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Purgatori, sceneggiatore: negli anni Cinquanta e Sessanta, e Settanta, le imprese investivano sull’autorialità, oggi il rapporto cinema aziende non è buono, lo hanno rovinato le società di pubblicità. Si cercano cineasti per fare operazioni che sono molto più pubblicitarie. Campagne bellissime dal punto di vista estetico ma la sostanza che c’è dentro è abbastanza ridicola

In occasione dell’incontro media e cinema d’impresa promosso da Fondazione AEM e da Fondazione Corriere della Sera youmark intervista Andrea Purgatori, giornalista, sceneggiatore, saggista e attore.

L’Italia è ricca di bellissime storie di aziende da raccontare, ma hanno bisogno dell’autorialità. A che punto è il rapporto tra media-cinema e impresa?

 Il rapporto tra cinema e impresa purtroppo non è affatto buono. Nel senso che, a differenza di quello che succedeva negli anni Cinquanta e Sessanta, e direi anche Settanta, quando le imprese investivano proprio sull’autorialità, cercando cineasti che poi sono diventati anche cineasti di fama internazionale, Bertolucci, Pontecorvo, Antonioni, Olmi, adesso si cercano dei cineasti per fare delle operazioni che sono molto più pubblicitarie, con dei costi molto alti, ma dal punto di vista del racconto poi, che invece noi abbiamo ereditato, di quegli anni, dell’impresa, di che cosa significava l’industria in Italia, e cosa è stata la memoria anche del lavoro, ecco, tutto questo non c’è più. Ed è un peccato.

Nell’era dello storytelling e del brand entertainment come riuscire a creare un sodalizio win win pro cinema pubblico e aziende?

Per creare un nuovo rapporto tra impresa e cinema, dove per cinema io intendo anche il documentario, non faccio distinzioni di questo genere, serve innanzitutto una testa illuminata, che si renda conto che deve mettersi nelle mani di un autore e lasciargli fare quello che lui ritiene sia giusto rispetto a un tema che gli viene proposto. Invece, adesso, la sensazione che io ho è che le imprese, quando si affidano ai cineasti, cerchino di rispettare delle regole che sono molto più commerciali che non autoriali. E quindi sì, è vero, poi abbiamo dei racconti, delle pubblicità, bellissime dal punto di vista estetico ma poi la sostanza che c’è dentro è abbastanza ridicola. Nel senso che vediamo alcune campagne promozionali fatte dai grandi registi che poi, in realtà, che ci lasciano? Nulla.

Come evitare il rischio dell’omologazione dei format o dei contenuti eccessivamente promozionali, che non sortiscono efficacia per nessuno? Bisogna agire in senso “culturale”, servono nuove organizzazioni dell’industry o semplicemente basterebbe iniziare a fare davvero sistema?

 Le società di pubblicità sono l’intermediazione che ha rovinato questo rapporto. Una volta, quando venivano commissionati dei film o dei documentari, era il padre-padrone dell’impresa che aveva quest’idea e che incontrava l’autore, si affidava a quell’autore, perché magari aveva visto un altro lavoro, un film, un documentario o quant’altro, e comunque il rapporto era un rapporto non mediato. Oggi invece passa tutto attraverso le agenzie: le agenzie impongono il loro schema, i cachet sono altissimi, alcuni secondo me anche sproporzionati (parlo di cachet milionari), e però poi alla fine, diciamo, non c’è nessun rapporto tra chi realizza l’opera, se la vogliamo chiamare opera (ho dei dubbi in alcuni casi, anzi, in molti casi) e poi l’impresa stessa sarà contenta di avere un bellissimo ritratto di ciò che produce, ma poi tutto quello che c’è dietro non c’è e spesso non c’è neanche la storia.