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Cdp, l’importanza di avere un posizionamento. Indiana: meglio ‘direzione’, nel produrre e creare contenuti di intrattenimento e/o di advertising che si possano fruire in tutti quei ‘posti’ in cui la gente vede e vuol vedere ‘cose’. Al mercato: lavoriamo insieme. Coraggio e basta lamento. Il made in Italy vince. Urgono gli Stati Generali

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Ne parliamo con Karim Bartoletti, Partner/Executive Producer, and MD of Advertising INDIANA PRODUCTION (aka INDIANA).

L’importanza di avere un posizionamento. In sintesi, quello Indiana?  

“ Mi piace di più parlare di ‘direzione’, perché dà l’dea di movimento. In un mercato in totale movimento e in un flusso continuo di cambiamenti, a volte rivoluzionari, sapere che ci si sta muovendo è meglio che sentirsi fermi. Credo che la ‘direzione’ di INDIANA PRODUCTION (aka INDIANA) si stia delineando abbastanza bene, soprattutto nell’ultimo anno. Siamo una società che produce e crea contenuti di intrattenimento e/o di advertising che si possono fruire in tutti quei ‘posti’ in cui la gente vede e vuol vedere ‘cose’, dalla televisione allo schermo del cinema, dal device che ci portiamo dietro allo schermo verticale che incontriamo passeggiando per le nostre città.

Siamo certamente una particolarità perché siamo l’unica Cdp che riesce a creare e produrre nell’arco di un anno non solo centinaia di contenuti di advertising e di brand content ma anche 5 film cinematografici, due serie TV, documentari e decine di progetti legati alla musica e lo facciamo attraverso il talento, quello nostro e quello che portiamo con noi sui progetti. Dietro ogni lavoro c’è la continua ricerca e sviluppo – di registi, talenti, collaboratori, modalità produttive, innovazione tecnologica, pensieri creativi per risolvere problemi di tempi e soldi. Tentiamo di combattere il continuo lamento tipico del nostro paese attraverso progetti di qualità usando al meglio budget e tempestiche.

E poi, siamo forse gli unici che pensano ai confini Italiani non come a una restrizione, ma come una descrizione di chi siamo e cosa facciamo e come risolviamo i problemi. Per noi il modo di pensare e di lavorare italiano, che a volte era considerato fuori dai parametri di altri paesi per la sua mancanza di ‘struttura’ e di regolamentazione, oggi è alquanto rilevante per un mercato globale, in crisi di idee e di denaro, in cui tutte le parti stanno cambiando, tutti i problemi si stanno parificando, tutti i pensieri locali si stanno universalizzando”.

Dovendo scegliere qual-quali i progetti realizzati nel 2019 che più vi rappresentano e perché?

“Credo che se dovessi mettere su un piedistallo dei progetti fatti nel 2019 in prima battuta metterei le campagne per Jeep (Agenzie: Highdive e DDB Chicago e Doner Detroit) e AUDI (Agenzia: BBH e PUK) per la loro forza creativa, per la loro notiziabilità, per la loro provenienza internazionale, per la loro qualità  produttiva globale, per la nostra capacità di poter gestire progetti internazionali complessi mutli-formato a volte, con più agenzie contemporaneamente.

Dopodiché, sceglierei come altrettanto rappresentativi di chi siamo i 3 progetti di Natale che abbiamo fatto per Conad, Panettone Motta e Lamborghini. Questi progetti, oltre che Jeep e Audi menzionati prima, sono espressione dell’Indiana che ci piace essere: progetti diversi, ognuno dei quali ha un livello qualitativo forte, un livello di emotività e di entertainment emotivo ‘giusto’ per il contenuto stesso, ‘giusto’ per il talento dei registi scelti, ‘giusto’ nella loro esecuzione, ‘giusto’ per le aspettative con le quali ci arrivano i progetti fra le mani, ‘giusto’ per la fruizione e la divulgazione del contenuto e, alla fine, ‘giusto’ per il pubblico e il successo che il contenuto stesso richiede”.

Che sfide qualitative vi siete posti per il 2020 e cosa vi sentite di suggerire ai clienti (agenzie e-o brand) al fine di rendere più efficiente ed efficace il rapporto di collaborazione?

“La sfida principale che ci siamo posti è continuare a fare progetti in cui aiutiamo i nostri clienti e le nostre agenzie a fare prodotti di brand content e di entertainment pertinenti e corretti e qualitativamente interessanti nei tempi che ci vengono dati e al miglior costo possibile rispetto alle aspettative.

Questa sfida non è chimera. E’ fattibile se le parti si parlano e discutono e capiscono ‘come’ lavorare meglio insieme per migliorare la qualità finale.

Credo (non a caso ho chiesto fossero accorpate in una le due domande) ci sia un collegamento forte fra la domanda sulle nostre ‘sfide’ e quella sui ‘suggerimenti’ che ci piacerebbe dare ai committenti.

Oggi più che mai, dovremmo provare a diminuire ‘la distanza’ che c’è ancora fra l’aspettativa di un progetto e la realtà del mondo nel quale viviamo per match-are i soldi e i tempi con la qualità.

‘Diminuire la distanza’ vuol dire provare a trovare un modo di lavorare ‘meglio’ fra le parti e lubrificare il processo e fare in modo che si possano minimizzare gli sprechi di tempo legati a metodi di lavoro obsoleti e, di conseguenza, massimizzare la qualità del prodotto finale.

Cito spesso il grande Sir John Hegarty (la ‘H’ di BBH) che già anni fa disse: “Advertising is 80% Idea and 80% Execution”. Personalmente credo che in questo momento storico, in cui stiamo tutti cambiando per gestire la rivoluzione dei tempi che stiamo vivendo, dobbiamo pensare di cambiare anche i processi fra le parti, per la qualità del prodotto finale, per il bene del 80% + 80%, per lavorare meglio, per spendere meglio, per creare meglio, per produrre meglio.

E’ per questo che le nostre sfide devono essere sfide comuni, sfide logiche, sfide che sono per migliorare il processo per migliorare il prodotto, sfide per fare progetti più belli, importanti, interessanti, internazionali… Queste sfide si vincono con la collaborazione delle agenzie e dei clienti”.

L’augurio che mandate al mercato per questo nuovo anno?

“Di parlarci di più. Ma questo l’ho già detto. L’augurio che aggiungo è di fare cose belle per la cultura pubblicitaria del nostro paese, sperando di continuare a fare la nostra parte per alzare l’asticella.

E poi di non aver paura, di ‘mettersi scomodi’, sapendo che oggi tutto è fattibile se è ‘giusto’ e se le aspettative non sono granitiche ed inamovibili.  Ancora, e soprattutto, lamentiamoci meno. Credo veramente che in questo nostro paese ci siano dei talenti creativi, produttivi, registici e artistici fantastici che creano, pensano, fanno cose bellissime, ma credo anche che ci nascondiamo dietro al lamento, all’esterofilia che schiaccia l’Italia ed eleva tutto ciò che italiano non è per partito preso. Il mondo è globale e lo è altrettanto il nostro talento per la proprietà transitiva.

Ricordiamoci che oggi gran parte dei problemi che abbiamo noi in Italia sono problemi comuni a tutto il mondo, e noi italiani dell’advertising non la vediamo sempre così. Ma è così.

Se i problemi diventano sempre più comuni e globali, noi in Italia abbiamo la bravura, la resilienza e l’intelligenza culturale, persino antropologica, di scavalcare questi problemi con una soluzione tutta nostra, questa bravura, questa resilienza non dobbiamo farla schiacciare dal lamento, ma usarla per migliorarci, migliorare, fare meglio. Aiutandoci a vicenda.

L’ultimo augurio, importante, è che la prossima domanda sia l’ultima, visto che essere conciso non mi riesce molto”.

Ahahah, ebbene sì, l’ultima è: il desiderio che vorreste veder realizzato?

“Ne ho due. Ambedue importanti.

Desiderio n.1: sarebbe bello che noi case di produzione riuscissimo a fare gare più ‘giuste’; gare che ci portino a fare scelte che guardino al bene del progetto e non al solo battere un avversario o costare di meno. Perché oggigiorno, quando si è in regime di gara, con dei budget ‘strettissimi’, fare le gare, non solo porta via tempo alla ‘costruzione del progetto’ (una gara dura di media 2 settimane), ma distoglie anche attenzione dal trovare una soluzione sartoriale per il progetto stesso.

Desiderio n.2: I problemi del business sono diventati universali e prendono in considerazione tutte le parti, quindi, invece di far parlare tutte le parti separatamente, sarebbe interessante che tutte le associazioni si riunissero per fare gli Stati Generali dell’advertising: una giornata in cui, in maniera produttiva, la associazioni di categoria provano a discutere liberamente su come migliorare il nostro business. CPA lo ha proposta l’anno scorso. Sarebbe bello vedere da parte delle associazioni una volontà comune per poterlo rendere possibile. Ci farebbe bene”.

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