il digitale grazie a esempi tratti dalla loro comune esperienza, che sperano diventino ispirazioni utili per la vita di tutti.

 

 

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